Da che cosa cominciare?

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di Manuel Santoro, segretario nazionale di Convergenza Socialista

Il Manifesto del Socialismo

Sul socialismo largo organizzato inteso come sistema della società strutturalmente alternativo al capitalismo.
Spunto politico per la costruzione del Fronte Socialista

 

Le società moderne sono dilaniate da processi di impoverimento progressivo di tipo culturale e sociale da diversi decenni. Il capitalismo finanziario ha, da un lato, progressivamente distrutto, con la complicità della politica, lo stato sociale il quale era da considerare il minimo sindacale, l’ultimo baluardo agli egoismi di pochi e, dall’altro, spostato con forza crescente pezzi di ricchezza dai meno abbienti ai più ricchi.

Chi suo malgrado si trovava nelle classi sociali meno abbienti è scivolato sempre più verso il baratro mentre la ricchezza a livello globale andava concentrandosi in poche mani. Il sistema di società dentro il quale questi processi sociali avvengono spontaneamente ha nell’accumulo del capitale il suo baricentro. Il capitalismo, molto semplicemente, costruisce la propria piattaforma ideologica sulla centralità del capitale. Prima il capitale e poi, forse, l’essere vivente.

E se volessimo provare ad invertire i fattori?  Per farlo dovremmo lavorare sull’alternatività di sistema. Dovremmo risvegliare l’unico antagonista che può non solo frenare i processi selvaggi del capitalismo ma porre l’essere vivente, non solo l’essere umano, prima del capitale. Il socialismo, appunto.

Il grande capitale, i nostri padroni moderni, le grandi multinazionali che schiavizzano il lavoro ovunque sia possibile, hanno sempre avuto timore di una completa ed esaustiva alternatività ideologica, strutturale, allo status quo, quando cioè la lunga via al socialismo aveva anima e corpo e la visione in una società diversa era reale, tangibile, nella discussione politica internazionale e tra la gente. Ora non più. Scomparsa la visione di una alternatività di sistema, scomparsa l’ideologia socialista dal lessico della politica, non vi è alcun argine al dilagare della povertà culturale e sociale delle nostre società moderne. Si parla di sinistra, e sono diverse, e ci si perde senza poter scalfire minimamente l’ideologia dilagante della centralità del capitale. Perché? Semplicemente perché sinistra è l’antitesi della destra, non del modello di società basata sulla centralità del capitale. Essere di sinistra non significa affatto essere necessariamente per una alternatività di sistema. La diade “sinistra-destra” può tranquillamente vivere all’interno della società capitalista, senza alcuna contraddizione ideale o ideologica apparente. La diade “socialismo-capitalismo” ovviamente no in quanto essi sono due sistemi di società alternativi per definizione.

Se dunque, oggi, non ci sono più gli argini che possano almeno rallentare la dilagante avanzata dello sfruttamento capitalista a livello mondiale, è necessario costruirne di nuovi e a livello internazionale. Abbiamo compreso la necessità storica di una chiara ripresa del pensiero socialista e di una definitiva formulazione dell’ideologia socialista. Un risveglio ideologico socialista, quindi, è indispensabile.

Piantare la rinnovata bandiera dell’ideologia socialista nelle nostre società è il nostro compito. Il primo passo è stato fatto con la nostra rivista L’Ideologia Socialista, e ora si tratta di far evolvere, far crescere la progettualità socialista intorno a questa boa, a questo punto di riferimento acquisito. Come procedere, quindi, nel caso in cui un completo risveglio ideologico socialista si consideri necessario? In due direzioni parallele: sviluppo politico e organizzazione politica.

Per sviluppo politico si intende il potenziamento graduale ma costante della preparazione politica, intesa sia nella sua componente educativa e istruttiva sia nella sua componente ideologica. Lo sviluppo politico della militanza, e quindi del partito, consiste nello studio profondo della storia politica, della filosofia politica socialista e nell’attrezzarsi con tutti quegli strumenti atti ad analizzare le cause e delineare le soluzioni per le problematiche strutturali delle società moderne. Per organizzazione politica, invece, si intende il raggruppamento omogeneo di regole, pratiche e processi democratici entro il quale si svolge la dialettica socialista del partito ed entro il quale la militanza svolge l’attività politica. Lo sviluppo politico e l’organizzazione politica sono ingredienti necessari, ma non certo sufficienti, per lo svolgimento dell’attività politica socialista in questo secolo.

Sulla funzione del partito

L’importanza del tema della necessità del partito inteso come forma organizzativa politicamente organica e ideologicamente coerente si può intendere tenendo conto della sua funzione primaria. Essere contemporaneamente centro di organizzazione e di educazione politica.

Dopo la disfatta della Comune di Parigi, Marx e Engels compresero, dopo una serie di valutazioni sullo stato della politica internazionale, che “non v’era altro da fare” che “un lento lavoro di organizzazione e di educazione”. Contestualizzando, potremmo affermare che, seppur lontani dalle cause e dagli effetti della Comune, ci troviamo anche noi in una sorta di anno zero, di nuovo inizio per il socialismo e riemerge, quindi, con forza la duplice funzione fondamentale del partito: educare ed organizzare. Educare per la formazione dell’identità culturale e politica socialista, ed organizzare gli iscritti per una efficace azione politica.

Abbiamo già accennato all’importanza dell’educazione ideologico-politica attraverso lo strumento della scuola di partito. E’ altresì importante enfatizzare il ruolo necessario dell’organizzazione del partito. Su questo punto interessanti sono due punti di vista dalle differenze strategiche nulle ma da una palese differenziazione tattica. Se da un lato Rosa Luxemburg, infatti, indicava nell’organizzazione un risultato, e non una premessa, del “processo rivoluzionario”, Lenin al contrario indicava la necessità dell’organizzazione come premessa per qualsiasi evoluzione politica reale. Naturalmente, sempre contestualizzando, e guardando con occhi neutri il nostro mondo nel nostro tempo, l’approccio di Luxemburg è probabilmente quello che si addice maggiormente al nostro “status”, essendo il socialismo ai minimi termini quasi ovunque. Il fine è il medesimo ma oggi, anche la costruzione e la maturazione dell’organizzazione deve essere considerata un risultato, seppur parziale, del “processo rivoluzionario”, il quale per noi oggi consiste nella rifondazione del socialismo inteso come alternatività di sistema.

Il partito pertanto assume da subito un ruolo stabilizzatore per una comunità politica e di modellamento di una futura classe dirigente, ideologicamente educata e politicamente organizzata per il difficile lavoro territoriale. Il partito è da considerarsi progetto in divenire, dinamico, che cresce o decresce con i flussi politico-culturali della società. Non è un sistema rigido, e può essere un mondo altamente democratico, se lo si vuole, nel quale si discute e si richiede la discussione da parte di tutti. Sicuramente, se il lavoro ideologico-educativo è fatto bene, il partito non sarà mai un luogo dove si entra e si esce a seconda delle personali opportunità.

