Duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx: il mondo è pronto per il marxismo

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di Youssef El-Gingihy, 5 maggio 2018

traduzione di Giacomo Piacentini

Duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx: il mondo è finalmente pronto per il Marxismo mentre il capitalismo raggiunge la sua massima espansione

Una lettura molto lunga  e, al contempo, molto dettagliata su nascita, evoluzione e possibile futuro del pensiero di Marx.

Il filosofo predisse che la centralizzazione avrebbe portato alla rivoluzione e avrebbe fatto nascere una società post-capitalista – la globalizzazione ci ha portati a questo punto.

Duecento anni fa, il 5 maggio 1818, Karl Marx nacque nella città tedesca di Treviri, sulle rive del fiume Moselle. Per un puro caso, all’inizio di quest’anno che segna il bicentenario della sua nascita, mi sono ritrovato come invitato in quella che un tempo era Karl-Marx-Stadt, poi rinominata Chemnitz,  nell’allora Germania dell’Est. Il Comunismo sarà pure formalmente crollato con la caduta dell’Unione Sovietica, ma di certo non si è ancora del tutto estinto.

Lo Stato più popoloso al mondo nonché una delle potenze in maggiore crescita attualmente, la Cina, è ufficialmente comunista, almeno di nome, e le idee socialiste restano forti in numerosi Paesi in tutto il mondo. Il risorgimento del socialismo potrebbe essere visto  nella nuova ondata di sinistra legata al Chavismo nelle politiche degli Stati dell’America latina (dove senza veli si sta cercando di farlo ritornare in auge). Negli USA, il senatore Bernie Sanders, autoproclamatosi socialista, sarebbe potuto diventare un inaspettato inquilino dell’Ufficio Ovale proprio come Trump – se il Congresso Nazionale dei Democratici non avesse cospirato contro di lui.

Nel Regno Unito, il socialista tutt’altro che pentito Jeremy Corbyn si è posto alla guida dell’opposizione di Sua Maestà, ha scelto come Cancelliere ombra il trotskista John McDonnell (il quale ha recentemente confermato al Times che i loro intenti per il Regno Unito sono di carattere socialista) e ha pronunciato la parola “socialismo”  non più come uno sporco insulto in una conferenza in preda al delirio, il tutto prima ancora di ottenere il  40% dei voti alle elezioni nazionali. In Francia, Jean Luc Mélenchon ha riscosso un successo non indifferente alle elezioni, arrivando quasi al 20% dei voti al primo turno (dove Macron, poi vincitore, ha preso il 24%). In Grecia, il partito si sinistra Syriza rimane tutt’ora al potere – anche se il suo programma è stato schiacciato dalla finanza internazionale. L’ex ministro delle finanze del partito Yanis Varoufakis si descrive come un marxista non più praticante. Il suo recente saggio citato nel The Guardian cita l’analisi di Marx sia come chiave per comprendere il nostro presente sia come via d’uscita da questa situazione.

Millenial capitalism

Nel 2015, “socialismo” era la parola più ricercata nel dizionario online “Merriam Webster”. Il socialismo non porta un bagaglio storico per una generazione più giovane che è stata lasciata indietro dalle ingiustizie del capitalismo. Uno studio dell’università di Harvard ha scoperto che la maggioranza dei millennial rifiuta il capitalismo e che un terzo si vedrebbe favorevole al socialismo. Questo è ciò che potremmo definire la vendetta di Marx: la riabilitazione di uno dei più importanti filosofi della storia mondiale. Marx fu capace di trasformare la dialettica hegeliana in un materialismo dialettico, affermando che le relazioni materiali sono responsabili della formazione della coscienza e delle relazioni sociali – e non il contrario. Nel 2011, quando ancora era fuori moda definirsi marxisti, il professor Terry Eagleton, teorico letterario all’università di Oxford, dichiarò coraggiosamente che il “profeta barbuto” aveva ragione, dopotutto. Oggi Eagleton non è più da solo.

Un sacco di libri annunciano la fine del capitalismo, usando le parole del sociologo ed economista Wolfgang Streeck, e affermano che stiamo entrando nell’epoca del postcapitalismo, secondo l’affermazione del giornalista e autore Paul Mason. Il più pericoloso filosofo dell’Occidente, Slavoj Zizek, secondo la rivista “The New Republic”, è comunista; uno dei suoi recenti tomi, “Vivere alla fine dei tempi”, evoca  l’apocalittico senso dell’agonia finale del capitalismo.

