Del Rio, “Romanella” morale

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di Anna Lombroso per il Simplicissimus – 6 aprile 2015

Nel contesto dei famigli renziani abbiamo capito che Delrio rappresenta una figura paterna. Non di quelle di una volta, vocate a dare l’esempio per indirizzare con la loro pedagogia, severa ed imparziale, i fanciulli verso il bene. No, assomiglia di più a quei genitori che difendono i figli bulli, che  prendono a male parole gli insegnanti rei di averli castigati, che nel caso infausto che i loro rampolli vengano bocciati, ricorrono al Tar. Ha dalla sua una famiglia vera, numerosa e telegenica, condivide col premier la passione per i selfie, uno dei quali ha immortalato il suo ingresso trionfale al Ministero delle Infrastrutture dove è arrivato in bicicletta, come regale concessione alla leggenda alimentata dalla stampa di regime che considera l’uso delle due ruote requisito necessario e sufficiente a garanzia di istintiva e fanciullesca attenzione per l’ambiente.

Così è stato considerato il testimonial perfetto per il nuovo corso di restauro morale che il governo vuole imprimere al dopo-Lupi,  una di quelle “rinfrescate” che nella capitale si chiamano “romanella”, insomma una mano di vernice a coprire crepe e lerciume, compreso qualche avveduto interventi di economia domestica: ridimensionamento delle risorse per le grandi opere, dettato più che da ponderata ragionevolezza dalla mancanza di fondi e dalla latitanza delle tante volte attese e celebrate figure messianiche e salvifiche degli investitori privati, quelle divinità bizzose ed imprevedibili del project financing, quelli sulle cui promesse tradite di contribuire al 60% dei lavori, si fondavano le magnifiche sorti e progressive dell’Alta Velocità nel 1990, quelli che il cavaliere senza macchia messo a detergere le grandi opere dalle patacche della corruzione e retrocesso a spaventapasseri ufficiale, definisce “gruppi di potere o di pressione del tutto autonomi dalla politica che non rispondono ai partiti, ma piuttosto ne condizionano e influenza attività e scelte”.

E quelli che l’Ue, che impartisce direttive morali a corrente alternata sull’accoglienza lasciandoci   nelle peste, encomiando accoglienza mentre respinge nella miseria senza diritti i suoi indigeni di serie B, che condanna la corruzione considerandola monopolio inviolabile della sua burocrazia o privilegio indiscutibile delle istituzioni finanziarie, sostiene erogando fondi, gran parte dei quali forniti da noi cittadini per una iniqua partita di giro mai ammessa, un miliardo e mezzo dei quali, tanto per fare un esempio, è andato direttamente a finanziare in più tranche il Mose. E la prime due della quali sono state  oggetto di una generosa elargizione senza intermediari concessa al C0onsorzione Venezia Nuova, a quella cordata costituita da protagonisti di altre grandi imprese, come il contiguo e altrettanto “scandaloso” Passante di Mestre, cui la Bei attraverso l’immancabile Cassa Depositi e Prestiti ha donato magnanimamente 350 milioni, malgrado fossero già in corso indagini della magistratura e sebbene la Corte dei Conti  avesse denunciato un rischio di infiltrazioni criminali, progettando di aggiungerne altri 700 grazie al sistema creativo ed immaginifico chiamato “project bond”, attraverso il quale saranno ancora i risparmiatori a pagare con l’adesione a fondi pensione o di investimento.

Il nuovo corso di Delrio è stato annunciato con  il ridimensionamento del piano faraonico da 285 miliardi per oltre 400 interventi che ridurrebbe a 49 il numero di opere da portare a compimento per un valore complessivo di 80 miliardi. Ma non c’è da esultare per il ragionevole e prudente risparmio: secondo una inveterate abitudine diventata sistema di governo, viene lanciato dall’etere remoto del regime il messaggio demiurgico di riforme, azioni ed opere che richiedono una formidabile mobilitazione di quattrini – quattrini che esistono solo sulla carta, nei tweet, nei lucidi. Poi di fa una pubblica ostensione di cautela e assennatezza, riducendo  gli interventi fino ad allora prioritari e le risorse destinate a finanziarli e che erano e rimangono virtuali, dando prove di  saggio buonsenso e di giudiziosa e dimostrativa attenzione ai conti della spesa.

Non c’è da nutrire aspettative favorevoli su quali saranno gli interventi strategici, cruciali e irrinunciabili nel dossier del Ministro.  Nemmeno c’è da essere ottimisti  sulla possibilità che siano accompagnati da una profonda revisione del regime Incalza  e dell’attuale qua­dro nor­ma­tivo», intervenendo sul  codice dei con­tratti per evi­tare il ricorso alle dero­ghe per urgenza; sull’asse­gnazione degli appalti grazie al ricorso ineludibile a  gare di evi­denza pub­blica; con la riduzione del numero dei cen­tri decisionali.  Invece è incoraggiante che sia nata la “coalizione sociale” Cgil-Cisl-Uil, Libera e Legambiente, con un decalogo sottoposto al neo ministro che chiede di separare controllante e controllato, aumentare i poteri dell’Anac, incentivare chi rispetta i diritti del lavoro e  porre fine al regime del  massimo ribasso. 

Conforta, perché spazza quell’equivoco di fondo che contrappone crescita e qualità, sviluppo e ambiente, occupazione e legalità. E che ha fatto del ricatto e della minaccia una procedura amministrativa, un impianto istituzionale del governo, costringendo a scegliere tra posto e cancro, tra salario e rinuncia ai diritti, tra lavoro ancorché precario e giustizia. E consola perché dimostra che si allarga il pubblico di chi non crede più alle infami baggianate che di propinano sotto forma di promesse di progresso grazie alla Tav, di ricchezza grazie a autostrade dove non passa nessuno, di tutela grazie a dighe, scavi, canali, di occupazione grazie alle fiere delle vanità ottocentesche.