Ci troviamo, quindi, dinanzi ad un nuovo inizio. Messo da parte, dopo una dura critica storico-politica, lo sviluppo autodistruttivo del socialismo recente, arreso ai richiami del capitale e del liberismo, si tratta di riavviare un discorso antico attualizzandolo. In questo senso, riprendendo Cartesio, così come per coloro che “sono come chi, cominciando ad arricchirsi, non fatica tanto ora, a guadagnare molto, quanto faticava prima, quand’era più povero, a guadagnare di meno”, così è per la crescita di un partito ideologicamente strutturato: aprire nuovi sentieri costa immensa fatica ma una volta aperti si può procedere assai più velocemente.

La funzione del partito rimane strategica nella sua essenza. Il processo educativo ed organizzativo sono di lungo periodo, e di conseguenza, la natura stessa del partito viaggia di pari passo. Esattamente come i grandi potentati, le grandi dinastie e gli ordini religiosi che lavorano al perseguimento dei propri obiettivi nell’arco dei secoli, non anni, la via al socialismo e di conseguenza la costruzione ed il successivo rafforzamento dell’educazione e dell’organizzazione, quindi del partito, è un tragitto lungo nel tempo e nello spazio che non si può ritenere un fuoco di paglia.

Sulla comunità socialista

Realizzare politiche socialiste significa avere già la forza costituita di un soggetto politico il quale necessita alle sue spalle di un popolo, una comunità ideologicamente e politicamente preparata e quotidianamente attiva. Senza una comunità socialista formata, non è pensabile poter attuare quelle riforme strutturali necessarie per la conversione del nostro modello di realtà con uno diametralmente alternativo.

Rimane assolutamente di importanza strategica definire una volta per tutte il campo d’azione entro il quale avviare la rifondazione del socialismo, non solo italiano ma internazionale. Dobbiamo sempre essere in guardia da quella malsana idea secondo la quale il socialismo equivalga ad una sorta di riformismo centrista, annacquatamente moderato e blairiano…un velleitario esercizio che renda il capitalismo umanizzato, accettabile alle fibrillazioni del moderatismo di sinistra e alla finanza internazionale, e lavorare per ripensare il socialismo nel nostro secolo come “alternativo” nella sua base strutturale dei processi produttivi.

Naturalmente, così come è posta, la questione della differenza tra i due campi è ideologicamente chiara. E’ tutto da definire, invece, il tragitto da percorrere. La lunga via al socialismo ha sicuramente la sua meta da raggiungere all’interno del campo sopra definito, ma i percorsi possibili possono essere molteplici.

Se il socialismo è ed esiste in quanto alternativa di sistema e di struttura al modello capitalista, se il socialismo è raggiunto nel tempo e nello spazio, se esso diviene realtà, allora i processi riformatori devono teoricamente fermarsi avendo esaurito la propia funzione edificante di emancipazione della persona all’interno di una società progredita. Ma la civiltà umana è molto lontana da tali orizzonti e il percorso da fare richiede un grande risveglio morale e culturale, ideologico, prima che politico.

E’ chiaro, quindi, che il nostro orizzonte non è il capitalismo sociale o socializzato. Esso può essere un passaggio intermedio, ma non di certo l’arrivo. Il socialismo, come sopra descritto, dovrà essere inteso come punto di arrivo puntellato da passaggi in cui gradualmente l’uomo si emancipa liberandosi dalle catene del capitale. Il passaggio dal capitalismo al socialismo dovrà creare l’emersione delle contraddizioni strutturali che sono proprie della centralità del capitale.

Se, quindi, definiamo il socialismo come un sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza nell’interesse dell’intera comunità (Partito Socialista del Regno Unito, 1904), alternativo al capitalismo in quanto sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, ci è chiaro come le due definizioni siano antitetiche e ci è chiaro il lavoro titanico da compiere per il passaggio da un sistema all’altro.

Torniamo allora al primo paragrafo di questo scritto. Senza una comunità socialista formata, non è pensabile poter attuare quelle riforme strutturali necessarie per la graduale conversione del nostro modello di realtà con uno diametralmente alternativo. Perchè serve una comunità socialista? Cosa è una comunità e quali sono i passaggi, gli strumenti politici per modellarla. Per esempio, per discorrere di comunità ideologicamente omogenea, dovremmo forse discutere di educazione ideologica, di coesione ideologica? Se per incidere nella politica reale, quella vera, è necessaria la costruzione di un soggetto politico che rappresenti le istanze ideologiche qui discusse, dietro dovrà esserci una comunita politica omogenea, socialista in questo caso, che dovrà essersi formata in qualche modo. Quali sono gli strumenti per farlo?

Dall’ideologia alla comunità, dall’educazione all’identità socialista

Iniziamo con il dire che una comunità è composta da individui attirati da un sentir comune, un comune denominatore, da uno o pochi punti di aggregazione che possono essere culturali, politici, anche ideologici. Sicuramente la forza di tale aggregazione è direttamente proporzionale alla profondità delle affinità in gioco. I legami tra donne e uomini, tra compagni, sarà più forte se l’identità in comune sarà ideologica, fondativa, strutturale, quasi esistenziale. Se l’impianto ideologico è fermo, certo, come le fondamenta di un grande palazzo, su queste basi allora donne e uomini potranno ritrovarsi e condividere una crescita culturale e politica, consapevoli delle solide basi già poste e lavorare per la crescita sostanziale del progetto politico attraverso l’incremento numerico della comunità di cui si è parte effettiva.

Per Gramsci, per esempio, l’individuo, il compagno è parte integrante del gruppo, e nella comunità socialista interagisce paritariamente con gli altri, confrontandosi apertamente e rivendicando anche il confronto. Se il cordone ombelicale ideologico è il collegamento comune su cui costruire una comunità, l’identità socialista diviene il crogiolo entro cui l’insieme delle differenze diviene risorsa poiché vive all’interno di un quadro di società preciso, ideologicamente modellato. Le differenze emergono in quanto questione tattica ma non strategica, ed è nel campo tattico che la discussione permette la crescita politica della comunità socialista.

Il processo di costruzione di una comunità politica, ideologicamente preparata, deve fare i conti con una premessa fondamentale. I compagni arrivano da esperienze diverse, da percorsi politici non necessariamente affini ma che comunque rivedono nel preciso tratto ideologico il punto di riferimento da seguire. L’identità socialista, la quale non è altro che una piattaforma politico-culturale dinamica, in divenire, e formata nel tempo dall’ideologia, richiede un certa evoluzione educativa all’interno della comunità grazie al contributo determinante della stessa comunità.

L’ideologia socialista, quindi, è il quadro ideale entro il quale una comunità socialista si forma attraverso lo strumento dell’educazione per la formazione di una identità culturale e politica socialista.

