Il discorso sullo stato dell’Unione e il tappeto

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti,

di Alfredo Morganti – 16 gennaio 2016

Una cosa sono i discorsi politici, un’altra gli spot auto promozionali. Era chiaro a tutti, ma ora è davvero evidente. Leggevo del discorso sullo Stato dell’Unione di Obama oggi su Repubblica. Nell’esegesi renziana, il Presidente USA sarebbe un gufo rosicone, quando invece è generale convinzione che sia un uomo di Stato di grande livello. Cosa ha detto in particolare? Questo. Nel contesto di alcune cifre davvero importanti, altro che zero virgola (14 milioni di posti di lavoro creati, un tasso di disoccupazione dimezzato, il deficit pubblico ridotto di tre quarti grazie alla ripresa economica), ha poi aggiunto: “Il disagio nel paese deriva da cambiamenti strutturali, ogni posto di lavoro può essere minacciato dall’automazione o delocalizzato all’estero, è diventato più difficile uscire dalla povertà, trovare lavoro per i giovani, andare in pensione quando si vuole”. Una fotografia impietosa della diseguaglianza e dei problemi che toccano l’America, con l’invito rivolto al suo successore a battersi per “prolungare la crescita ma su basi meno diseguali”, come spiega spiega Federico Rampini. Forse dovremmo aggiungere che gli USA sono il paese delle disuguaglianze, ma lasciamo andare.

Con i numeri che dicevamo, Obama, invece di sbandierare il gonfalone, si è messo a parlare di disagio e disuguaglianze. Ma come! Non ha blaterato sugli USA che ‘ripartono’, che ‘accelerano’, che ‘sgommano’? Come ha potuto anche solo accennare alle difficoltà di un paese in evidente ripresa? Renzi non lo avrebbe mai fatto, si sarebbe senz’altro lanciato in una delle sue menate condite di metafore automobilistiche. E invece Obama è un gufo, e persino dei peggiori sotto un certo riguardo. Non si contenta dei buoni numeri, punta invece il dito sul lato negativo, concentra l’attenzione del suo paese sulle diseguaglianze, perché questo deve fare un uomo di Stato che non sia un imbonitore: sottolineare le difficoltà, chiedere un impegno di tutti sugli aspetti critici, non vendere frutta o utensili come in un mercato rionale. Aggiunge Obama: “La democrazia non funziona se pensiamo che chi non è d’accordo con noi sia sempre in malafede”: non ci sono i gufi, ci sono i cittadini preoccupati e disagiati. I gufi non esistono, ci spiegano da oltreoceano, dal vertice di una delle più grandi democrazie del mondo; esistono le voci critiche che arricchiscono la democrazia, non il contrario, come invece ritengono, da outsider di provincia, nel Granducato di Toscana.

“La democrazia è guasta se il cittadino medio pensa che la sua voce non viene ascoltata” insiste il Presidente. Non viene ascoltata, non viene rappresentata, non trova spazio nelle istituzioni, che appaiono lontane, che appaiono ‘poco’ rappresentative dei rilievi o giudizi che vengono formulati dal basso. Obama punta il dito sul solco, sul gap, sulla cortina di ferro che potrebbe (può) ergersi tra i cittadini e i loro rappresentanti. Sugli effetti negativi che ne insorgono. Un solco che cresce, e con ciò azzera o quasi la rappresentanza, e la sostituisce con i meccanismi di una democrazia esecutiva, tecnica, di governo. Verticistica. Verticale. Che allontana lo Stato dal popolo. Se mi chiami gufo, vuol dire che non vuoi ascoltare le voci critiche, e se non ascolti, se le snobbi o le dileggi, vuol dire che quel solco lo vuoi accrescere, che del disagio non ti importa, ma ti importa solo del prezzo del tappeto che smerci. Io allora, da un governo che si rinserra nelle proprie stanze e si fa scudo del premio di maggioranza, riducendo tutte le critiche a mero sabotaggio, quel tappeto proprio non lo compro. Se lo tenessero. E con me credo molti altri cittadini.

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