D’Alema: archiviamo una legislatura fallimentare, ora non vincerà nessuno

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Autore originale del testo: Giuseppe De Tomaso
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

 di Giuseppe De Tomaso – 29 dicembre 2017, Intervista a Massimo D’Alema su La Gazzetta del Mezzogiorno

Massimo D’Alema, lei ha detto che la prossima sarà una legislatura costituente. Ma per fare cosa?

Innanzitutto va detto che sta per essere archiviata una legislatura fallimentare. Il che rende necessaria una legislatura costituente.

Colpa di chi il fallimento della legislatura?

Essenzialmente di Renzi, anche se il direttore de Il Foglio in un’analisi disperata attribuisce la colpa al popolo italiano. La riforma costituzionale è fallita per un eccesso di arroganza e personalizzazione da parte degli autori. Se c’è un argomento che non può essere affrontato con prepotenza e ambizione estreme, questo è la revisione costituzionale. Si tratta di una materia che dev’essere condivisa da vasti settori. Anche sulla legge elettorale Renzi ha combinato guai, portandoci a una riforma confusa, che rischia di ingannare pure lui che l’ha proposta. In questo scenario, addio governabilità.

Soluzioni?

L’obbligo di una legge elettorale che introduca un premio di governabilità. Senza pasticci.

E sul piano costituzionale quali riforme suggerirebbe?

È una materia che richiederebbe più tempo di discussione. Già all’indomani del referendum costituzionale avevamo presentato la proposta per la drastica riduzione del numero dei parlamentari e per la semplificazione del procedimento legislativo (attraverso l’introduzione di un comitato di conciliazione che eliminasse la navetta delle leggi tra le due Camere).

Ci sarebbe da eliminare pure la navetta dei contenziosi tra Stato e Regioni.

Si potrebbe intervenire sul Titolo Quinto della Costituzione, per evitare o ridurre i contenziosi, anche se la giurisprudenza della Corte Costituzionale sta provvedendo a fare chiarezza in tal senso. Ci sono tutte le condizioni per un’intesa su questi temi specifici. Se Renzi avesse agito con realismo, la riforma costituzionale sarebbe già entrata in vigore.

Se nessuno vincerà a marzo, sarà decisivo il ruolo del Capo dello Stato. Che farà Mattarella?

Mattarella non sembra intenzionato a interpretare la sua funzione in senso invasivo. Mi sembra piuttosto incline a una visione conservativa. Anche per questa ragione, si è preoccupato che si andasse al voto con un governo non sfiduciato.

Ci avviamo a lunghi periodi di stallo governativo, come sta accadendo in Germania ed è accaduto in Belgio e Spagna.

In Europa è entrato in crisi il tradizionale bipolarismo fondato sulla competizione, sull’alternanza tra socialisti e conservatori. Ciò ha determinato un processo di frammentazione politica in quasi tutti i Paesi dell’Unione. Con profonde ripercussioni sulla governabilità.

C’è chi non esclude un’intesa tra Liberi e Uguali e i Cinque Stelle, dopo il voto.

Vedo fiorire una letteratura sul dopo voto. Con tutta onestà, non so dire cosa accadrà. Ci sono incertezze sui numeri, innanzitutto. Né sappiamo che impatto avranno le nuove regole del voto sull’opinione pubblica. Ma siccome la legge elettorale viene presentata ai cittadini come una soluzione uninominale-maggioritaria, la tendenza sarà quella di votare le persone, forse senza neppure rendersi conto che votando un candidato se ne eleggeranno altri due che nessuno conosce. Ci troviamo di fronte all’unica legge elettorale che prevede la traslazione del voto, da un partito all’altro. Come si fa a prevedere, in queste condizioni, quali saranno gli effetti delle nuove regole? Io stesso non sono ancora riuscito a capire il meccanismo di attribuzione degli eletti, pur essendomi applicato con impegno.

Quindi, alleanze tutte da studiare.

Assisteremo a una finta competizione per il governo, dato che la legge non consentirà a nessuno di ottenere il consenso, la maggioranza sufficiente per governare.

Si tornerà a votare presto?