L’educatore assume di conseguenza un ruolo importante una volta definito con chiarezza una piattaforma ideologica precisa. L’intellettuale al servizio della comunità è una risorsa positiva poiché crea le condizioni per una profonda comprensione delle questioni del mondo e crea le condizioni per una convergenza culturale e politica necessaria. Se nel socialismo l’idea di comunità equivale all’idea di partito, visto la valenza pluralista e democratica accennata nei primi passaggi di questo scritto, educazione è scuola e l’educazione politica dovrà avvenire nella scuola di partito.

La comunità socialista, concludendo, si forma allora all’interno della scuola di partito la quale agisce creando le condizioni per la formazione dell’identità socialista all’interno di un preciso quadro ideologico.

Sulla necessità dell’educazione politica

Particolare attenzione va, quindi, al ruolo del partito politico nella sua funzione educatrice dei militanti. L’educazione politica è prioritaria e lo strumento della scuola di partito è fondamentale se si vuole costruire una comunità ideologicamente preparata per un’azione politica duratura nel tempo. Ci sono però problemi oggettivi che andrebbero rimarcati.

Prima di tutto dobbiamo tenere conto della questione culturale di un Paese e di un popolo. Se i venti culturali muovono verso direzioni populiste, quindi anti-ideologiche, rimane complicato poter affermare che l’educazione ideologica socialista possa intaccare un sentimento dinamico comune che va in direzione opposta. I populismi non hanno colore ed essendo un sentimento diffuso ed in crescita in questo Paese, coinvolgono anche ampi strati della cosiddetta sinistra. Sono fenomeni che negli ultimi anni sono emersi in Italia e in altri Paesi europei, concretizzandosi in formazioni politiche che ci allontanano dalla formazione di una coscienza di classe precisa.

Il populismo di sinistra è altresì pericoloso perché baratta una crescita tattica ad una prevedibile sconfitta strategica, la quale consiste nel semplice fatto che non è certo il populismo di sinistra l’alternativa all’ideologia capitalista. Una ideologia si combatte e si vince solo con una ideologia alternativa.

L’educazione ideologica e politica si scontra, quindi, con un dato culturale che non può essere controllato o previsto. Il lento lavoro educativo socialista subisce continue pulsioni centrifughe da parte dei vari richiami della foresta oppure dall’avvento di nuovi messia mediaticamente famosi.

E si continua a sbagliare strada.

In secondo luogo dovremmo comprendere come il cambio di opinione, il riposizionamento politico del singolo individuo dipenda dall’abitudine e non dalla conoscenza. Vi è anche la componente importante dell’opinione della maggioranza, processo dinamico e in divenire, che andrebbe considerata.

Solo chi ha realmente compreso il suo credo politico, chi è ideologicamente preparato e pronto, è immune da cambi di casacca avvolte molto spinti. Dopotutto, negli ultimi settanta anni non è il comunismo, per esempio, ad aver cambiato pelle, ma sono coloro che si professavano comunisti ad essere diventati liberali. Chi è stato comunista, e con questo termine intendo un assetto ideologico preciso, lo è stato per abitudine, perché lo erano in tanti, andava anche di moda. Probabilmente era anche politicamente proficuo. Come ci insegna Cartesio, “…è assai più l’abitudine e l’esempio a persuaderci di qualche cosa anziché una conoscenza certa, e che nondimeno la maggioranza dei consensi non è una prova che valga per stabilire verità piuttosto ardue a scoprire, perché in tal caso è di gran lunga più probabile che sia stato un solo uomo a scoprirle che non un intero popolo…”.

La questione culturale, quindi, insieme alla profonda mancanza di conoscenza di ciò in cui si crede sono le premesse e, insieme, le problematiche che bisogna tenere in mente per poter affrontare giustamente qualsiasi attività educatrice socialista poiché, sempre come ci suggerisce Cartesio, “…essendo infatti l’atto del pensiero con il quale si crede una cosa diversa da quello per cui conosciamo di crederla, accade spesso che l’uno si dia senza l’altro”.

Sull’internazionalismo socialista

Nelle prime righe del Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels dichiaravano che la storia di ogni società è storia di lotte di classe, una lotta tra uomo libero e schiavo, tra patrizio e plebeo. Una lotta tra oppressori e oppressi. O si è oppressori, o si è oppressi. Entrambi avevano compreso la graduale e costante polarizzazione dei due campi, i quali venivano indicati, nel documento destinato alla Lega dei Comunisti, come borghesia e proletariato. Useremo anche noi questi due termini.

Naturalmente il mondo è molto cambiato dai tempi di Marx e nei secoli il capitalismo si è molto evoluto elevandosi a sistema globale e transnazionale. Il capitalismo di tipo industriale ha oggi concluso una metamorfosi precisa verso un capitalismo più feroce di tipo finanziario il quale, nella giustezza dell’analisi marxiana della semplificazione della società moderna, ha contribuito a definire i due grandi campi nemici relegando la quasi totalità della popolazione mondiale tra gli oppressi.

Nel corso dell’ultimo secolo il mondo occidentale ha favorito politiche di stampo neoliberista facilitando la globalizzazione dei processi economici e, di conseguenza, dei processi sociali, culturali e comportamentali. Se, quindi, la responsabilità è delle classi dirigenti che hanno rafforzato la centralità del capitale rendendolo globale, si rende necessario capire quale strada percorrere per la graduale risoluzione dei conflitti sociali creati dal globalismo economico.

Marx sosteneva che il capitalismo era internazionale esattamente come lo era la classe dei lavoratori, il proletariato. La borghesia e il proletariato condividevano quindi la stessa dimensione ‘internazionale’ la quale presuppone rapporti e relazioni di classe tra le diverse nazioni. L’internazionalismo della classe presuppone che una classe sociale interagisca con la stessa di altre nazioni con normali relazioni e rapporti, con regole e accordi discussi e condivisi.

Aver permesso al capitale di lasciare la sfera dell’internazionalismo per accedere al globalismo ha significato aver permesso l’annullamento di qualsiasi intendimento comune, tra nazioni diverse, e gli ha permesso di ergersi al di sopra delle parti.

Il problema non è tanto nella transnazionalità dei processi e delle visioni del mondo, ma nel fatto che tale processo unificatore è capitalista ovvero pone al centro del discorso il capitale e non l’essere vivente. Proprio perchè il globalismo è borghese, capitalista, prerogativa degli oppressori e non degli oppressi, e tutti i processi strutturali ruotano intorno alla centralità del capitale, il globalismo è di fatto autoritario poichè slegato dall’uomo. In un certo senso, l’antitesi positiva a tale globalizzazione dell’oppressione economica, sociale e culturale dovrebbe essere in una sorta di ‘globalismo socialista’, se si lascia perdere per un attimo l’accezione sociologica negativa del termine, il quale si pone come punto di arrivo di un cambio di paradigma globale raggiunto attraverso la messa in atto pratica dell’internationalismo socialista.

