D’Alema: “fare quadrato con l’establishment europeo in difesa dello status quo contro i sovranisti sarebbe suicida”

1
211

di Massimo D’Alema – 20 ottobre 2018

Finalmente sembra aprirsi una discussione nella sinistra e nel Partito Democratico sulle ragioni della sconfitta del 4 marzo e sulle prospettive sul futuro. C’è voluta la spinta di quelle migliaia di militanti della sinistra che dopo mesi di frustrazione sono tornati in piazza. Certamente si può e si deve ripartire da questa generosa volontà di tornare in campo, dalla disponibilità a impegnarsi, dal bisogno di tante persone che la sinistra torni a esserci e a dire la sua sulle principali questioni del paese. Certo, ci è voluto molto tempo perché tornasse a manifestarsi qualche segnale di vita, tuttavia credo si debba guardare con rispetto alla vicenda travagliata e confusa che il Partito Democratico e la sinistra italiana nel suo complesso stanno vivendo dal 4 marzo. Sarebbe troppo facile abbandonarsi a un giudizio liquidatorio, ma non può essere questo il modo di ragionare di chi abbia a cuore non solo gli ideali e i valori della sinistra ma anche l’avvenire della nostra democrazia.

È evidente che il lungo marasma non è stato soltanto il frutto della sconfitta elettorale. Il problema è che dopo il 4 marzo non si è imboccata la via più limpida e ragionevole e cioè quella di una discussione seria e libera sulle ragioni della sconfitta. Il maggior partito del centrosinistra avrebbe dovuto promuovere un congresso aperto chiamando a discutere tutte le forze e le persone interessate al futuro del Paese e al destino del campo progressista. Anche chi dal PD si è separato non ha saputo o non ha potuto proporsi come promotore di una nuova stagione per la sinistra. Ha pesato la scarsa forza elettorale, frutto di un’operazione tardiva e improvvisata, e anche l’incertezza circa la prospettiva che già all’indomani delle elezioni è affiorata tra i protagonisti. Bisogna quindi riconoscere che lo stato di confusione e l’incapacità ad allineare una nuova prospettiva hanno pesato e pesano sull’insieme del centrosinistra e questo ha finito per paralizzare l’iniziativa politica e aggravare la crisi.

Sembra anche abbastanza vacuo l’argomento secondo cui la sinistra anziché chiudersi in discussioni divisive dovrebbe oggi impegnarsi in una dura opposizione. Certo che è necessario fare opposizione ma perché sia efficace deve essere in grado di prospettare un’alternativa per il Paese; sembra difficile considerare credibile la lotta nel nome di scelte politiche e di una leadership che i cittadini hanno travolto qualche mese fa. Per ora non si intravede un nuovo progetto in grado di dare una risposta alle domande sociali, alla richiesta di tutela e di protezione che si sono manifestate con le elezioni politiche. Senza un nuovo progetto i clamori, gli ostruzionismi e persino le manifestazioni mobilitano i militanti ma non allargano l’area del consenso. Se oggi l’opposizione potesse presentarsi con il volto di una nuova leadership e con l’indicazione nuova per il Paese, che sappia opporre una proposta forte non solo alla deriva presente ma anche agli errori del passato, la situazione dell’Italia sarebbe già ora molto diversa. Anche per questo ci vuole coraggio politico, chiarezza e lealtà perché le furbizie e le omissioni non aiuteranno a dare quel segno chiaro di cambiamento senza il quale sembra impossibile ricreare una sintonia con il Paese. Ricordiamo ciò che accadde nel 1994 quando la sinistra fu travolta da Berlusconi e poi nel 2001 quando alla sconfitta elettorale si aggiunse la contestazione dei girotondi a un intero gruppo dirigente. Ci fu discussione, battaglia politica e i cambiamenti necessari aprirono la via alla ripresa, all’allargamento delle alleanze e alla riconquista del consenso.