Naturalmente, le cose non sarebbero dovute andare in questo modo. Le idee di Marx, apparentemente, erano state screditate con la caduta del comunismo e consegnate da Trotsky al bidone dell’immondizia della storia. La storia, d’altra parte, non aveva forse provato che il comunismo non era un’inevitabilità storica? Poi giunse la crisi finanziaria del 2008 e il fallimento della “fine della storia” postulata dall’economista Francis Fukuyama. Un decennio di austerità è stato il segnale di inequivocabile morte per il vuoto ideologico. La caduta ha visto una polarizzazione tra un nazionalismo autoritario e un “progressivismo”, tra una distopia e una non distopia, se preferite.

Il neolibersimo si è sempre presentato come privo di legami con la politica per il fatto che il libero mercato è simile a un’atmosfera estremamente avvolgente e tanto irresistibile quanto una forza della natura. La sua allocazione delle risorse e i suoi risultati, in teoria, richiedono soltanto una mera supervisione attraverso una direzione tecnocratica. In realtà, non avrebbe potuto essere più ideologico di così, operando attraverso la cattura aziendale dello Stato e incuneandosi all’infuori delle istituzioni della società civile. Il capitalismo globale appariva indomabile ed invincibile, fin tanto che era il sistema egemonico. Eppure nello stesso momento, la tardiva reazione di una serie di terremoti politici, come le primavere arabe e un’ondata di populismo autoritario, ha esposto i suoi punti deboli. Anche se questi eventi non hanno intaccato le basi fondamentali del sistema, la sua versione neoliberale della globalizzazione è sotto attacco.

La descrizione di Mao Zedong del capitalismo come una tigre di carta (minaccioso solo in apparenza) sembra più pertinente che mai. Il marxismo ha lasciato una ricca eredità di pensatori, da Lenin e Trotsky alla Scuola di Francoforte, così come Antonio Gramsci, Friedric Jameson e Alain Badiou. Un tempo era impensabile rompere con l’ortodossia marxista sul fronte di sinistra, finché , come il marxista americano Marshall Berman riporta nel suo classico moderno “Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria” (prendendo la citazione dal Manifesto del Partito Comunista), un gruppo di scontenti post-strutturalisti francesi, ovvero Michel Foucault, Jacques Derrida e Roland Barthes, sono riusciti a farlo. Disillusi dalla sconfitta del maggio 1968, quando una rivolta contro De Gaulle rese il partito di quest’ultimo ancora più forte, ruppero i ranghi e si ritirarono.

Nei decenni intercorrenti, le battaglie di identità politica sono state significative ma sono anche state ostacolate dalla mancanza di una conoscenza strutturale e sistematica del modo in cui funziona il capitalismo. Dove la resistenza ha rispecchiato il frammentato e atomizzato super individualismo del neoliberismo, allora è spesso stata destinata al fallimento. Tutto ciò, naturalmente, è strettamente collegato alla vittoria degli USA nella Guerra Fredda. La CIA ha sfruttato bene la propria opportunità, secondo quanto appare da alcuni documenti solo recentemente resi pubblici. L’agenzia lesse la teoria postmoderna francese, concludendo che il suo obiettare la base oggettiva della realtà poteva essere utilizzato per indebolire la dottrina marxista dell’inevitabilità storica e teologica. Milioni di dollari sono stati pompati in organizzazioni di copertura come riviste, case editrici e scritti accademici, al fine di promuovere le idee postmoderniste e creare un centro-sinistra, demarcando così il confine più esterno delle idee rispettabili – qualunque cosa si trovasse al di là di questo poteva essere denunciata come una pericolosa e radicale follia. Dopotutto, la strategia “divide et impera”  è sempre stata, in linea di massima, quella preferita dalle classi dominanti.

La classe dominante

Marx era aveva una familiare conoscenza dei metodi della classe dominante. Era spesso in fuga dalle autorità europee, trovando infine rifugio nella relativa tolleranza di Londra, dove divideva il suo tempo tra la sua casa piena di fumo (prima Soho, poi più avanti la cittadina di Kentish), la British Library e le bettole del sobborgo. La sua vita ribelle – immersa nei problemi del XIX secolo, dalle rivoluzioni del 1848 alla Comune di Parigi – si prestò, naturalmente, come la controcultura della fine del XX secolo. E oggi ha raggiunto il fascino del grande schermo. Una nuova biografia cinematografica di Marx, “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, autore de “Non sono il tuo negro”, è appena stata lanciata. Il punto di partenza di Marx, sottolineato nella sua lettera del 1844 intitolata “Per una sfrenata critica di tutto l’esistente” inviata al collega filosofo Arnold Ruge, è una tabula rasa filosofica comparabile a ciò che fece Cartesio quando azzerò tutto e ricominciò dal principio. Questa posizione di “kritik”, dottata dal giovane hegeliano, si evolvette gradualmente in una prassi per Marx. Per questo, nelle “Tesi su Feuerbach” (1888), Marx afferma che “i filosofi fino ad ora hanno solo interpretato il mondo, in vari modi; il punto, ad ogni modo, è cambiarlo”.