Oggi potremmo dire, usando la terminologia marxiana, che il proletariato seppur potenzialmente una classe internazionale, è sfilacciato e residuale, e ha perso coscienza del proprio ruolo anche in ambito nazionale, mentre la borghesia è globalizzata e transnazionale. I due grandi campi nemici vivono oggi su dimensioni molto diverse, ognuno con le proprie armi e le proprie debolezze. Difatti, “la condizione essenziale per l’esistenza e per il dominio della borghesia è l’accumulazione della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale. La condizione necessaria a creare il capitale è il lavoro salariato”. Borghesia/capitale e proletariato/lavoro salariato rimangono in eterno conflitto. La storia delle lotte di classe è tra oppressori e oppressi, tra chi ha il capitale e chi non ce l’ha.

Sovranismo e populismo non sono il socialismo

La reazione al globalismo elitario, al transnazionalismo del grande capitale era certamente doverosa e auspicabile ma purtroppo si è avviata su un percorso alquanto pericoloso per gli effetti che nell’immediato futuro andremo a testimoniare. La reazione alla furia del capitale e alle crisi di sistema si sta traducendo in Europa in una sorta di revival del nazionalismo, in certi casi, e di un più confuso sovranismo di stampo populista che semina nelle ferite causate dalla ferocia del liberismo globale e raccoglie consensi di pancia e non di testa.

La cosiddetta sinistra riformista, se di sinistra si può parlare, è stata notevolmente ridimensionata dall’elettorato il quale consapevolmente ha compreso il doppio gioco della galassia democratica. Ovvero, da una parte spacciarsi per sinistra, con al seguito uno sparuto nucleo di socialisti cosiddetti riformisti, e dall’altra incentivare, aiutare il globalismo elitario contro gli interessi dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Questo doppiogiochismo è stato scoperto, semmai con notevole ritardo, ed ora la fase di un progressismo falso che per anni ha lavorato per un capitalismo umanizzato è terminata.

La questione è che la reazione alla pseudo-sinistra amica dell’establishment e genuflessa agli interessi del capitale si avvia nella direzione sbagliata. Le politiche di impoverimento dei diritti sociali, infatti, insieme al costante aumento del degrado culturale nel Paese e, soprattutto, del progressivo deterioramento del livello educativo delle nuove generazioni, ha consegnato milioni di voti a chi parla alla pancia della gente e non certo alla testa. Il populismo, sia esso di destra che di sinistra, avrà comunque sempre l’effetto di ulteriormente allontanarci da un approccio analitico della politica, dall’analisi critica della società e dai ragionamenti sui processi strutturali e non solo sovrastrutturali.

Se la nostra lotta politica al globalismo è sempre attuale, ora dobbiamo aggiungere una lotta ferma contro i populismi e i sovranismi. Per quanto arcaica possa sembrare, la lotta dei socialisti per il socialismo è nello scontro politico tra classi, tra i grandi campi nemici come diceva Marx, che ha un senso compiuto nell’internazionalizzazione della lotta per l’emancipazione dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Utilizzando la terminologia classica si potrebbe dire che il sovranismo è comunque sempre un’alternativa borghese allo status quo.

Sono, quindi, due i fattori che contraddistinguono la via al socialismo e ci allontanano da un pallido appiattimento su posizioni sovraniste e populiste de facto anti-socialiste.

Il primo fattore è nel conflitto tra campi, tra oppressi e oppressori, tra chi ha il capitale e chi non ce l’ha. Discutere di élite e di popolo non ha senso se non si chiarisce la loro relazione con il capitale e con il lavoro salariato. Il secondo fattore è nella necessaria internazionalizzazione del conflitto tra i due campi.

Queste due direttrici appena accennate escludono certamente il ricorso al populismo di sinistra il quale non è altro che un escamotage per accaparrare voti senza una chiara coscienza di classe, senza una chiara presa d’atto che si è e si vive nel campo degli oppressi. Inoltre, le due direttrici sopra menzionate escludono altresì il ricorso al sovranismo in quanto l’oppresso non cambia la sua condizione né la sua classe sociale a seconda del Paese in cui risiede. Il sovranismo è antitetico all’internazionalismo il quale rimane il faro del socialismo.

La nostra via è pertanto tracciata. I nostro campo di riferimento è quello degli oppressi in patria così come oltre i confini nazionali, in solidarietà e in supporto degli oppressi di altri Paesi, ovunque essi siano. Se non si parte dalla solidarietà e dalla presa di coscienza di chi si è e in quale campo si conduce la propria vita, non si riuscirà a trovare nel socialismo l’alternativa di struttura alla centralità del capitale, e la pancia dei popoli ci porterà all’isolamento delle classi meno abbienti all’interno dei confini nazionali, e al trionfo di una élite sempre capitalista e ancora più selvaggia.

La retta via

La retta via è nel socialismo in quanto alternativa di società. Alternativa di sistema, strutturale, che si pone il problema di una nuova organizzazione della società partendo dai processi economici e produttivi, i rapporti tra classi e all’interno delle classi, e il completo superamento del sistema economico capitalista.

La sinistra, invece, è morta e quel che rimane si occupa della sola difesa dei diritti civili. Certamente sacrosanti ma del tutto insufficienti per il superamento del sistema economico capitalista. La sinistra, sia essa riformista o radicale non importa, è pervasa da un senso di smarrimento profondo, certamente per ragioni diverse, ma ambedue destinate alla irrilevanza politica. La sinistra non tratta più la questione di classe in quanto ne ha perso consapevolezza, e tale dimenticanza porta ad una confusione profonda degli obiettivi da perseguire e degli interessi da difendere.

Per quali motivi la sinistra ha smesso di parlare e discutere di classi sociali, di coscienza di classe, di lotta tra classi?

Se non si parte da queste semplici nozioni non si riuscirà a mettere in dubbio l’organizzazione del sistema economico capitalista. A meno che la sinistra in questo Paese e in Europa, la sinistra di oggi, non abbia nessuna voglia oppure interesse a trattare della questione strutturale e preferisca dedicarsi ai soli diritti civili, a tematiche cioè meramente sovrastrutturali.

Il nostro sforzo, da socialisti, consiste invece nel ribadire con forza e coraggio che il socialismo vive e si pone come alternativa di sistema sia al liberal-globalismo degli ultimi governi sia al populismo-sovranismo del nuovo governo, entrambi funzionali alla conservazione del capitalismo, più o meno nazionale, più o meno corporativo.

L’unica vera alternativa, la retta via, è nel socialismo poiché esso affronta le reali contraddizioni sociali rivendicando la necessaria ripresa della coscienza di classe che sfocia in un naturale conflitto tra classi, tra interessi diversi. Tra chi ha il capitale e chi non ce l’ha.

L’immigrato sfruttato e sottopagato nei campi, difatti, e l’operaio metalmeccanico che non arriva a fine mese appartengono allo stesso grande campo degli oppressi e alla stessa classe sociale del lavoratore salariato.