Abbiamo sentito echeggiare in questi giorni l’appello all’opposizione e all’unità. L’unità è certamente un grande valore, ma non a scapito di una discussione vera sulle ragioni della sconfitta, altrimenti diventa soltanto un espediente per l’autoconservazione di un ceto dirigente. Anche la battaglia di opposizione comporta un interrogativo sulla prospettiva politica. Dopo che è stato diroccato il campo del centrosinistra e dopo che si è deciso di spingere il Movimento 5 Stelle tra le braccia della Lega di Salvini qual è la prospettiva politica? Realisticamente si deve riconoscere che se dovesse cadere la maggioranza giallo-verde sotto il peso dei suoi errori e per la forza delle opposizioni economiche e politiche la prospettiva più probabile per l’Italia sarebbe quella del ricostituirsi di una maggioranza di centrodestra: il “rassicurante” ritorno di Berlusconi alla guida del Paese non mi pare una prospettiva entusiasmante e soprattutto non sembra la parola d’ordine che possa motivare la sinistra a tornare in campo.

Si può certamente dire che rispetto ad altri difficili momenti del passato del Paese oggi ci troviamo a un passaggio più complesso e cioè di fronte ad una sconfitta che segna la fine di un lungo periodo e si colloca in un quadro internazionale che conferma il carattere profondo e non congiunturale delle tendenze che investono il nostro Paese. A maggior ragione questo richiederebbe una riflessione coraggiosa e di grande respiro e non l’incalzare dei tweet quotidiani. È vero che si chiude un ciclo, come è stato scritto, e che quindi lo sguardo critico deve spingersi oltre l’arco di un ventennio che ha visto logorarsi progressivamente la base sociale del consenso alla sinistra. Ma ciò non consente di eludere una discussione sulle scelte di questi anni anche perché ci si è mossi nella direzione esattamente contraria alla necessità di ricostruire il rapporto tra la sinistra e la sua base popolare.

La grande maggioranza dei lavoratori, privati e pubblici, e una buona parte degli insegnanti hanno percepito come ostile la politica del centrosinistra. A questa ostilità si è aggiunto un crescente rancore verso quella parte politica da cui si pensava di dover essere protetti e non colpiti. Se non si capisce che per mutare questi sentimenti occorre una chiara, netta e coraggiosa inversione di tendenza e il riconoscimento onesto degli errori compiuti non credo che potrà aprirsi un nuovo processo positivo. Sarebbe certamente un errore limitare la riflessione critica a questi anni: c’è, lo ripeto, una lunga fase su cui tornare a riflettere con serietà.

I progressisti americani e la sinistra europea hanno cercato sin dagli anni Novanta di dare un’anima politica al processo tumultuoso di crescita del capitalismo globale. La socialdemocrazia europea veniva dalla grande esperienza storica dello stato sociale: una sfida vinta conciliando sviluppo capitalistico, democrazia e giustizia sociale. La globalizzazione fu vista come una sfida inevitabile ma anche un’opportunità e l’idea prevalente fu quella di favorire e accompagnare il processo attraverso un’opera di apertura dei mercati ma anche rafforzando le forme di integrazione e di regolazione sovranazionale. L’Unione europea apparve come un modello da questo punto di vista. La cultura dominante è stata a lungo una visione liberale temperata dai valori solidaristici di radice socialista e cristiana. Una visione sorretta da una valutazione ottimistica della globalizzazione, dalla convinzione che la crescita del mercato mondiale, l’innovazione tecnologica e la cooperazione internazionale avrebbero di pari passo allargato le opportunità e favorito benessere diffuso e mobilità sociale. La nascita stessa del PD in Italia appare come un frutto, peraltro tardivo, di quella stagione politica e culturale ormai superata.

Spetterà ormai agli storici valutare in quale misura la svolta “liberale” della sinistra fosse la conseguenza inevitabile del fallimento dello statalismo sovietico e della crisi dei modelli europei di economia mista di fronte all’incalzare della competizione globale. Non è neppure facile comprendere quali avrebbero potuto essere le alternative in particolare in un Paese come l’Italia, colpito da una crisi drammatica del sistema politico democratico, oppresso da un peso schiacciante del debito e alle prese con una larga inefficienza del sistema pubblico.

