Dal caso “irrisolto” dell’11 settembre 2001 alla sceneggiata delle primavere arabe

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di Franco Cardini – 29 ottobre 2018

Uno spettro si aggira per l’Europa. Anzi, per l’Occidente e per il mondo intero. Tutti i buoni cittadini laici-e-democratici, tutti i rigorosi e coraggiosi difensori non solo dell’Ordine Costituito ma anche e soprattutto delle molte verità e post-verità atlantiste e occidentaliste, tutti i manipolatori dei media e i loro Chief Executive Officers, tutti gli zelanti gregari dei “Comitati d’Affari” delle lobbies multinazionali, i sederi dei quali occupano scranni, poltrone, poltroncine e strapuntini, dai quali si controllano governi e opinioni pubbliche, sono occupatissimi nel confutarlo e nel condannarlo con tutti i mezzi possibili. Meno che con uno: ed è un vero peccato, perché sarebbe la strada migliore e decisiva per liberarsi di lui. Basterebbe contrapporre alle sue tesi e alle sue ipotesi delle tesi altrettanto documentate e delle ipotesi altrettanto credibili e stringenti.

Alludo a un personaggio ingombrante, del quale è invalso ormai il parlarne male liberamente anche senza prendersi il disturbo non diciamo di contraddire ma neppure di leggere quello che scrive. Tuttavia, se siete degli avventurosi spiriti controcorrente, beccatevi un po’ l’ultimo libro tradotto in italiano dell’improponibile Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. La grande menzogna della “Primavera araba”. Dall’11 settembre a Donald Trump (Viareggio, Edizioni La Vela, 2018).

Il mio primo incontro con lui – i suoi libri; non lo conosco personalmente – si verificò nel corso del 2002. Era appena uscito sotto la mia direzione un libro, La paura e l’arroganza (Laterza), nel quale si dava la parola, con la massima e più spregiudicata libertà possibile, a un gruppo di studiosi di vario orientamento ma accomunati dal desiderio condiviso di mostrare quanto, nella ricostruzione ufficiale degli eventi del terribile 11 settembre 2001, vi fosse di reticente e/o di contraddittorio. I coautori di quel libro non erano etichettabili come “di destra” e “di sinistra”, perché c’era proprio di tutto; e non erano nemmeno esattamente gli ultimi arrivati. Si andava da Alain de Benoist a Noam Chomsky: e, nella varietà e magari non sempre nella concordia degli argomenti, tutti convergevano sul fatto che la verità sugli eventi di quella giornata e sul loro contesto fosse ancora lontana. Su quella base, dal canto mio, mi servii – fra le altre cose – dell’assunto del libro presto divenuto cult di Meyssan, L’effroyable imposture. 11 septembre 2001 (Carnot, Chatou, 2002), tempestivamente tradotto nel medesimo anno in italiano col titolo L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul Pentagono da un’editrice volenterosa e valorosa ma non certo fra le più importanti nella penisola, la Fandango (le case più importanti e autorevoli, pur fiutando magari un appetibile business in termini di copie, si erano tenute prudentemente alla larga da un’opera che non era passata inosservata a Washington, e che aveva provocato le immediate reazioni di molte ambasciate statunitensi). Erano i giorni ruggenti non solo di George Bush jr., ma anche del suo temibile entourage di mascalzoni (oggi sappiamo con certezza che tali erano): Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Perle, Condoleezza Rice & Co. Il battage mediatico da essi provocato e organizzato al fine di far digerire all’opinione pubblica internazionale la loro “verità” a proposito del Nine Eleventh, e quindi, subito a ruota, delle “terribili armi di distruzione di massa” del dittatore iracheno (ed ex alleato degli Stati Uniti) Saddam Hussein, poi rivelatasi un’altra incredibile menzogna per ammissione degli stessi che l’avevano concepita, era in quei mesi pesante e serrato. Contrastarlo equivaleva a esporsi a qualunque tipo di ritorsione: dall’emarginazione mediatica alla calunnia, al ricatto, alle vere e proprie minacce anche fisiche (parlo per documentata esperienza personale).

Il metodo di discussione adottato da quei figuri, e presto imitato anche da una buona parte degli accademici, degli opinion makers e degli anchor men che per una ragione o per l’altra, al di là della loro rispettiva competenza in materia, s’intrufolarono nella discussione, era quello perfettamente descritto nel best seller di Vladimir Volkoff, Il montaggio: fingendo di discutere in merito, o prendendo spunto da un tema anche marginale che potesse venir utilizzato come alibi per dar l’impressione di discuterne, accumulavano falsi argomenti che sviavano l’attenzione in modo che il dibattito sembrasse crescere e articolarsi mentre andava solo perdendosi. Se qualcuno introduceva ad esempio argomenti efficaci a proposito della veridicità della ricostruzione dei fatti così come ufficialmente veniva descritta, poteva star quasi certo che nessuno gli avrebbe mai ribattuto contestando il suo assunto con prove e argomenti concreti: ma si vedeva magari attaccato sul piano personale, o si sentiva oggetto di accuse, oppure, quanto meno, d’insinuazioni a proposito del suo vero o supposto “antisionismo”. E vano era obiettare che non di ciò si stava in quel momento trattando.