Paradossalmente è proprio nei luoghi dove è presente e vince la Lega che è più immediato far emergere la contraddizione sociale, all’interno della stessa classe, che vede fronteggiarsi italiani e non italiani, per un salario. Ci si combatte tra  oppressi senza comprendere che gli unici ad ingrassare sono gli oppressori, i capitalisti dei nostri tempi.

Mentre la sinistra continua a perdersi transitando dalla sfera ideologica a quella populista, la Lega conquista il voto operaio. E ci rimarrà per anni se noi socialisti non faremo emergere con forza le grandi contraddizioni che contraddistinguono le politiche della Lega.

Gli strumenti per farlo ci sono: educazione politica, osservazione e analisi critica della società e della sua organizzazione, coscienza di classe. Dobbiamo riprenderci gli operai, e non solo.

Il socialista non è, non può e non deve essere un opportunista

Voi mi chiedete quello che pensano gli operai inglesi della politica coloniale. Ebbene, esattamente quello che pensano della politica in genere: lo stesso dei borghesi. Vedete, qui non c’è partito operaio, ci sono soltanto conservatori e liberal-radicali, perché gli operai partecipano allegramente al festino del monopolio inglese sul mercato mondiale e nelle colonie. (da una lettera di Engels a K. Kautsky – 1882 – K. Marx, F. Engels, On Colonialism)

Oggi come allora, ci ritroviamo nella stessa condizione descritta da Engels a Kautsky. Seppure in un contesto storico molto diverso, anche “qui non c’è un partito operaio” e, oggi come allora, siamo circondati da due fronti molto diversi per prospettive strategiche e risvolti culturali. La destra nazional-reazionaria e il globalismo liberal-liberista.

Oggi come allora, un partito operaio non esiste e va costruito, con immensa pazienza e abnegazione, costanza e forza di volontà. Un partito di classe che faccia gli interessi di chi percepisce il salario, di chi cerca il lavoro salariato, di chi è in pensione dopo decenni di lavoro salariato. Di chi è salariato precario oppure a tempo indeterminato. Sono tutti loro a far parte del grande campo degli oppressi in lotta permanente, anche se molto spesso inconsapevolmente, contro i capitalisti.

Discorrere di partito operaio equivale a discorrere di partito socialista. Il socialista è colui che persegue l’interesse della classe lavoratrice senza alcun tradimento, senza alcuna velleità opportunistica. Il socialista non è, non può e non deve essere un opportunista. Il socialista non è un traditore degli interessi degli oppressi del mondo. Chiunque, invece, si collochi per qualsiasi motivo al di fuori di questo chiaro tracciato etico, chi per qualsiasi interesse, egoismo o motivazione tradisce la fiducia di chi soffre nei bassifondi delle società moderne, non è da definirsi socialista. Non è un socialista. E’ altro.

Quanto detto è un chiarimento dovuto dopo troppi decenni di distorsioni e incomprensioni del significato più profondo del termine ‘socialista’. Siamo stati abituati a considerare socialisti coloro che, nei decenni, si sono alleati sfacciatamente ai poteri forti, ai grandi capitalisti, abbandonando del tutto la questione strutturale e rifugiandosi nelle questioni superficiali del sovrastrutturale. Siamo stati abituati a considerare socialisti coloro che ritengono dimenticata la questione dell’alternatività di sistema al capitalismo e, agiati tra i fortunati, ritengono che il socialismo debba servire per alleviare le pene causate dalle storture del capitalismo. Non è così. Essi non sono socialisti. Essi non professano il socialismo. Essi sono altro e professano altro.

Il socialismo ha senso compiuto nell’essere un sistema di società alternativo al capitalismo, e il socialista è colui che persegue tale fine. Sono e siamo coscienti di essere una minoranza dopo troppi decenni di immondizia spacciata per socialismo e, anche se il lavoro da fare è tanto, è un dovere per le generazioni future perseguire questo nobile fine.

Diciamocelo, quindi. Il socialista deve essere ripensato parallelamente al ripensamento di una soggettività partitica del socialismo. Questo è il nostro compito come rivista teorica. Questo è il nostro lavoro.

Ci servirà tutto. Le politiche di struttura socialiste, l’organizzazione, la scuola di partito, le riunioni di sezione affinché gli iscritti diventino attivi militanti del partito, la nostra rivista teorica del socialismo, un nostro giornale cartaceo di partito, un web-tv e una web-radio. Tutto questo ci servirà per modellare una rinnovata identità del militante socialista e con essa creare la comunità socialista attraverso lo strumento dell’impostazione ideologica e dell’educazione politica.

Sulla costruzione del socialismo organizzato

Il Socialismo è progettualità e Convergenza Socialista è un progetto strategico, di lungo periodo.

Esattamente come i grandi potentati, le grandi dinastie e gli ordini religiosi lavorano al perseguimento dei propri obiettivi nell’arco dei secoli, non anni, la via al socialismo è un tragitto lungo nel tempo e nello spazio che non si può ritenere un fuoco di paglia. Equivalentemente, la costruzione di Convergenza Socialista è da inquadrarsi in un ottica di lungo periodo in quanto strumento organizzato per il perseguimento del socialismo.

Chi pensa che la rifondazione del socialismo, inteso in senso largo, sia una questione di puro tatticismo ed il lavoro del partito della Convergenza Socialista, che tale rifondazione ricerca, una questione di breve respiro, non ha ben compreso lo spirito esistenziale e politico del partito. Convergenza Socialista lavora per la rifondazione del socialismo su obiettivi chiari, autonomisti, e persegue quel processo di rinascita dell’alternatività al modello capitalista.

La rifondazione del socialismo avrà un futuro, da tramandare alle generazioni che verranno, solo se organizzato in una struttura politica. Partitica.

Ciò significa regole chiare, obiettivi politici e programmatici definiti. Toccherà poi a tutti gli uomini e donne di buona volontà contribuire alla realizzazione del partito che è l’unico strumento capace di modificare i rapporti di forza nella politica e, quindi, nella società. Il pensiero socialista non può essere slegato dall’azione socialista. Bisogna semplicemente mettersi a disposizione di questo grande e necessario progetto politico.

Lavoro socialista territoriale.

Radicarsi nelle comunità municipali e comunali. Crescere di forza con il lavoro politico, presentarsi alle elezioni municipali e comunali mettendoci la faccia, con la lista del partito, il logo del partito e tutti i candidati iscritti necessariamente al partito. Emergere dalle ceneri del socialismo come una nuova speranza per il socialismo e, di conseguenza, per il campo degli oppressi.

Lavoro che si muove lungo quattro direttrici strategiche.