Quello che qui importa sottolineare è che questa visione liberal-socialista si è rivelata largamente illusoria e che il riformismo è rimasto schiacciato tra il peso dell’economia globale e dei mercati e la limitata possibilità di azione di istituzioni politiche rimaste sostanzialmente nazionali. Mentre grandi gruppi finanziari globali e i Paesi economicamente più forti ostacolavano con successo la costruzione di istituzioni internazionali in grado di regolare efficacemente il funzionamento dei mercati. Si potrebbe anzi dire che l’orientamento prevalente delle istituzioni internazionali – e soprattutto di quelle economiche di maggior peso – è stato quello di operare attivamente perché una visione neoliberista si affermasse progressivamente in ogni parte del mondo. Gli effetti li abbiamo potuti misurare in questi anni e sono apparsi evidenti e drammatici a partire dalla crisi del 2008. La crisi finanziaria e poi economica non è stata solo l’effetto del fallimento della pretesa autoregolazione dei mercati, ma il punto di arrivo di un processo sociale segnato dalla crescita delle diseguaglianze, dall’impoverimento delle classi medie, dalla precarizzazione e svalorizzazione del lavoro, mentre la ricchezza finanziaria si concentrava in gruppi sempre più ristretti. L’enorme disparità di ricchezza e opportunità finisce per logorare non solo la coesione sociale ma la base stessa della democrazia.

Noi viviamo, a partire dal 2008, una lunga e logorante crisi. La crisi della globalizzazione neoliberista e dell’egemonia culturale e della cultura dominante che ha segnato questo periodo, senza che riesca ad affermarsi una nuova visione del mondo e dello sviluppo. Come scriveva Gramsci nell’interregno tra il vecchio che muore e il nuovo che non riesce ad affermarsi “possono nascere i fenomeni morbosi più svariati”. La confusa rivolta popolare a cui si assiste in Europa e che si esprime in un rancore verso le élite politiche e, non raramente, in forme di regressione nazionalista e razzista è uno di questi fenomeni morbosi; così come lo sono la crescita di conflitti e in generale il disordine del mondo e l’incapacità delle istituzioni internazionali e dei grandi poteri di farvi fronte. Tutto ciò è espressione di una lunga crisi che è appunto una crisi di egemonia.

Eppure se si ripensa all’ottimismo che nell’aprile del 2009 segnò la confusione del G20 di Londra si poteva sperare in un esito diverso. Furono Barack Obama e Gordon Brown ad annunciare decisioni storiche contro la speculazione fiscale, i paradisi fiscali, ad annunciare nuove regole e ambiziosi obiettivi. “Dalla crisi” concluse il leader laburista “emergono le fondamenta di una nuova cooperazione internazionale, di un nuovo ordine mondiale”. In realtà negli anni successivi poco si è mosso nella direzione indicata e la ripresa economica, incerta, ineguale e stentata, non ha corretto gli squilibri e le iniquità che hanno segnato il ventennio precedente.

È mancata la forza politica per procedere in quella direzione, e cioè per costruire una guida efficace della globalizzazione e affermare una nuova visione e una nuova “filosofia”. La ripresa economica non si è dunque rinnovata nel quadro di una rinnovata cooperazione internazionale, ma si è piuttosto accentuata la conflittualità tra gli Stati, in particolare tra quelli più forti sino all’esplodere di inquietanti guerre commerciali come quella oggi in atto tra Stati Uniti e Cina dalle conseguenze imprevedibili. In questo quadro anche la solidarietà europea si è indebolita. Per un verso l’Unione è apparsa sempre più caratterizzata da un equilibrio intergovernativo che finisce per far prevalere gli interessi dei Paesi più forti rispetto alle esigenze della integrazione. Ciò che è più grave è il ridursi drammatico del consenso e della fiducia verso l’UE e il suo futuro, anche perché le istituzioni di Bruxelles sono apparse sempre più, persino al di là del vero, esclusivamente come garanti di regole finanziarie e monetarie e non come promotrici di politiche di sviluppo e solidarietà. La crisi dei rifugiati ha segnato un punto gravissimo di caduta di quella condivisione di responsabilità che è stato uno dei risultati più importanti del dopoguerra della integrazione europea. Un’Europa svuotata dei suoi valori finisce così per essere un facile bersaglio di campagne che si definiscono populiste e di risorgenti spiriti nazionalistici.

