Desertificazione e patriarcato capitalistico: i mali supremi dell’umanità! 1

per tonigaeta

di Antonio Gaeta, 16 ottobre 2017

Prima parte: desertificazione

Tra gli scienziati (paleontologi, biologi, geologi, astrofisici e climatologi) si discute ancora se la vita vegetale sulle terre emerse venne dagli oceani (come per gli animali) oppure fu causata dalle abbondanti piogge: quelle che fecero seguito all’evaporazione degli stessi oceani, causata a sua volta dal calore Solare: mano a mano che si diradarono le nubi, che ostacolavano la vita, anche negli oceani. Indubbiamente, fu il processo di ‘fotosintesi clorofilliana’ a introdurre l’ossigenazione nell’atmosfera terrestre: quella che rese poi possibile ai rettili di respirare ossigeno anche fuori dall’acqua.
Come sappiamo, la darwiniana evoluzione delle specie viventi sulle terre emerse ebbe inizio proprio con i rettili ! La sempre più ricca e voluminosa vegetazione permise a tutte le specie di rettili di avere cibo a sufficienza, per diventare i padroni del pianeta. Fu grazie alla loro enorme capacità di resistenza ai grandi cambiamenti climatici, che all’interno dei loro organismi le proteine vegetali acquistarono proprietà divenute poi tipiche di quelle animali. Questo facilitò l’evoluzione dei rettili carnivori a svantaggio degli erbivori. Alcuni sostengono che i più grandi dinosauri mangiavano così tanto le altre specie di rettili, da diventare fortemente obesi e, come tali, non più capaci di sopravvivere..
Tuttavia, di recente la teoria che ha trovato maggiori consensi circa la loro estinzione é quella del meteorite, che colpì la Terra (nei pressi dello Yucatan), causando l’oscuramento del Sole, per diverse decadi di anni. Questa teoria ha il merito di fare anche capire quanto ogni forma di vita sulla Terra dipende dalla giusta radiazione solare..
Stiamo nostro malgrado sperimentando di nuovo l’infausto fenomeno della saturazione dell’atmosfera, con l’immissione di polveri d’ogni genere e soprattutto di gas-serra (tra i quali la CO2 primeggia). Questa volta, però a causa dell’imbecillità e dell’arroganza delle grandi imprese multinazionali, che distruggono l’ambiente vegetale ed animale e inquinano fiumi, mari, oceani e, soprattutto l’atmosfera, sebbene esistono metodi produttivi molto meno inquinanti !
In questa pazza corsa alla distruzione di ciò che genera vita non concorrono solo le guerre per il petrolio (assunto come prioritaria fonte energetica, sebbene di elevatissimo potere inquinante), bensì in modo altrettanto determinante la sistematica azione degli incendi boschivi e dell’abbattimento con ruspe colossali (senza quindi alcuna possibilità di ricrescita) delle foreste tropicali.
Nel nostro piccolo (si fa per dire) stimiamo che la superficie forestale dell’Italia ai tempi in cui Lord Byron vantava l’attraversamento di tutta la penisola, senza mai uscire dall’habitat del bosco, fosse non inferiore al 60% del territorio nazionale. Da allora il primo inventario forestale italiano, curato dal Corpo Forestale nel 1985, censì Ha 8.675.000 di superfici boscate, pari a circa il 25% del territorio nazionale. In seguito i dati statistici di fonte privata (Statistic by country) hanno accreditato al nostro Paese nel 1990 la percentuale del 25,81, successivamente in crescita al 30,69% nel 2010, per poi continuare a crescere fino al 2013, fissando l’ultimo dato conosciuto al 31,24% della superficie territoriale.
Indubbiamente, tali crescite sono il risultato in parte delle ricrescite semi-naturali e in parte delle politiche di riforestazione (grazie soprattutto ai finanziamenti CEE).
Dette superfici con il 2′ inventario del 2005 risultarono di Ha 10.467.553, pari al 34,7% del territorio italiano, comprendendo però le aree oggetto di incendi boschivi. Quest’ultima é la spiegazione per cui alla positiva (sebbene insufficiente) espansione fino al 2005, ha fatto poi seguito un’inversione della curva parabolica, passata a registrare nel 2013 la diminuzione al 31,24% della superficie territoriale !