Sul piano economico, dobbiamo invertire la rotta allontanandoci dalle massicce privatizzazioni degli ultimi decenni che anche in Europa hanno fatto danni enormi. Tutto quello che è di pubblica utilità, di pubblico interesse, tutto quello che riguarda tutti, deve essere di tutti. Dalle risorse naturali alla sanità, dalla scuola al sistema bancario. Il pubblico al pubblico. Il servizio ‘non sostituibile’ è servizio pubblico, come l’energia elettrica, l’erogazione del gas, l’acqua, il conto corrente. L’alternativa alla corrente elettrica è la candela come per il conto corrente è il materasso.

Altro aspetto riguarda la politica monetaria che deve tornare ad essere una funzione pubblica, gestita da un ente pubblico.

Sul piano sociale, piena ed equa ridistribuzione della ricchezza.

Sul piano politico, migliorare la qualità delle democrazie ampliandone la rappresentatività, il coinvolgimento, la partecipazione andando a toccare tutte le classi sociali. Non emarginando nessuno, non lasciando nessuno indietro.

Infine, il problema della concentrazione dell’informazione la quale distorce la verità, spesso la falsifica, per interessi particolari. E’ una questione globale che deve essere trattata a livello globale.

Quante anime perse vedo vagare alla ricerca di un approdo che dia un senso politico compiuto a tutta una vita fatta di sacrifici politici. Lotte, tante sconfitte e pochissime vittorie. Tutte anime che ricercano, nel nome vacuo della sinistra, una via ormai persa, irrecuperabile, tramontata con il tramontare, volutamente orchestrato, delle “ideologie”. Ho già detto loro, e da queste pagine lo ribadisco, di lasciare perdere l’ambiguità della sinistra. Oggi, nel nostro mondo, tutto si ritiene di sinistra. Dal moderatismo liberale e globalista del PD alla confusa operazione di Potere al Popolo. Il futuro non è mai stato nel definirsi di sinistra. Il futuro è nell’alternativa di sistema, intesa in termini strutturali, ovvero nel socialismo organizzato.

Ho già accennato che il socialismo è progettualità. Ricostruire il socialismo organizzato richiede oggi ricominciare a lavorare dalle fondamenta e riprendere, attualizzandolo, l’insegnamento ideologico dei padri del socialismo. La sinistra non entra affatto nell’equazione socialismo verso capitalismo, poichè oggi tutti coloro che sventolano la bandiera della sinistra sono de facto inconsapevoli ed involontari collaboratori del capitale e di tutto un sistema costruito intorno ad esso. Lo sono perchè non mettono in discussione la centralità del capitale e, di conseguenza, non si abbandonano all’unica alternativa possibile, ovvero al socialismo. Anzi, al contrario, la variegata sinistra ne ha paura, timore, rifugge dalla realtà e dal futuro. Questa variegata sinistra, dal PD a Potere al Popolo, non ha affatto risolto la questione socialista, intesa in senso largo, e non potendola risolvere per un blocco psicologico inestirpabile, si ritira nella sola opposizione alle destre calandosi, di consegnuenza, in un lavoro tattico che si porta avanti solo rimandendo nel campo avverso.

Noi, invece, la questione socialista non solo l’abbiamo risolta, ma siamo andati molto oltre. Abbiamo deciso che il socialismo è il futuro dell’umanità per l’emersione dell’uomo nuovo, e che su di esso bisogna investire risorse, energie e tempo. Confermiamo, quindi, che in noi troverete coloro che lavorano per la rifondazione del socialismo organizzato su obiettivi chiari, autonomisti, per il perseguimento dell’alternatività al modello capitalista.

Sei mesi fa abbiamo ritenuto necessario, quindi, avviare i lavori di una rivista per ridare dignità e anima teorica al socialismo assiomaticamente inteso come proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione, e per avviare un discorso tematico, definire un programma politico, di fase, iniziando dai temi primari come economia, lavoro, previdenza, banche e finanza, politiche sociali, che ci aiuti a definire il tragitto da seguire. Celebriamo, quindi, questi primi sei mesi con la consapevolezza che il lavoro che abbiamo davanti è tanto ma necessario.

Non siamo stati e non saremo dogmatici, poichè sarebbe un grave errore politico. Siamo noi a dover rifondare il socialismo, ed è nostro l’onere di ricreare le condizioni teoriche per il risveglio del socialismo in questo secolo. E’ nostro l’onere di attualizzare gli insegnamenti dei padri del socialismo, senza preclusioni. Non siamo dogmatici con Marx, così come non lo siamo con Turati, Gramsci, Proudhon, Engels e Lenin, Labriola, Trotsky, Bakunin, Basso e tanti altri. Siamo però consapevoli che il superamento delle divisioni all’interno dell’ideologia socialista sia quanto mai necessario, e questa è la semplice ragione per cui parliamo di socialismo largo. Il nostro lavoro verte sulla rielaborazione teorica del socialismo in quanto alternativo in tutto e per tutto al modello capitalista. Capirete certamente che il campo è difatti molto largo e questo dato è certamente positivo. Dovremo lavorare molto sull’educazione politica per creare una coscienza socialista solida, e formare così una comunità di socialisti che ci permetta di perseguire i nostri fini politici territoriali, nazionali ed internazionali.

Gramsci diceva che l’ideologia è il “terreno su cui gli uomini si muovono”. L’ideologia socialista diviene, quindi, l’insieme strutturato e logico di idee socialiste atte alla definizione politico-programmatica di struttura e sovrastrutture per una società socialista.

La nostra missione.

Sulla territorialità

Nel disperato bisogno di correggere una situazione socio-economica ampiamente frantumata ed impoverita da anni di ruberie, di inettitudine politica e di immobilismo, cerchiamo di dare una mano a chi ne ha bisogno. Nel nostro piccolo perseguiamo un duplice fine. Da un lato l’azione politica per l’emancipazione delle classi subalterne, dall’altro lato soccorrere chi necessita di aiuto. La politica sorda non deve distoglierci da questo duplice percorso. Questa è la missione che cerchiamo di perseguire al meglio.

Oltre alla politica in quanto visione del mondo e della società che vorremmo, le diversissime realtà italiane hanno bisogno di sostegno, di assistenza, di solidarietà mentre il Paese intero sembra accontentarsi degli slogan roboanti, delle promesse riformiste dagli alti toni senza che, ad oggi, si sia visto uno straccio di miglioramento delle condizioni di vita delle persone.

Evidentemente chi si accontenta è felice così, e non è stato picchiato né dalla fame né dagli stenti, a differenza di tanti altri nostri concittadini. Il nostro ruolo è anche costruire solidarietà, cementare aggregazioni, offrire assistenza nei territori. Le nostre sezioni, oltre al necessario lavoro politico, devono divenire poli di assistenza e di solidarietà permanente.

Oggi fare politica ha assunto un significato molto diverso rispetto a diversi anni fa, rispetto a decenni fa. Il discorrere, l’analizzare le problematiche del Paese è ancora necessario ma non più sufficiente in quanto non fondamentale in un contesto di estesa sopravvivenza e di abbassamento dei bagagli culturali. I bisogni sono altri.

