Ebrei e neri. Accostamento forzoso?

0
194
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 20 maggio 2019

Qualche professore ha spiegato che l’accostamento tra leggi razziali e decreto sicurezza è “francamente forzato” e la loro “equiparazione” sbagliata. Detto ciò, hanno chiesto comunque (non tutti esplicitamente) la revoca della sospensione della professoressa che avrebbe omesso, per l’ufficio scolastico provinciale, di vigilare sugli alunni. Ma dov’è la forzatura, dov’è l’equiparazione sbagliata? I ragazzi ragionavano sul filo del giorno della memoria, e tendevano questo filo sino a mostrarne gli appigli oggi. Le leggi razziali significarono, per gli ebrei italiani, la perdita di diritti, la loro marginalizzazione, in sostanza una discriminazione di tipo razziale, etnica diremmo oggi. Cos’è il decreto sicurezza verso gli immigrati? Anch’esso un atto di discriminazione, proprio quella a cui i ragazzi accennano nel video. Una discriminazione su basi etniche, peraltro, perché rivolta a chi sbarca in Italia dopo aver tentato il viaggio della speranza, ossia i neri africani. Cancellare la protezione umanitaria, con ciò che ne consegue in termini di diritti e di protezione, vuol dire creare un popolo di clandestini, di spettri vaganti nel territorio, a cui non verrà riservata alcuna cura. Vuol dire discriminarli. Che è poi l’accusa che rivolge l’ONU al governo italiano. Nessuno “riconosce” più questa umanità, i suoi diritti, le sue necessità sociali, il suo anonimato viene definitivamente sancito per decreto.

La discriminazione è il nesso che lega le leggi razziali al decreto sicurezza, di fatto una legge speciale promulgata ad hoc contro chi viaggia sui barconi. Al di là, ovviamente delle specificità storiche, quello che unifica il destino degli ebrei e dei neri è il loro mancato “riconoscimento”. Al desiderio dei neri e dei migranti di essere “riconosciuti” nella loro umanità e nel bisogno di protezione, si oppone un diniego secco, formale, che vuol dire conseguentemente la cancellazione dei diritti a donne e uomini sofferenti. È lo stesso che si fece verso gli ebrei, che vennero disconosciuti dal punto di vista dei diritti e, quindi, cacciati dai luoghi di lavoro, dimessi dall’insegnamento, privati della casa. Ovviamente non finì lì, perché le deportazioni ne furono l’atto orribilmente conseguente. Ma tutto cominciò con la cancellazione di un riconoscimento, di un’identità, di un essere personale e sociale, che sfociò presto nel male assoluto che sappiamo. Mancato riconoscimento vuol dire sempre rigetto ai margini, anomia, spettralità. Si diventa trasparenti, insomma, e il desiderio di essere donne e uomini in una rete sociale si trasforma nell’incubo della assenza di identità riconosciuta, nell’assenza di nome e nella solitudine che ne deriva. I professori che negano un accostamento tra destino degli ebrei e destino degli ultimi diseredati che sbarcano sulle nostre sponde, e che lo intendono forzato o sbagliato, adottano (con tutto il rispetto, ovvio) la stessa logica di Salvini, che quell’accostamento specularmente lo denuncia. La richiesta di sospendere il provvedimento contro la professoressa, a questo punto, appare solo una preghiera di grazia in coda a un’ammissione di colpevolezza, quella di chi avrebbe dovuto evitare, appunto, forzature storiche. Era così difficile dire (e basta): lo Stato non sia forte coi deboli e debole coi forti?