Dibattito pubblico e cattolici. L’esempio da dare

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di Umberto Folena 7 agosto 2018

Dimmi contro chi sei, e ti dirò se hai ragione, se sei mio amico, se possiedi la verità. Dimmi non chi sei e con chi sei, per che cosa lotti, qual è la tua mèta, chi sono i tuoi fratelli. No. Dimmi invece chi bisogna combattere e annichilire, usando ogni mezzo, perfino la manipolazione e la menzogna. Per quanto triste sia, questo sta cominciando ad accadere in settori non solo della società italiana, ma anche del plurale mondo cattolico. Meglio parlare di “mondo” che di “comunità”, perché quando ciò accade una comunità cessa di esistere, o almeno le manca l’aria ed entra in coma.
Tutto dipende da un equivoco sull’amore. Meraviglie e disastri sono causati dall’amore, diversamente interpretato. L’amore per la patria può tradursi in nobile patriottismo, ma anche in arido nazionalismo, o come si dice oggi in repulsivo sovranismo. In inclusione o in esclusione. L’amore è dono, libero di essere accettato o rifiutato; ma può anche mutarsi in possesso, privo di libertà, che sempre cova in sé una vena violenta.

Amore per Cristo, per la Chiesa. Per la verità (qui pudicamente con la minuscola), parola che racchiude, di volta in volta, il Vangelo o (più o meno) dettagliate norme morali; il comandamento che racchiude tutti gli altri, «Ama il prossimo tuo come te stesso», o infinite norme e codicilli. I guai cominciano forse proprio da qui, dal significato della parola amore.
I fratelli in Cristo, il popolo dei redenti, i battezzati non hanno mai, mai, mai avuto un unico pensiero su tutto lo scibile umano. Probabilmente ciò sarebbe disumano. Ma questo non dovrebbe comportare prendersi a parolacce, insulti, arrivando a dare dell’eretico perfino al Papa, con bombardamenti di citazioni più o meno dotte, raramente autorevoli, quasi sempre fuori contesto. Roba da appartenenti a una setta qualsiasi. Già, perché questo, per questa via, si rischia di diventare: un insieme di sette che “possiedono la verità” (ma non se ne fanno possedere), e insignorendosene la manipolano, la usano come un santo randello e restano imprigionati nelle (e dalle) loro costruzioni.

Restiamo tra i cattolici. Il problema è, oggi, soprattutto, nel modo in cui alcuni vivono la sacra missione, che si sono attribuiti da sé, di una apologetica del Terzo millennio. In genere l’apologetica, per affermare una verità, ha bisogno di muovere da un errore da confutare. Ottimo. Ma qui entra in gioco la qualità dell’interprete, se colto e raffinato e di fede generosa, oppure se schematico e banale. Nel secondo caso, la confusione è immediata: insieme al presunto errore si combatte il presunto errante; anzi, gli si dà addosso direttamente senza pietà, con una ferocia giustificata dal fatto che è nell’errore, e con chi sbaglia non si scende a patti: va spazzato via, con toni violenti e irridenti, e da parte dei più sbrigativi semplicemente appiccicandogli un epiteto, un’etichetta ritenuta infamante.
Anche Avvenire pare meritarsi sovente un simile “fraterno” trattamento, e chi fa un giornale mette in conto cose così, ma mai abbastanza.

Sfugge, infatti, a questi fratelli (e concittadini) che medium is the message, la forma è il primo contenuto; e i modi violenti, cattivi, feroci, sprezzanti, certo utilizzati per meglio condannare il presunto errore che è necessario combattere per affermare la presunta verità, rendono violenta e cattiva quella stessa “verità”. I toni sprezzanti rivelano un’anima sprezzante. Simili toni, infine, convincono chi è già convinto, strappano applausi ai propri fan, ma non incidono minimamente sul cuore degli uomini che la pensano diversamente, sulla cultura del tempo, sui modi di pensare e di vivere.
A proposito dei fedeli laici che su singole questioni, anche politiche (a partire dalle migrazioni), maturano opinioni e passioni diverse, valga questa parola autorevole: «Cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso il dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo il bene comune». È il Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 43c. E magari almeno il Concilio potesse essere una solida base comune a partire dalla quale, pur della diversità di accenti e sensibilità, dare al mondo esempio e testimonianza di fraternità. Il «dialogo sincero» non prevede odio e nemmeno disprezzo.