La nostra politica oggi deve, attraverso le sezioni territoriali, assistere la propria comunità, sostenere le giuste rivendicazioni di uomini e di donne. Soccorrere i casi più urgenti. La vita di sezione deve essere orgogliosamente di attiva resistenza politica ed assistenza civile.

Questo modus operandi è l’unica via che ci è concessa per far riemergere un senso comune di appartenenza, una causa comune, e che ci porti a poter efficacemente sostenere di aver dato un contributo umano e politico alla soddisfazione dei bisogni altrui.

Il mio compito è di strutturare Convergenza Socialista, farla crescere nella quantità e nella qualità, organizzandola affinché superi senza affanni le sfide del domani. Quando saremo più forti, più strutturati, più organizzati, più visibili, saremo più capaci di far emergere un nuovo modo di intendere le politiche socialiste.

In un Paese che non cresce socialmente da troppi anni, in un’Europa dilaniata da divisioni politiche e in un mondo dove regna sovrano il colonialismo economico il quale condiziona fortemente la politica sino ai livelli più alti e suddivide anche i morti su basi economiche e politiche, è necessario costruire un nuovo interesse attivo e partecipato su quello che ci circonda quotidianamente.

Una società che vive e si evolve secondo direttrici economiche, politiche e, di conseguenza, sociali e comportamentali, dettate da pochi per il benessere di pochi e l’impoverimento di molti, richiede una politica, e quindi una forza, socialista forte, in ambito territoriale, nazionale e internazionale, che sappia rispondere alle difficoltà di intere cittadinanze passate troppo velocemente da una qualità della vita decente alla miseria più nera.

L’apprezzamento del lavoro come mansione utile anche alla collettività e necessaria per un appagamento personale non esiste più nelle forme che abbiamo conosciuto nel nostro non lontano passato. Al lavoro si è sostituito il denaro come motore che produce altro denaro, rigenerandosi.

Siamo arrivati a questo punto senza battere ciglio, senza un sussulto, senza una vera opposizione. Conosciamo il tragitto travagliato che il nostro Paese ha percorso negli ultimi decenni, così come conosciamo il degrado politico e sociale nei nostri quartieri, nelle nostre città.

Dobbiamo conoscere prima di tutto chi ci avversa ed operare di conseguenza. Da una parte, per un’attività di riflessione, è fondamentale conoscere gli ingranaggi del sistema economico odierno e trovare le forze motrici per un modello di sviluppo alternativo, misurabile su fattori di sostenibilità economica e sociale.

Il nostro lavoro è, quindi, necessario e dovremo fare di tutto per ricreare i presupposti di crescita, iniziando proprio da dove questa crescita è richiesta. Dagli strati meno abbienti delle nostre città e periferie, dove l’indifferenza e la povertà regnano sovrane.

Siamo un partito socialista focalizzato sul lavoro territoriale. Ora tocca agire.

Strategia, socialismo largo e tattica

Prima di arrivare al concetto di socialismo largo organizzato, è necessario ricordare il nostro obiettivo politico: il completo superamento del sistema capitalista con il socialismo, quest’ultimo definito come “sistema della società che si basa sulla proprietà comune e sul controllo democratico dei mezzi e degli strumenti di produzione e di distribuzione della ricchezza nell’interesse dell’intera comunità” (Partito Socialista del Regno Unito, 1904).

Queste prime parole determinano un obiettivo politico finale, di lunga durata, strategico. Un punto di arrivo che indichiamo come società socialista e che definiamo riprendendo la definizione data dal Partito Socialista del Regno Unito nel 1904. Ci possono essere diverse sfumature di società socialiste, così come ce ne sono diverse nel capitalismo. Ma ciò non toglie che la variabile che determina il netto passaggio da un modello di società ad un altro sia nella proprietà, privata o comune, e nel controllo, democratico o meno, dei mezzi di produzione e di distribuzione. In definitiva, quindi, il nostro obiettivo politico strategico è la proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza per e nell’interesse dell’intera comunità socialista. L’idea della proprietà privata dei mezzi di produzione e di distribuzione viene del tutto superata, diventa obsoleta, e la realizzazione della società socialista pienamente ottenuta.

Non parlo qui, al momento, sul come, in quale modo, con quali metodi e processi, si arrivi ad una società socialista. Mi preme evidenziare il punto di arrivo del nostro percorso politico. Ovvero, se la società socialista così come è stata sopra definita è l’obiettivo politico dei socialisti, allora i socialisti devono essere, per quanto concerne l’obiettivo politico, assolutamente dogmatici, ortodossi. Non ci deve essere alcuno spazio per revisionismi, opportunismi e cambi di finalità. L’obiettivo politico rimane il raggiungimento di un mondo diverso il quale implica l’emersione dell’uomo nuovo. L’obiettivo politico dei socialisti deve essere scolpito sulla pietra, immodificabile. Chiunque pensi, invece, che il socialismo sia una sorta di metodo, di stampella, utile a smorzare gli effetti selvaggi del capitalismo, rendendolo umano, accettabile per il campo degli oppressi, non è un socialista e non persegue il nostro stesso fine politico: la società socialista.

Se l’obiettivo politico è chiaro, definito, senza alcuna possibilità di fraintendimenti, è ora il momento giusto per porre la questione del socialismo largo organizzato e la questione della tattica.

Per socialismo largo organizzato si intende la comunità socialista formata dalla scuola di partito che agisce creando le condizioni per la formazione dell’identità socialista all’interno di un preciso quadro ideologico il cui obiettivo politico è nel raggiungimento della società socialista. La realizzazione del socialismo largo organizzato presuppone, quindi, la rimozione di tutte le incomprensioni, le incrostazioni storiche, esclusivamente tattiche, all’interno dell’ideologia socialista il cui obiettivo strategico è il raggiungimento della società socialista. Edificare il socialismo largo organizzato significa costruire una comunità politica con una solida coscienza socialista che accolga tutti coloro che perseguono l’obiettivo strategico sopra definito e che sia la vita del partito, poi, a valorizzare la discussione propositiva sugli aspetti tattici. I socialisti devono essere dogmatici sull’obiettivo strategico; non lo siano sulla tattica.

La questione della tattica è materia di discussione interna al partito poiché non intacca assolutamente l’aspetto strategico con infiltrazioni revisioniste, ma indica una via, decide quali passi compiere per instradarsi verso l’obiettivo politico. L’obiettivo è unico; su come arrivarci è materia di discussione interna al partito. Quanto detto implica un deciso superamento delle divergenze tra socialisti e comunisti, se naturalmente si ha lo stesso obiettivo strategico. Moltissimi socialisti e moltissimi comunisti, invece, hanno ormai abbandonato l’impostazione ideologica socialista, rifugiandosi nel più comodo campo avverso borghese. Essi, chiaramente, non perseguono i nostri fini politici.

