Ma davvero le classi sociali sono scomparse?

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di Marzio Barbagli, Chiara Saraceno e Antonio Schizzerotto  23 maggio 2017

Nel Rapporto annuale 2017 l’Istat sostiene che le classi sociali sono ormai scomparse dalla società italiana e le sostituisce con nove gruppi. Ma la nuova classificazione è un passo indietro perché debole sotto il profilo concettuale e metodologico.

Nove gruppi al posto delle classi sociali

Nel Rapporto annuale 2017 l’Istat sostiene che le classi sociali sono ormai scomparse dalla società italiana, che è venuto meno il “senso di appartenenza” a esse, e presenta una nuova classificazione a nove gruppi. L’affermazione secondo cui le attuali disparità sociali avrebbero frammentato e travolto le vecchie classi sociali non è nuova. Né è nuova l’affermazione secondo cui le persone non si identificano più nelle classi.

Ma proprio nelle due negazioni sta la prima contraddizione del Rapporto: si dichiara la scomparsa delle classi sociali, ma si afferma, per altro senza alcuna evidenza empirica, che i nove raggruppamenti identificati dall’Istat su base statistica sarebbero “strutturali” e fornirebbero “forme di appartenenza e identificazione”, ovvero avrebbero la caratteristica tradizionalmente associata alle classi.

La debolezza concettuale dell’esercizio diventa metodologica con l’inversione del rapporto tra causa ed effetto. Laddove le classi sono state sempre intese come fattori generativi di disuguaglianza – e non come il suo risultato -, l’Istat procede in direzione contraria. Guarda alle diseguaglianze di reddito, di istruzione, di esposizione ai rischi di disoccupazione e di povertà non come effetti dell’appartenenza a un gruppo sociale, bensì come elementi costitutivi di quel gruppo. Considera sì la posizione occupazionale come la prima discriminante, ma in modo concettualmente troppo confuso per essere utile. Infatti, i primi due grandi gruppi in cui viene suddivisa la popolazione di famiglie, che poi vengono successivamente articolati in base a una struttura analitica “ad albero”, sono da una parte quelle in cui la persona di riferimento (paradossalmente chiamata “principale percettore di reddito”, anche quando non ne percepisce affatto) è “inattiva o disoccupata oppure lavora ma si colloca nella fascia bassa delle retribuzioni (lavoratore atipico, cioè dipendente con contratto a termine o collaboratore, operaio o assimilato)”, dall’altra tutte le altre. Date le premesse, tutti i nove gruppi dell’Istat appaiono scarsamente plausibili sotto il profilo empirico e poco comprensibili sotto quello sostanziale, essendo aggregati eterogenei di soggetti in posizioni sociali e in condizioni di vita assai difformi tra loro.

Cosa sono le “famiglie tradizionali della provincia”? Forse le famiglie tradizionali non esistono anche in contesti metropolitani? Come fanno i “giovani blu collar” ad avere un’età media di ben 45 anni? E cosa hanno in comune “le anziane sole e i giovani disoccupati” che quasi sempre vivono con i loro genitori? Difficile capirlo. Appare invece chiaro che con questa classificazione non sarebbe più possibile studiare la mobilità sociale. L’Istat ci ha presentato in passato ottimi dati sulle probabilità che ha il figlio di un operaio di entrare nella borghesia. Ora non potrà certo chiedersi se chi viene dal gruppo “anziane sole e giovani disoccupati” può passare alle “famiglie tradizionali di provincia” e da qui ai “giovani blu collar”.

Disuguaglianze all’interno dei gruppi

Il Rapporto evidenzia poi che gran parte delle diseguaglianze osservate fra gli appartenenti ai nove gruppi è spiegata da disuguaglianze interne ai gruppi invece che tra gruppi. Tuttavia, non prende il dato come prova della debolezza concettuale e metodologica del proprio esercizio, ma lo utilizza come base della propria tesi della frammentazione sociale e della sparizione delle classi.

L’analisi dell’Istat avrebbe potuto portare all’identificazione di un insieme discreto di livelli complessivi di benessere (o malessere) socio-economico. A quel punto, però, sarebbe stato necessario stabilire come questi livelli si distribuiscono entro le varie classi sociali o entro le varie categorie occupazionali. Se le classi fossero risultate internamente molto disomogenee, allora Istat avrebbe avuto un buon argomento per affermare che sono scomparse e non costituiscono più la base della stratificazione sociale. Ma così come stanno le cose, l’Istat finisce solo per contraddirsi una seconda volta.

Negli ultimi venti anni, gli istituti di ricerca privati hanno inondato i giornali di nuove, curiose tipologie sulla società italiana, durate lo spazio di un mattino. Ci auguriamo che l’Istat, un istituto pubblico con una lunga storia di serietà e di rigore, non voglia seguire la stessa strada. Nella comunità scientifica europea, per analizzare la stratificazione sociale e i suoi effetti, viene da tempo usato lo schema proposto dal sociologo inglese John Goldthorpe, assai simile agli schemi che l’Istat ha seguito in passato. Non sappiamo se ora l’Istituto intenda sostituirlo con il nuovo schema a nove gruppi che ci ha presentato. Se lo facesse sarebbe un passo indietro, che renderebbe impossibile rigorose analisi comparate.