Eppure non riuscirono a farci tacere. Nel 2003, chi scrive pubblicò la monografia Astrea e i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo (Laterza), in cui tentava d’inquadrare l’evento dell’11 settembre nella dinamica storico-politica della Superpotenza; nel 2007, allorché il governo statunitense fece conoscere l’esito “definitivo” della sua inchiesta – che provocò una corale, veemente protesta da parte dei familiari delle vittime e l’avvìo di un contenzioso rivelatosi eterno –, il volume Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso (raccolta di saggi curata da Giulietto Chiesa, Piemme) ne contestò l’assunto.

Intellettuale e studioso di geopolitica di fama internazionale, Thierry Meyssan è il presidente e fondatore del Réseau Voltaire, un’associazione internazionale che riunisce le agenzie giornalistiche e mediatiche “non-allineate” in tutto il mondo. All’indomani del suo libro del 2002, tradotto in varie lingue, scattò un’efficace campagna tesa a imprigionarlo in una “cintura di sicurezza del silenzio”. Da allora non abbiamo quasi più incontrato la sua firma sui più accreditati magazines, né il suo volto è più comparso sugli schermi televisivi. Eppure ha continuato a parlare, a scrivere, a testimoniare. Una ristampa del suo libro nel 2017, in unico volume con un altro dal titolo Le Pentagate a cura delle Éditions Demi-Lune, si è avvalsa della Prefazione nientemeno che del generale Leonid Ivashov, capo di Stato maggiore delle forze armate russe nei giorni dell’attentato.

Frattanto – dall’aggressione all’Iraq del 2003 fino a quelle contro la Libia e contro la Siria del 2011 e all’insorgere dello “stato islamico” Daesh e del “califfato” di al-Baghdadi, del quale si è fatto un gran parlare tra 2014 e 2017 per vederselo poi dissolvere dinanzi (e non tralasciamo, sullo sfondo, il perpetuarsi dell’assurda tragedia afghana che dura ormai da quasi quattro decenni) –, il cammino verso il non saprei dire quanto resistibile “nuovo disordine mondiale” ha fatto passi da gigante. Analisti quali Peter Dale Scott, politologo e diplomatico, docente a Berkeley, o David Ray Griffin, filosofo delle religioni e teologo, o ancora Daniele Ganser dell’Università di Basilea, hanno lucidamente dimostrato che non siamo per nulla di fronte a uno “scontro di civiltà”, bensì a una precisa e ben organizzata strategia di potere internazionale all’interno della quale tuttavia un elemento eversivo di tipo religioso è senza dubbio attivo: la fitna scatenata dai sunniti appartenenti alla setta wahhabi, scopo della quale è danneggiare quanto più possibile il mondo musulmano sciita e la sua potenza-guida: la Repubblica islamica iraniana.

Attorno a questo progetto eversivo religioso-internazionale, esemplarmente sintetizzato in un recente preziosissimo libretto di Terence Ward – edito dalla Libreria Editrice Fiorentina dell’amico Giannozzo Pucci –, ruota una complessa dinamica internazionale, poli attivi della quale sono i governi e i servizi statunitense, britannico, israeliano, saudita, turco ed egiziano. La “pace per farla finita con qualunque pace” imposta al Vicino Oriente dalla Conferenza di Parigi del ’19-’20 sotto la maldestra regia del presidente Thomas Woodrow Wilson fallì quasi subito nel ’23, quando gli Stati Uniti, sotto la pressione della Turchia di Mustafa Kemal Atatürk, rinunziarono, con il trattato di Losanna, alla nascita di un Kurdistan indipendente già annunziata tre anni prima nella conferenza di Sèvres.

Quella malpensata idea di Woodrow Wilson andò trasformandosi in una vera e propria “guerra dei Cent’Anni” che dura ancora – e probabilmente durerà per chissà quanto altro tempo – attraverso le guerre arabo-israeliane del ’48-’74, la mancata soluzione del problema israeliano-palestinese, la perdurante crisi libanese, la rivoluzione islamica iraniana del ’79, seguita dal lungo conflitto irano-iracheno, del quale gli occidentali – mandanti e finanziatori di Saddam Hussein – fingevano di non accorgersi, la “rivoluzione talibana” in Afghanistan, organizzata dai wahhabiti sauditi-yemeniti e l’ambiguo affermarsi dell’attività terroristica di Al Qaida prima, del Daesh più tardi.

