Cuperlo analizza il “decreto Dignità” sul mercato del lavoro

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di Gianni Cuperlo – 24 luglio 2018

Oggi vorrei cercare di entrare nel merito del decreto Di Maio sul mercato del lavoro. La sua denominazione, “Decreto dignità”, segna il primo limite. Dignità è termine a suo modo sacro e la Costituzione lo declina in rarissime occasioni. Come dicevano gli antichi est modus in rebus. Oltre a tutto gli effetti ravvicinati (se non corretti) della norma rischiano di portare un certo numero (non piccolo) di lavoratrici e lavoratori con contratti in scadenza dei 24 mesi a non contare sul previsto rinnovo. Nel perdere il lavoro (per quanto a termine) non si intravede una particolare “dignità”. Casomai si misura un “disagio”. E sono due concetti diversi.

Detto ciò sul decreto insistono tre livelli di giudizio. Quello politico riguarda l’impatto complessivo del provvedimento (e deve rispondere alla domanda se effettivamente la manovra contrasti l’abuso di forme contrattuali a tempo determinato incentivando il rapporto permanente). Un secondo livello investe il merito e persino il dettaglio delle norme adottate. Infine un terzo livello occupa l’impatto simbolico dell’operazione (diciamo, l’effetto annuncio che sta scortando praticamente ogni atto della nuova maggioranza).

Gli annunci grotteschi sulla Waterloo del precariato rientrano nella terza categoria. Paiono un’arma di propaganda depurata di ogni sostanza. Cosa diversa è misurarsi con gli altri due livelli (il giudizio politico sull’insieme e la necessità di non farci mettere in difficoltà sul merito o sul dettaglio, dove comunque la dimensione simbolica ha un valore notevole).

In sintesi sul complesso del provvedimento (preziosa la lettura dei riferimenti contenuti nell’ultimo numero de L’Espresso e in particolare nell’articolo di Roberta Carlini): è vero che abbiamo ancora un mercato del lavoro dove la maggioranza degli occupati è a tempo indeterminato. Altrettanto vero che la tendenza in atto va in una direzione diversa. Nello stesso giorno in cui il Consiglio dei ministri ha licenziato il decreto l’Istat ha pubblicato la nota mensile sull’occupazione a maggio (rispetto allo stesso mese del 2017, su 457mila occupati in più solo 5mila sono permanenti – 19mila sono autonomi e 434mila a termine – cioè 95 nuovi occupati su 100 hanno un lavoro temporaneo). Questa è la novità strutturale che da tempo è venuta imponendosi (e che noi abbiamo arginato solo in occasione della decontribuzione sulle tutele crescenti con gli effetti noti).

Il punto è la successione di norme in sé non omogenee che hanno segnato le diverse forme di contrattualizzazione negli ultimi 15 anni. Dal 2003, riforma Biagi che limitava le collaborazioni e apriva ai voucher e al lavoro intermittente e a chiamata, all’azione di Monti che fa esplodere i voucher e rende meno agevole il tempo determinato. Con Letta quella stretta si allenta mentre Poletti nel 2014 semplifica e liberalizza il tempo determinato. Il Jobs act incentiva il tempo permanente e chiude di fatto le collaborazioni facendo impennare i voucher. Infine Gentiloni toglie i voucher ma nello stesso tempo risalgono lavoro intermittente e a termine. Adesso Di Maio restringe i contratti a termine e con molte ambiguità riapre sui voucher.

È una altalena complicata che rende difficile fare previsioni certe sull’impatto del decreto anche se, come detto all’inizio, i primi effetti negativi (vale a dire licenziamenti) sono concretamente in atto. Per capirci meglio: la riduzione della durata massima da 36 a 24 mesi (al netto della causale dopo i primi 12 e dell’esclusione dalle nuove norme di stagionali, agricoltura, pubblica amministrazione e contratti sotto l’anno) potrebbe spingere l’impresa a stipulare contratti diversi (apprendistato, lavoro autonomo o la stabilizzazione), ma l’impresa potrebbe anche accettare l’aggravio di costo del tempo determinato (che su una retribuzione di 1.800 euro è di 9 euro mensili) oppure può fare una mera sostituzione dei lavoratori a tempo determinato o decidere di esternalizzare il servizio. Appunto, pare complicato prevederlo adesso. Resta la certezza che non siamo davanti a nessuna Waterloo della precarietà e che le stime di Boeri sugli esuberi possono persino peccare per difetto.

Questo è lo sfondo del secondo livello di giudizio che coincide col merito e con le indicazioni alternative che noi dovremmo avanzare. Qui il punto è che una ripresa contrassegnata (vedi il dato ISTAT di maggio) da lavoro povero o precario segnala il nesso stretto tra la debolezza del lavoro e la scarsità di innovazione. Tradotto: il ricorso intenso al lavoro a termine cammina assieme a una bassa propensione a innovare i processi produttivi e il prodotto finito, il che è la causa principale della debole ripresa della nostra economia. Questo deficit di produttività non si contrasta a colpi di normativa sul lavoro (ce lo dicono gli ultimi 15 anni) perché se fai solo quello al più riesci a limitare e vincolare il ricorso al precariato. Per invertire segno alla produttività devi agire sugli investimenti (per primi quelli pubblici) e sulla domanda. Quindi è su questo asse strategico che bisogna caratterizzare una solida opposizione di merito.

In questa cornice si inserisce la questione degli indennizzi per i licenziamenti illegittimi. La questione è stata discussa ieri dalla direzione del Pd e la linea decisa mi pare la più saggia. Dico solamente che non era opportuno né ragionevole presentare un emendamento che sopprimeva l’innalzamento delle mensilità previste per gli indennizzi ai lavoratori licenziati per motivi economici e di cui veniva certificata l’inconsistenza delle motivazioni. Per altro era un innalzamento che avevamo chiesto noi del Pd all’unanimità in commissione Lavoro nella passata legislatura. Non era un emendamento ragionevole per un evidente corto circuito di metodo e per il terzo livello di giudizio che accennavo e che investe la dimensione simbolica della norma. Noi non possiamo e non dobbiamo metterci in conflitto con la parte che ci candidiamo a rappresentare e con la quale dovremmo recuperare un legame di fiducia che in certa misura si è spezzato.

Detto tutto ciò è giusto costruire una opposizione ferma e motivata al decreto e all’indirizzo del governo sui punti che distinguono un modello alternativo: la priorità rimane la riduzione del costo del lavoro a tempo indeterminato (la via maestra se intendi stabilizzare il più alto numero di lavoratori). Così come serve insistere sul salario minimo orario per tutte le lavoratrici e i lavoratori che non sono coperti da un contratto nazionale. Aumentare le mensilità per gli indennizzi che scelgono la via della conciliazione. Limitare rigidamente l’uso dei voucher alle sole fattispecie che ne giustificano il ricorso. Riaprire il capitolo degli investimenti pubblici (come traino di quelli privati), vera leva di potenziale crescita e rilancio occupazionale. Su questi e altri snodi c’è un documento-decalogo del Pd che immagino verrà discusso oggi nel gruppo parlamentare alla Camera.

Ok, di nuovo lunghissimo, ma non sempre le materie si prestano a un “tirar via”.

Buona giornata