La sinistra europea ha pagato il prezzo più alto stretta tra la destra tecnocratica e “ordoliberista” dominante a Bruxelles e la crescente insofferenza dei ceti popolari verso le politiche di austerità cavalcata dalle nuove destre populiste e nazionaliste. Non è un caso che, a sinistra, abbiano saputo ritrovare forza e vitalità i partiti che si sono sottratti a un patto consociativo con i conservatori – magari in nome dell’europeismo – e hanno invece recuperato il loro ruolo critico e una capacità di rappresentanza del mondo del lavoro e dei ceti popolari più deboli. D’altro canto l’impasse della sinistra tradizionale non ha soltanto favorito uno slittamento di consensi popolari a destra, ma anche il sorgere o l’affermarsi di nuove forze critiche nei confronti dei caratteri e dello sviluppo capitalistico e della globalizzazione. Penso non solo a Syriza e a Podemos o al graduale sostituirsi dei Verdi alla SPD – prigioniera della Grande coalizione – come principale forza di opposizione in Germania, non solo alla nuova sinistra di Melenchon in Francia, ma anche – sia pure in modo diverso e assai più ambiguo – al M5S, che sarebbe sbagliato omologare alla destra non fosse altro perché ha potuto conquistare una parte importante dell’elettorato tradizionale della sinistra nel nome della lotta alla povertà, all’ingiustizia e ai privilegi.

È evidente che soltanto una sinistra in grado di interpretare la propria funzione storica di forza che combatte la diseguaglianza e l’ingiustizia sociale può pensare di contendere al populismo il consenso dei ceti popolari, altrimenti si riduce a essere una forza esclusivamente rappresentativa di una parte del ceto medio, come sta avvenendo in diversi Paesi europei con una progressiva emarginazione delle forze progressiste. Nello stesso tempo ritengo che occorra una strategia dell’attenzione, quando non sia possibile una collaborazione, nei confronti di tutti quei movimenti anti-establishment che non siano riconducibili alla destra razzista e nazionalista. Abbiamo salutato alcuni giorni fa l’accordo tra PSOE e Podemos in Spagna. Ma anche in Portogallo i socialisti hanno rifiutato l’accordo con i conservatori e hanno formato un governo insieme alla cosiddetta sinistra radicale. Forse non è un caso e, malgrado le difficoltà, in questi due Paesi la sinistra è al governo e si dimostra vitale.

Non credo che indicare alla sinistra la necessità di rilanciare la sua funzione critica e il suo progetto di trasformazione sociale significhi indicare la strada di una regressione agli anni Cinquanta o Sessanta del secolo scorso. È evidente che il tema dell’uguaglianza deve sapersi collegare in modo innovativo con quello di una crescita economica e della compatibilità ambientale. È chiaro che anche le forme dell’azione pubblica non possono essere quelle del passato e che fondamentale è la capacità innovativa e propulsiva dello Stato accanto all’ineludibile ruolo di regolazione dei mercati al livello nazionale e internazionale. Tuttavia l’ideologia privatistica e anti statale, la concezione secondo cui l’unico compito della politica era quello di rimuovere gli ostacoli per consentire all’economia e alla finanza di dispiegare la loro forza propulsiva, ha fatto il suo tempo e appare oggi, alla luce della crisi, come una cattiva ideologia che ha prodotto danni sociali e fragilità economiche.

Una sinistra europea che voglia credibilmente rilanciare la sua funzione e ritrovare le sue ragioni non può che mettere al centro della battaglia dei prossimi mesi una visione radicalmente innovativa dell’UE, la necessità di una vera e propria rifondazione dell’Europa e di un rinnovato patto fra istituzioni comuni e cittadini. L’idea di fare quadrato con l’establishment europeo in difesa dello status quo contro la “barbarie sovranista” sarebbe suicida. D’altro canto i conservatori tedeschi si muovono già in un’altra direzione. Non credo che il partito di Angela Merkel voglia perdere il controllo sulle istituzioni di Bruxelles. Ed appare assai problematico pensare che dopo le elezioni del 2019 possa mantenersi quell’asse maggioritario tra popolari e socialisti che ha retto l’Unione negli ultimi 25 anni. È evidente che ci sono forze nel PPE che già si muovono in un’altra direzione, cioè quella di un’alleanza che includa una parte della destra. In fondo la visione intergovernativa dell’Europa che ha prevalso in questi anni può consentire un riequilibrio che non metta in discussione l’Unione ma ne ridimensioni drasticamente le ambizioni politiche e il respiro ideale.