Questo, il contesto di un tragico scenario, i clous del quale, per noi, sono stati il Nine Eleventh, lo sterminio della redazione di Charlie Hebdo, la mattanza del Bataclan, mentre lontano dai nostri cieli – e ohimè dalle nostre coscienze che si fingono tranquille –, dall’Afghanistan allo Yemen si muore ogni giorno sotto i missili e i droni. Mentre le nostre coste sono mèta di un movimento migratorio dall’Africa e dall’Asia che noi attribuiamo genericamente alle “guerre” e alle “dittature” ma che ha, viceversa, stretti rapporti anche con interessi e business che a loro volta sono denunziati in questo libro di Meyssan e che del resto altri avevano già rilevato.

Certo, il quadro è ampio e complesso. Molto più redditizio il sfrondarlo il più possibile ricorrendo al passepartout del “complotto” delle Forze Oscure della Reazione in Agguato: l’Islam naturalmente (meglio se assunto in blocco, come se avesse un volto solo e un’anima sola, e marchiato a fuoco in quanto “religione violenta” con la quale il dialogo sarebbe “impossibile”). Salvo poi tenersi ben stretti come partners economico-finanziari e commerciali, nonché come alleati politico-militari, potentati musulmani esplicitamente retrivi. Chiunque abbia motivo di dissentire dalla politica statunitense, occidentale e atlantista viene a sua volta definito “complottista”. Può sembrare strano che ambienti politici e mediatici che scorgono a ogni piè sospinto l’ombra inquietante dell’antiamericanismo trasformando sistematicamente qualsiasi critica ai governi statunitensi in una manifestazione di preconcetta ostilità, e chiamando puntualmente in causa anche l’“antisionismo” al quale si tende a ridurre ogni voce critica nei confronti di questa o di quella scelta dei governi israeliani – e si fa presto, poi, a scivolare dall’“antisionismo” all’“antisemitismo”, trattandoli quasi come sinonimi – si prendano il lusso di accusare di “complottismo” chi con loro non è d’accordo: ma questa è, quando ci si senta più forti, la tattica del superior stabat lupus che Esopo e Fedro ci hanno insegnato molto bene a conoscere.

Con queste premesse, non è affatto strano se la critica alle posizioni di Meyssan si traduca, in pratica, in un’intensa e reiterata demonizzazione: le sue tesi sono talmente “aberranti”, le sue ipotesi talmente “inaccettabili” che non ci si prende nemmeno il disturbo di confutarle. Esiste una folta letteratura antimeyssaniana che, una volta esaminata (provare per credere), ha l’effetto di provocare nel lettore avveduto un irresistibile buonumore: e finisce di solito che il severo censore ci fa, alla prova dei fatti, la figura dell’arroseur arrosé. È straordinario come una serie molto nutrita di libri, di saggi e di articoli ci trasmetta con poche variabili le stesse argomentazioni e com’esse siano costituite soprattutto di accuse, d’illazioni, di proteste alle quali molto di rado si accompagna l’evocazione di qualche evento o di qualche “prova”. Che, quando c’è, è della qualità della famosa Guida spirituale rocambolescamente rinvenuta tra le carte di Muhammad Atta e nell’auto di Nawaf al-Hazmi. Di queste screditate “prove”, dichiarate “illuminanti”, sono piene pubblicazioni come quella, giudicata – ed è tutto dire – fondamentale, di Guillaume Dasquiè e Jean Guisnel, L’effroyable mensonge (2002, tradotta in italiano col titolo Il complotto, Guerini e Associati, 2003), in Italia seguita anche da 11/9. La cospirazione impossibile, a cura di Massimo Polidoro (Piemme, 2007) e da Critica della ragion complottistica di Valter Coralluzzo (Aracne, 2009). Di recente, la posizione ufficiale statunitense si è aggravata; come sempre accade quando, volendo strafare, si ricorre all’argomento più debole nell’intento di spararla più grossa. Ed ecco l’excusatio non petita delle foto dei resti presunti dell’aereo 757 delle American Airlines, che avrebbe dovuto colpire il Pentagono e del quale non c’era sicura traccia. Un video diffuso nel 2006 avrebbe dovuto tacitare i dubbiosi, ma non era bastato. Ed ecco, undici anni dopo, nell’aprile del 2017, le ben ventisette foto dell’aereo appena schiantatosi, con tanto di numero del volo in bella evidenza, fornite premurosamente dall’FBI. In eccessiva evidenza, si direbbe: e perché diciassette anni dopo l’evento?

La questione non è quindi chiusa, la battaglia non è finita. Thierry Meyssan prosegue nelle sue ricerche e nelle sue accuse ripensando ora, con questo nuovo libro, i quasi quattro lustri di politica mondiale che dall’avventura di George Bush jr. ci hanno condotto al singolare esperimento di Chiomarancio Trump. È decisamente un libro ardito, scritto con il supporto di un’eccezionale conoscenza del quadro vicino-orientale ma pieno d’ipotesi alcune delle quali non mi sentirei francamente di sottoscrivere, ma nessuna delle quali ritengo inutile o implausibile.