Se si stima che negli ultimi 4 anni (dal 2014 al 2017) gli incendi boschivi abbiano interessato superfici pari ad Ha 108.000 (fonte Legambiente), le stime delle superfici incendiate dal 2006 al 2017 (12 anni) dovrebbero essere almeno moltiplicate per 3: ovvero Ha 324.000.
In assenza di un 3′ inventario forestale italiano (grazie all’assurda abolizione governativa del Corpo Forestale), tale cifra deve, quindi, essere portata in detrazione a quella risultante dal 2′ inventario. Quindi Ha 10.467.553 – Ha 324.000 = Ha 10.143.553 ! Ovvero il 32,62% della superficie territoriale ! Pertanto in 27 anni di sviluppo (?) economico-sociale, di ingenti investimenti per ricrescita semi-naturale e riforestazione artificiale, nonché di ambientalismo governativo (verbale), compresi tra il 1990 e il 2017, la percentuale di rimboschimento forestale ha subito l’incremento del solo 2,08 ! Un’inezia, da far ridere tutta l’Eurasia !
Questo dato sconcertante porta, di conseguenza, a pensare quali sono i processi reali che prevalgono sul nostro territorio e da quali eventi/fenomeni sono caratterizzati. Sappiamo della cementificazione connessa con l’urbanizzazione di sempre più vaste aree. Tuttavia, i dati relativi a tale indagine, che sarebbe comunque importante valutare, non competono con gli spaventosi dati relativi ai processi di desertificazione del nostro territorio nazionale (in particolare centro-meridionale e insulare) !
La prolungata siccità degli ultimi mesi ha riportato in primo piano il problema delle aree a rischio desertificazione della nostra penisola. Un problema messo a fuoco con studi recenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Spiega Mauro Centritto: «In Italia, gli ultimi rapporti mostrano che è a rischio desertificazione circa il 21% del territorio nazionale, il 41% del quale nel sud del Paese. Sono numeri impressionanti, che raccontano di un problema drammatico di cui si parla troppo poco !».
Nel mondo la situazione è forse anche più seria. Sempre secondo Centritto le aree siccitose (ossia sofferenti per scarsità cronica di piogge) coprono oltre il 41% della superficie terrestre, dove vivono circa 2 miliardi di persone. Il 72% delle terre aride si trova in Paesi in via di sviluppo, e la correlazione aridità-povertà è evidente.
Ancora sul nostro Paese, continua il ricercatore: «In Sicilia le aree che potrebbero essere interessate da desertificazione sono addirittura il 70%, in Puglia il 57%, nel Molise il 58%, in Basilicata il 55%, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50%». Manca inspiegabilmente il Lazio, sebbene questi ultimi anni ha fatto registrare paurose carenze idriche (vedi Roma che prosciuga il Lago di Bracciano) !
Che cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro? Ancora Centritto: «Entro la fine di questo secolo il bacino del Mediterraneo potrebbe vedere un aumento delle temperature tra 4 e 6 gradi e una significativa riduzione delle precipitazioni, soprattutto estive: l’unione di questi due fattori genererà forte aridità». Paradossalmente, mentre per mitigare i cambiamenti climatici sarebbe sufficiente cambiare in tempo la nostra politica energetica, per arrestare la desertificazione questo non sarà sufficiente, poiché il fenomeno è legato anche alla “cattiva gestione del territorio” !
Nel mondo, se aumenteranno i territori inospitali, aumenteranno allo stesso ritmo le ondate migratorie. «A essere maggiormente colpiti dalla siccità sono infatti i Paesi sahariani, che affacciano sul Mediterraneo e quelli sub-sahariani, tra i più fragili dal punto di vista ambientale e antropico» ! Afferma ancora il ricercatore: «Molte delle persone che arrivano da noi non fuggono solo dalle guerre – ma da aree rese invivibili dalla desertificazione ! Essi sono i ‘rifugiati ambientali’. Il loro numero è destinato a crescere nel prossimo futuro. Occorre un approccio sistemico al problema, capace di riportare in equilibrio ecologico i territori a rischio !»

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