Il Manifesto del Partito Comunista stesso non era soltanto un trattato politico ed economico. È una chiamata alle armi e allo stesso tempo un lavoro canonicamente sublime e letterariamente fecondo; a turno poetico, ispirato e visionario. La biografia dell’autore e giornalista Francis Wheen descrive il momento fulminante in cui Marx consacra la parola “proletariato”. Arriva a quel punto percorrendo la pagina come un tuono nel mezzo di un tranquillo panorama,, presagendo le future rivelazioni del XX secolo. Nell’opera dall’ampio raggio Die Judenfrage, o “La questione ebraica”, Marx afferma che la definizione liberale di libertà è limitata. Il motto “Liberté, Egalité, Fraternité” della Rivoluzione Francese è soltanto questo – un buono slogan. Per fare un esempio, l’uguaglianza non faceva alcun riferimento al potere o al benessere, ma denotava esclusivamente uguaglianza di fronte alla legge.

Marx afferma che la coscienza è generata dalle modalità di produzione, in una classica inversione del sistema hegeliano. Definì l’alienazione come il quintessenziale modo di ragionare e di esistere sotto il capitalismo, corrispondente alle relazioni economiche di mercificazione, sfruttamento e oppressione. È un modo di ragionare che è ben poco compreso dalle persone che lo sperimentano giornalmente. Per questo, la società borghese è fondata sull’individualismo economico, proprietà privata e interessi individuali. Le relazioni tra individui, incluse le relazioni intime, sono di conseguenza egoistiche. Il puro interesse personale diventa non soltanto la guida principale delle scelte economiche, ma anche di tutte le scelte relazionali. Sotto il capitalismo ogni entità, poco importa quanto sia consacrata, può essere trasformata, sfruttata e venduta per profitto. Questo è ciò che Marx intendeva per intrinseco processo di mercificazione. Inoltre, è proprio questa illimitata mercificazione che si estende in ogni ambito, incluso il sesso, il corpo e le relazioni affettive.

La pornografia online, i social media e le app di incontri sono soltanto le ultime estrapolazioni di questa instancabile mercificazione. Inoltre, i ruoli sociali e le relazioni sono messi in pericolo dalle modalità storiche di produzione. Per questo, il mondo agricolo e feudale corrisponde agli strati sociali della monarchia: l’aristocrazia e la Chiesa che dominano e sfruttano il contado. In modo simile, il mondo industrializzato e urbanizzato corrisponde alla struttura sociale della borghesia che sfrutta il proletariato. In un passaggio memorabilmente fulminante del Manifesto, Marx estrapola questa connessione tra le relazioni sociali e economiche per definire il libero mercato: “Esso ha trasformato il valore personale in un valore di scambio, e al posto delle innumerevoli inalienabili e qualificate libertà, ha creato quell’unica, incosciente libertà – il Libero Mercato. In una parola, con lo sfruttamento, velato da illusioni politiche e religiose, ha sostituito lo sfruttamento nudo, senza vergogna, diretto e brutale”.

Marx sottolineò la storia dell’umanità come la storia di un conflitto di classe in cui le classi sono opposte da un paradigma dialettico. Per questo, ci muoviamo dall’antichità con il dualismo del padrone di schiavi e gli schiavi all’epoca feudale del signore e del servo fino all’epoca capitalista della borghesia e del proletariato. Queste insostenibili contraddizioni portano in seguito Marx a proporre di sotterrare il capitalismo, quando il proletariato che si imborghesisce diventa “colui che scaverà la tomba” alla borghesia stessa. Questo momento “finale” sfocerà nel comunismo, trasformando completamente e riconfigurando le precedenti relazioni in una società priva di classi. Marx sottolinea che il comunismo, con l’abolizione della proprietà privata, abolisce anche l’alienazione e la costrizione del salario, portando i lavoratori all’emancipazione e, per estensione, portando all’emancipazione universale. Nonostante ciò, Marx concorda col credo illuminista nella razionalità e logica dell’essere umano per creare una narrativa progressista. Il sistema capitalistico borghese è percepito come un passo necessario in questa direzione, poiché permette il passaggio da una società feudale e contadina a quella urbanizzata ed industrializzata. Per questo, la borghesia è dipinta come un qualcosa che ha avuto ruolo rivoluzionario nella trasformazione del mondo. Nella sua propensione ai disordini e ai subbugli, il capitalismo non smette mai di cambiare il mondo.