Non ci sono più margini per divisioni su tatticismi che fanno il gioco del capitale e dei padroni. La discussione sull’aspetto tattico, ovvero sul come condurre il partito, ovvero l’organizzazione, verso l’obiettivo strategico comune, è la linfa che alimenta la discussione in un grande partito socialista.

Che fare?

Che fare, quindi?

Avevamo già detto mesi fa che la “sinistra è morta, il socialismo no”. Non abbiamo bisogno degli ultimi risultati elettorali per comprenderlo. E per diversi motivi.

Primo, partiamo da destra dichiarando che il Partito Democratico non è mai stato un soggetto politico di sinistra e ciò significa che aver vinto o perso non cambia i termini del discorso. Rifarsi continuamente al fallimento del PD non aggiunge alcun contenuto poiché è il contenitore che non esiste in un ipotetico schieramento che dovrebbe definirsi di sinistra. Il cosiddetto centrosinistra, poi, non esiste più, così come non esiste più una costola socialista, liberale, repubblicana che ha contribuito enormemente alla liquefazione di una prospettiva socialista in questo Paese.

Questo ultimo punto è sicuramente il più grande rimpianto di migliaia di socialisti italiani. Aver visto, a tratti con sciocca indifferenza, la deriva del socialismo organizzato verso forme sempre più genuflesse al PD e ai suoi referenti economici, all’élite economica e finanziaria italiana ed internazionale. Da questo stato è necessario uscire e noi, consapevoli del lungo tragitto che ci attende, abbiamo riavviato un discorso fondativo del socialismo partendo dalla consapevolezza della necessità storica di una riemersione della coscienza di classe e, conseguentemente, del confronto aspro tra gli interessi diversi che conduce alla lotta tra campi avversi.

Riprendiamoci i vocaboli e parliamo apertamente di coscienza di classe e lotta di classe. Il socialismo saprà riemergere in un forma organizzata se saprà riappropriarsi con orgoglio di un vocabolario dimenticato. Dimenticato il vocabolario, i socialisti hanno dimenticato gli interessi della classe lavoratrice. E’ tempo di riprendere le fila di un discorso volutamente interrotto per interessi estranei a quelli delle classi più deboli, dei lavoratori, dei pensionati, di chi cerca lavoro. Di chi non ha il capitale e non vive di profitto.

Secondo, scartato il PD con la sua galassia di partitini satelliti di diversa estrazione politica, alla sinistra del PD vive una altrettanto confusa galassia di organizzazioni che si dibatte tra il malinconico e il radical chic. Una sinistra che non ha alcun peso, inesistente in quanto senza alcuna identità.

Ecco il termine giusto: identità.

Quanti voti, elettori, militanti questa cosiddetta sinistra ha perso negli anni per mancanza di una identità politica ed ideologica precisa? Milioni. C’è chi si è rintanato in Potere al Popolo come via d’uscita ad una catastrofe fatta di numeri e percentuali non capendo che anche questa via d’uscita manca di una sua chiara identità ideologica.

Quindi, che fare?

Continuare con il nostro lavoro di costruzione identitaria di un soggetto politico su chiare basi ideologiche, di classe, e ciò apre un mondo, un discorso non lineare ma chiaro sul che fare. Un lavoro da fare non necessariamente da soli ma con coloro che attraverso lo strumento del Fronte Socialista [1] concordino su una impostazione di alternatività del socialismo rispetto al sistema economico capitalista. Il socialismo per noi dovrà costituire una alternativa di società da attuare attraverso lo strumento delle riforme di struttura. [2]

Ho già rimarcato il fatto che la comunità socialista si forma all’interno della scuola di partito la quale agisce creando le condizioni per la formazione dell’identità socialista all’interno di un preciso quadro ideologico.

Il primo passo, quindi, è conoscere il campo entro il quale ci si vuole muovere e lavorare.

Esso è stato definito, delimitato ed ora parte il nostro lavoro politico.

Il secondo passo consiste nel potenziare la nostra rivista teorica del socialismo in quanto strumento di educazione politica e filosofica che ci conduca verso un punto di vista superiore, verso la visione dell’uomo nuovo in una società nuova.[3]

Il terzo passo è attivare sedi, a livello locale, per la scuola del partito. Rimarcavo, difatti, che “lo sviluppo politico della militanza, e quindi del partito, consiste nello studio profondo della storia politica, della filosofia politica socialista e nell’attrezzarsi con tutti quegli strumenti atti ad analizzare le cause e delineare le soluzioni per le problematiche strutturali delle società moderne”.

Inoltre, “l’educatore assume di conseguenza un ruolo importante una volta definito con chiarezza una piattaforma ideologica precisa. L’intellettuale al servizio della comunità è una risorsa positiva poiché crea le condizioni per una profonda comprensione delle questioni del mondo e crea le condizioni per una convergenza culturale e politica necessaria. Se nel socialismo l’idea di comunità equivale all’idea di partito, visto la valenza pluralista e democratica accennata nei primi passaggi di questo scritto, educazione è scuola e l’educazione politica dovrà avvenire nella scuola di partito.

La scuola è il collante della militanza ed è l’unico strumento che possa creare positivamente una comunità politica ideologicamente preparata e quindi estranea, indifferente ed immune agli sbalzi di umori e di opinioni della politica liquefatta dei nostri tempi.

Il quarto passo è favorire l’emersione, a questo punto naturale, della comunità socialista la quale esprime una sua chiara identità politica. Essa coincide con il partito politico, lo strumento democratico e costituzionale che pone una sua piattaforma politica al vaglio degli elettori e della storia.

Nasce così il partito organizzato, il quale “assume da subito un ruolo stabilizzatore per una comunità politica e di modellamento di una futura classe dirigente, ideologicamente educata e politicamente organizzata per il difficile lavoro territoriale. Il partito è da considerarsi progetto in divenire, dinamico, che cresce o decresce con i flussi politico-culturali della società. Non è un sistema rigido, e può essere un mondo altamente democratico, se lo si vuole, nel quale si discute e si richiede la discussione da parte di tutti. Sicuramente, se il lavoro ideologico-educativo è fatto bene, il partito non sarà mai un luogo dove si entra e si esce a seconda delle personali opportunità.

[1] Manuel Santoro, Sì ad un Fronte Socialista, L’Ideologia Socialista – https://www.ideologiasocialista.it/index.php/home/editoriali/item/60-fronte-socialista-santoro-convergenza-ideologia

[2] Manuel Santoro, Più politica, più socialismo. E’ tornato il tempo delle riforme di struttura, L’Ideologia Socialista – https://www.ideologiasocialista.it/index.php/home/editoriali/item/18-politica-socialismo-santoro-riforme-struttura

[3] Manuel Santoro, Avviamo i lavori dell’Ideologia Socialista, L’Ideologia Socialista – https://www.ideologiasocialista.it/index.php/home/editoriali/item/31-ideologia-socialismo-santoro-rivista