Con l’attuale legge elettorale sarebbe una follia. Significherebbe sfidare il buonsenso. Ci si dovrà affidare a chi conosce bene la materia delle regole elettorali.

Verso quale modello?

Direi quello uninominale. Anche per questa ragione ho accettato la sollecitazione a candidarmi al Senato, uscendo dalla condizione di benessere vissuta in questi cinque anni per non aver sofferto in presa diretta le umiliazioni inflitte alle istituzioni. Il collegio uninominale mi ha spinto a presentarmi, perché questa forma elettorale restituisce alla politica la dimensione umana, quella fondata sul rapporto diretto con le persone. Ecco. Vorrei una legge maggioritaria fortemente imperniata sui meccanismi di selezione attraverso i collegi uninominali.

Sta riproponendo il modello francese?

L’idea non dispiace. Ovviamente servirebbe una fase di ricomposizione delle aree politiche, a cominciare dal centrosinistra. Il che passa attraverso la sconfitta elettorale di Renzi: lui ha stravolto il Pd e il centrosinistra.

«Liberi e uguali» dove pescherà i voti? A sinistra…

L’altro ieri a Tricase c’è stata una manifestazione a nostro sostegno organizzata dal mondo cattolico. Io ho aperto la campagna elettorale nel teatro della parrocchia di S. Antonio. Dicono che siamo la sinistra radicale. Ma quand’eravamo la sinistra moderata, non mi è mai capitato di avviare una campagna elettorale in un teatro parrocchiale, introdotto dal presidente delle Acli. «Liberi e eguali» è una formazione aperta e plurale. E’ assai profonda l’attenzione, l’attrazione verso il mondo cattolico.

Speranze di affermazione?

Sono assai scettico verso i sondaggi. Ma il trend è crescente. Un mese fa eravamo al 5,7%. Oggi siamo al 7,9%. Superare quota 10% è un traguardo a portata di mano.

Lei si candiderà al Senato nel collegio uninominale di Nardò-Gallipoli-Tricase. Si candiderà anche in quello plurinominale?

Sì, sarò il capolista nel plurinominale. Il che non costituisce una garanzia, un paracadute.

La destra è data in forte recupero.

Ma Berlusconi e Salvini nel Sud non evocano ricordi positivi. Poi Renzi ha deluso…

E Di Maio? I sondaggi sono positivi per lui, che parla di governo e nuovi ministri.

I 5Stelle avevano il fascino della novità, ma si è rivelata fallimentare la loro gestione delle principali città italiane. Loro sono uno straordinario partito del giorno prima, ma la gente ora inizia a pensare a quelli che saranno bravi dal giorno dopo. A Roma i 5stelle sono divisi in gruppi e correnti in guerra tra loro. Hanno mutuato sùbito i difetti della vecchia politica.

Emiliano non va d’accordo col governo e anche con Renzi il gelo è rimasto. Che pensa?

Non voglio entrare nelle vicende interne al Pd. Noi sosteniamo Emiliano alla Regione. Da aspirante parlamentare del Salento vorrei parlare dei problemi di questo territorio, dove sono accolto sempre con affetto e simpatia. Forse sarebbe opportuno che Emiliano riservasse a sé un ruolo di guida e indirizzo, rinunciando ad esempio alla responsabilità diretta dell’assessorato della sanità. Ma non do consigli.

Emiliano non ha più fatto la lista collaterale al Pd, su cui voi eravate insorti.

Credo che non ci fossero le condizioni per quell’operazione. Io dico solo che lui dovrebbe tenersi un po’ fuori dalla mischia elettorale per poter governare al meglio la Puglia.

Emiliano sfiderà Renzi per la leadership Pd se il Pd non andrà bene alle elezioni?

Non lo so. Non ho idea. Certo, rilevo la difficoltà di Emiliano nel dover portare voti a un governo contro cui lui è in rotta.

Emiliano a Bari ha aperto ai moderati incontrando l’ex sindaco barese Di Cagno Abbrescia. Qual è la sua opinione?