L’analisi dialettica e materialista della storia delle lotte di classe ha giocato un ruolo importante nelle contraddizioni della vita di Marx. Siano queste il suo matrimonio con l’aristocratica Jenny Von Westphalen o la sua amicizia con l’industriale Friedrich Engels, che permise al genio di Marx di scoppiare e rimediò alla sua penuria di attività giornalistiche e politiche. Alcuni dei più importanti capitalisti e padroni dell’universo ammettono che l’analisi basilare del capitalismo di Marx non è mai stata implementata. Il miliardario sostenitore di Trump nonché suo donatore Peter Thiel afferma che la caduta dell’attuale sttus quo punta o al liberismo o al marxismo. L’investitore miliardario Warren Buffet disse: “C’è una guerra di classe, d’accordo, ma è la mia classe, la classe ricca, che fa la guerra, e stiamo vincendo”.

La concentrazione di ricchezza

La critica marxista al capitalismo dipende dalla sua innata tendenza alla concentrazione e alla centralizzazione della ricchezza. Nel primo volume del Capitale, Marx delinea il circuito D-B-D (in cui D sta per denaro e B sta per beni). Questo circuito garantisce l’espansione del capitale, definendo la base economica del capitalismo come un meccanismo per l’infinito accumulo di ricchezza. Le risultanti crisi di sovrapproduzione e di accumulo sono risolte attraverso la distruzione forzata di forze di produzione, la conquista di nuovi mercati e, soprattutto, lastricando la strada ad ulteriori e più distruttive crisi attraverso lo sfruttamento. “Fracking” potrebbe essere visto come la più recente metafora di questo processo, mentre “Uber” è emblematica del medesimo super sfruttamento.

Il lavoro dell’economista francese Thomas Piketty, che ha adattato il titolo originale all’opera  Il Capitale nel Ventunesimo Secolo, usando un gran numero di dati storici, ha ulteriormente corroborato le teorie di Marx sulla concentrazione della ricchezza. Senza sorpresa, numerosi decenni di neoliberismo sono stati la migliore prova di come il capitalismo sregolato, avido e sempre più affamato, ha concentrato la ricchezza nelle mani dell’1% della popolazione e, a ben vedere, soprattutto nello 0,1% di essa. Recenti calcoli mostrano che gli otto uomini più ricchi al mondo (che si potrebbero ammassare dentro una semplice furgoncino) detengono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, circa 3,5 miliardi di persone. Sciocca invece notare che i dati equivalenti nel 2016 indicavano che i 62 uomini più ricchi al mondo detenevano tale ricchezza, mentre nel 2010 erano più di 300. Questo mostra quanto rapidamente la ricchezza stia venendo risucchiata verso l’alto – quello che potrebbe essere denominato l’effetto di un vuoto verso l’alto contrapposto al mito dell’economia della percolazione dall’alto verso il basso (“trickle-down economy”).

Mentre il capitalismo vittoriano era dominato da medio-piccole compagnie, i decenni intorno alla metà del XX secolo hanno visto un passaggio verso un capitalismo statale. In effetti, L’Unione Sovietica e la Cina hanno rappresentato variazioni su questo tema. Da allora l’età della globalizzazione si è sollevata con corporazioni multinazionali che avvolgono tutto il globo – molte delle quali sono più grandi dello Stato in cui operano. Il movimento di un vasto ammontare di capitale su scala globale è il più ampio della storia. Gigantesche fusioni di aziende sembrano non mancare mai dalle prime pagine dei giornali. In altre parole, la centralizzazione che Marx aveva predetto 150 anni fa si sta concretizzando.