L’alternativa non può che essere una proposta coraggiosa di riforma e di integrazione politica. Ma perché sia credibile l’idea di un’Europa che abbia più, e non meno, potere bisogna che questa sia sostenuta da un progetto radicale di democratizzazione e da un indirizzo nuovo di politiche economiche e sociali che comprenda la necessità di una revisione del fiscal compact e più in generale dei meccanismi di funzionamento dell’area euro.

Perché una parte del popolo torni ad appassionarsi all’Europa bisogna saper far immaginare un’Europa che sia garante di investimenti, innovazione e diritti sociali anziché presentarsi come un vincolo e un ostacolo a tutto ciò.

Per questo lo scenario peggiore per la sinistra sarebbe quello di un’elezione europea in cui si fronteggiano i sostenitori dell’europeismo tradizionale da una parte e, dall’altra parte, i nuovi profeti della ribellione dei popoli contro la “tecnocrazia” di Bruxelles. Il tema non può che essere quello di un nuovo patto fondativo che sconfigga il nazionalismo nel nome di quei valori di solidarietà, di progresso e di giustizia sociale che oggi non appaiono più essere quelli che ispirano l’azione dell’Unione europea.

Una visione coraggiosamente innovativa del rapporto con l’Europa è cruciale anche per delineare una prospettiva politica per l’Italia. Sembra via via più chiaro che l’alleanza giallo-verde che governa il paese è l’espressione di interessi e culture per molti aspetti in conflitto tra di loro. L’analisi secondo cui Lega e 5 Stelle sarebbero due facce della stessa destra appare superficiale e propagandistica. D’altro canto non è facile spiegare come mai improvvisamente la sinistra sia sparita e l’80% dell’elettorato si sia ritrovato a destra. In realtà una parte del popolo della sinistra ha votato per un movimento nel quale si esprime, sia pure in modo semplicistico e contraddittorio, quella rivolta etica e sociale contro l’ingiustizia cui il centrosinistra non ha saputo dare risposta; anzi, che in questi anni, spesso non ha saputo nemmeno vedere. Siamo di fronte a due diversi populismi, anche se a me sembra vi sia un solo disegno politico: quello di Salvini e della destra. Un disegno politico che guarda oltre l’attuale transizione e che non a caso appare crescentemente egemonico.

Scriveva Gramsci che l’egemonia si costruisce sapendo cogliere gli elementi di verità che sono contenuti nella visione degli altri. Così Salvini ha vinto il dopo elezioni (non dimentichiamo che il 4 marzo la Lega fu terza) cogliendo le ragioni della rivolta popolare e volgendola, per un verso, contro gli immigrati in una guerra tra poveri, per altro verso contro “il globalismo progressista” delle élite europee: cioè dentro le coordinate culturali della destra. All’orizzonte c’è un nuovo equilibrio politico in Europa e in Italia la consunzione di 5 Stelle e una prospettiva di governo durevole per la nuova destra post berlusconiana. Insomma c’è una strategia.

Bisogna constatare con dolore che il dibattito a sinistra non lascia intravedere nulla di paragonabile. Lo dico con rispetto verso la generosa evocazione di nuovi “fronti repubblicani” (con chi?) o di sante alleanze da Macron a Tsipras (di cui non si sa se qualcuno abbia interpellato gli interessati) o della pur sempre necessaria “apertura alla società civile”. Forse è tempo che nella sinistra italiana – che pure a questo era avvezza – si riapra una riflessione alta sulla società e sull’Europa, una riflessione in grado di sostenere una nuova visione strategica. Di questo ha bisogno l’Italia: una sinistra con l’ambizione di tornare a essere forza propulsiva e determinante per il futuro del Paese.