Non ho nulla contro il dialogo e la collaborazione istituzionale. Io ho sempre dialogato, anche quand’ero segretario del Pci, con il centro e la destra: da Nicola Quarta a Salvatore Fitto, dall’indimenticabile Walter Distaso fino a Pinuccio Tatarella. L’importante è non travalicare il discrimine tra dialogo e trasformismo. Il dialogo è un fatto positivo. Il trasformismo è un male, soprattutto nel Sud.

Lei ha criticato duramente governo e parlamentari locali sul gasdotto Tap. In passato lei si era dichiarato favorevole al gasdotto.

Il Salento non si sente adeguatamente rappresentato nelle istituzioni nazionali. La cosa più spiacevole di tutto il caso Tap è la mancanza di rispetto nei confronti della comunità salentina. La storia del gasdotto parte da lontano. Nei primi tempi si registrava un certo consenso. Lo strappo col buonsenso si è verificato con la decisione di fissare l’approdo del gasdotto a San Foca, in una zona ad alta densità turistica. Bisognava negoziare con gli enti locali per individuare soluzioni più accettabili. Ora è difficile riprendere il discorso. La linea dura, muscolare ha creato una ferita nella società salentina. Non si può militarizzare il territorio. In tutto ciò ho visto quella logica coloniale che spesso ha caratterizzato l’approccio dello Stato centrale verso il Mezzogiorno.

Altra questione salentina è la Xylella.

Solo gli ulivi pugliesi avrebbero potuto consentire a Ulisse di costruire il suo letto nuziale. L’Ulivo è la nostra civiltà. Un contadino mi ha detto che la Xylella è come un terremoto. Il sisma abbatte i palazzi, il batterio demolisce i monumenti agricoli. Si è agito a casaccio. Ad esempio: non si è avvertita l’esigenza di un grande convegno scientifico sulla xylella, per trovare valide soluzioni. Ora si vogliono reimpiantare specie resistenti. Ma questo tipo di interventi non può riguardare solo le grandi aziende, deve venire incontro anche alle richieste di quelle più piccole, a carattere familiari. L’Ulivo è il Salento, tocca il cuore della gente.

Ilva. Chi ha ragione tra governo e Regione Puglia?

Non so in quale Paese uno Stato partecipa a una gara, ma fa vincere il suo competitore, fra l’altro non avendo la certezza, sempre lo Stato, che il vincitore supererà la verifica Antitrust. In breve: non sappiamo se l’Unione Europea darà l’ok ad Arcelor Mittal. Pende una grave incertezza sull’intera vicenda. Il che mette a rischio la sorte di uno grande stabilimento produttivo. E non voglio ricordare poi l’approccio iniziale di Mittal Arcelor, assai rude, anche se poi ha mitigato i toni. Poi dalla cordata è uscito il gruppo Marcegaglia, ed è entrata la Cassa Depositi e Prestiti. Il tutto denota una gestione pasticciata.

Emiliano insiste sulla decarbonizzazione. E sta sfidando il governo. Lei condivide?

Non sono contrario alla decarbonizzazione, ma ciò chiama in causa la questione del gasdotto. La decarbonizzazione, comunque, non era inserita tra le condizioni per l’aggiudicazione della gara. Emiliano avrebbe dovuto chiedere e imporre al governo l’obbligo della decarbonizzazione tra le clausole di acquisto dell’Ilva. Bisognava rendere più chiari i patti con l’acquirente. Ovvio che la situazione preoccupa, sia sul piano occupazionale sia sul versante del risanamento ambientale, sempre più in ritardo. Deve ripartire il negoziato, sulle basi poste dal Comune di Taranto. E serve una collaborazione trasversale, istituzionale.

Si dice che D’Alema potrebbe diventare il prossimo presidente del Senato…

Non scherziamo. Lei ha presente il noto apologo della ricotta? Sono ancora di fronte al delicato problema di portare la ricotta al mercato e venderla. E lei vuole sapere come impiegherei l’eventuale ricavato? L’apologo informa che mentre la ragazza pensava al ricavato, la ricotta cadde per terra e il suo sogno svanì. Dico solo che sarà una competizione elettorale difficile. Vedremo come finirà.