C’è una forte tendenza per cui il controllo del capitale risiede nelle mani di poche persone. La dottrina neoliberale enfatizza le virtù della competizione, ma la realtà del mercato non regolamentato, evidente soprattutto nei servizi finanziari, è stata monopoli, cartelli, collusioni e manovraggi. Ciò è dimostrato dal dominio dei “big four” nel settore bancario, ragionieristico, nel magico circolo del settore legale, fino ai supermercati, le compagnie energetiche e i beni privatizzati. Le contraddizioni del sistema sono ora giunte ad un nuovo livello di assurdità.

I capitalisti, ad oggi, investono in capitali esistenti, siano essi strumenti finanziari, affitti o debiti, al fine di trarre profitto. In realtà, questa finanziarizzazione dell’economia ha sormontato il tradizionale processo di realizzazione del profitto tipico della manifattura. A differenza di quest’ultima, la finanziarizzazione non crea ricchezza, piuttosto crea un assetto di bolle finanziarie e di speculazione, le quali alla fine scoppiano, come è accaduto su scala sismica nella crisi del 2008. Dagli anni ’70 ci sono state una serie di crisi finanziarie sempre peggiori – eppure anche questa volatilità porta profitto ai fondi speculativi.

Dunque, se il “late capitalism”, l’ultima fase del capitalismo, è economicamente, socialmente ed ecologicamente insostenibile, per non menzionare le bancarotte, dove si può cercare di arrivare da questo punto di partenza? Una delle ottuse critiche a Marx è stata la mancanza di un progetto, nonostante il fatto che una società davvero partecipativa e democratica debba emergere organicamente da sé piuttosto che seguire una mappa. Marx indicò la rivoluzione come “la forza che guida la storia”. L’abbattimento dello stato attuale e la dissoluzione della proprietà porterebbero ad una liberazione estesa poi alla dissoluzione del concetto borghese di famiglia, matrimonio e di Stato. Questa liberazione dalle barriere nazionali porterebbe ognuno nella connessione con la produzione dell’intero mondo per il piacere del loro consumo.

Sotto il comunismo, Marx descrive con raffinatezza come una persona potrebbe cacciare di mattina, pescare nel pomeriggio, occuparsi del bestiame la sera e criticare (in senso filosofico) dopo cena – naturalmente. Il comunismo sembrerebbe così davvero rappresentare la fine della storia come una lotta di classe: “Il comunismo è il nodo della storia risolto ed è consapevole di essere questa soluzione”. Marx asserisce che l’emancipazione umana può essere raggiunta soltanto andando al di là dell’impalcatura borghese; l’emancipazione materiale trasla così in quella spirituale e sensoriale. Solo la risoluzione delle modalità di produzione, al di là del paradigma di individualismo economico, proprietà privata e interessi individuali, possono liberare la coscienza e rivoluzionare le relazioni sociali – finché c’è la capacità, l’abilità e la propensione ad un comportamento libero e a legami genuini tra gli individui basati sull’amore, la sensibilità e l’affetto, piuttosto che puri calcoli e interessi meramente individuali.

Un futuro alternativo

L’esultante vittoria del capitalismo in cui tutti cantano e ballano e stata innegabilmente breve; il momento di un unipolare trionfalismo americano e sopravvissuto ben poco. Solo recentemente, il segretario della difesa degli USA Jim Mattis ha annunciato che l’era dei grandi poteri politici è ritornata. Senza dubbio, un numero di idee progressiste si sta rinsaldando presso la nuova sinistra – un’economia ecologica, pubblico e democratico controllo dell’economia, piena automatizzazione. Il manifesto del XXI secolo è incorporato in alcuni libri come “Inventare il futuro”. La questione critica rimane il veicolo necessario per portare a termine questa transizione.

Non c’è alcun dubbio che il capitalismo globale del XXI secolo sia ben più sofisticato e resiliente di quello prerivoluzionario nella Russia zarista. La transizione dal capitalismo ad un alternativo sistema economico e politico occuperà un periodo sicuramente lungo, anche se potrà essere concentrato in una rivoluzione. Proprio come il feudalesimo si è evoluto nel capitalismo attraverso la rivoluzione industriale (economica) e Francese (politica), in cui la borghesia ha superato l’ordine aristocratico, preceduta soltanto dalla Glorious Revolution inglese nel XVII secolo.

Per usare le ultime parole di Marx: “Nessun ordine sociale viene mai distrutto prima che tutte le forze di produzione per le quali è sufficiente siano state sviluppate e nuove superiori relazioni di produzione non rimpiazzano mai le precedenti prima che le condizioni materiali per la loro esistenza siano maturate all’interno dell’impalcatura della vecchia società”.