Ego partito sum – Renzi fa ballare ancora il Pd

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Autore originale del testo: Alessandro De Angelis -
Fonte: huffingtonpost

L’ex premier riflette sulla “pazza idea” di ricandidarsi segretario. Lavora all’idea di un altro partito. Alimenta voci su schemi differenti e tiene appesi i suoi. La decisione affidata anche a un sondaggio

 

di Alessandro De Angelis – 8 dicembre 2018

Adesso c’è una “pazza idea”. Affidata a una “riflessione” e a un sondaggio lampo, di cui si attende l’esito nei prossimi giorni. La “pazza idea” consiste nel grande ritorno di Renzi, come candidato alle primarie del Pd. A grande richiesta di un’area smarrita, a un passo dal “liberi tutti” dopo il gran rifiuto di Minniti. Perché, gli hanno ripetuto i suoi, “se vince Zingaretti a quel punto siamo dei corpi estranei e il Pd non è più casa nostra, solo tu hai un appeal nel nostro popolo”. L’ex segretario, per dirla con chi ha parlato con lui, “non ha detto no”. Ma neanche sì. Sta, appunto, riflettendo. E giocando, alimentando voci su più schemi: non smentisce la l’ipotesi della ricandidatura, smentisce ma lavora a quella di un altro partito, in fondo compiaciuto di una discussione “renzicentrica” di un partito ancora appeso ai suoi umori e alla sue decisioni. Leggete qui il tweet di fine giornata, in cui non nega nessuna delle ipotesi:

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Matteo Renzi su twitter – Faccio il segretario, mi colpisce il fuoco amico. Mi dimetto e mi chiedono di stare in silenzio. Sto zitto e mi chiedono di parlare. Un giorno devo andarmene, un giorno fare il segretario. Ma possiamo parlare di politica anziché parlare tutti i giorni di me?

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L’esito della riflessione è affidato non solo a valutazioni politiche di ordine generale, ma anche a un sondaggio che, detta in modo un tranchant, verifichi se c’è partita o se, invece, col suo ritorno la personalizzazione della pugna produrrebbe l’effetto referendum. Ovvero una valanga a favore di Nicola Zingaretti. Nei giorni scorsi proprio Renzi ha avuto un lungo colloquio con gli esperti di Swg. Quella vecchia volpe di Dario Franceschini, parlando fitto con qualche deputato, spiega: “Ci sta pensando veramente. A quel punto può succedere di tutto. Anche che voti una valanga di gente perché si crea una forte polarizzazione”. In un altro angolo del Transatlantico Matteo Orfini ragiona a voce alta: “Io sono il reggente ad interim, da statuto diciamo. Quindi posso fare solo delle analisi politologiche. Politologicamente, se Renzi si candida è evidente che cambia radicalmente la storia del congresso e la sua dinamica rispetto a quella vissuta fin qui”. Ecco.

È un dato di fatto che, in attesa di capire le mosse dell’ex segretario, la situazione (dei suoi) è congelata per qualche giorno. E tesa. Nervosa. Perché altri candidati “forti” non ci sono e c’è un intero “mondo” appeso agli umori del Capo che “non si capisce che vuole fare”. Senza un candidato al congresso. Senza capire chi Renzi vuole portare nel nuovo partito. Ma, al tempo stesso, incapace di emanciparsi. Rosa Maria Di Giorgi, una volta renziana di ferro, è lapidaria: “Siamo davvero alle comiche finali”. Commedia per qualcuno o tragedia per altri, dipende dai punti di vista. Basta guardare le facce. Lorenzo Guerini è cupo, nervoso. Si racconta di una concitata telefonata di Dario Nardella con Renzi, piuttosto accesa, perché il sindaco di Firenze è molto contrario all’idea di un altro partito. Un’area che fino a qualche giorno fa pensava di vincere il congresso con Minniti è ora allo sbando. Se non torna Renzi, è il game over. Perché un candidato non c’è. Guerini ha escluso perché dovrebbe rinunciare alla guida del Copasir, Rosato o la Bellanova sarebbero candidature di bandiera, ma non competitive. E, soprattutto, è difficile trovare una bandiera che le unifichi tutti, senza alimentare gelosie, competizioni e rivalità interne: “Ma a che servirebbe? – si chiede Roberto Giachetti – Tu puoi pure trovare un samurai, ma francamente…”. Senza bandiere e in attesa di Renzi, che non vuole una conta su una candidatura “renziana”, parecchi parlamentari, in queste ore, hanno avuto colloqui con Graziano Delrio, perché, in una situazione da rompete le righe”, potrebbero essere tentatati dal sostenere Maurizio Martina.

È chiaro che il grande ritorno avrebbe l’effetto di compattare l’area e, magari, di far smottare anche le altre. E avrebbe l’effetto anche di chiudere l’altra ipotesi, anch’essa affidata a sondaggi e riflessioni, di un nuovo partito di Renzi alla Ciudadanos, senza la nomenklatura. Ipotesi ufficialmente sempre smentita pubblicamente ma su cui c’è un fitto lavorio, per evitare che quello spazio sia occupato da una iniziativa analoga di Carlo Calenda. L’ipotesi, però, prevede “sommersi” e “salvati”, perché il grosso della nomenklatura, cacicchi e capibastone resterebbe nel Pd, presentato come una bad company di correnti rispetto al nuovo progetto, rispetto a quale l’ex segretario rinuncia al ruolo di “burattinaio”, secondo quella nuova narrazione che ieri ha affidato alla sua diretta facebook.

È una “pazza idea”, quella del ritorno accettando la sfida alla primarie, così la chiamano al Nazareno. Su cui un pressing è in atto. Il presupposto è che Renzi possa vincere la partita. Perché una sconfitta varrebbe doppio. Nel Pd e fuori. È complicato far nascere un’altra Cosa perché si è perso il congresso. A quel punto sarebbe una “scissione” di chi ha perso, non un progetto nuovo. La sconfitta finale.

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Ego partito sum

di Fausto Anderlini – 7 dicembre 2018

Fosse in vita Max Weber il caso Renzi offrirebbe il destro per diverse generalizzazioni sociologiche. Ad esempio potrebbe fare da tipo ideale leggero al perdente che non si rassegna, in sè infantile e incapace di elaborare la frustrazione, in contrappunto al perdente di successo, cioè colui che è sconfitto ma incamera la stima per la buona condotta e la purezza delle virtù manifeste. Ma più generalmente Renzi si presta a fare da esempio, fra gli altri, della dinamica pseudo-carismatica che infetta le democrazie moderne. La crescente individualizzazione della società, con la messa in mora della fiducia nelle tradizioni ideologiche e delle autorità storicamente o legalmente certificate, ha finito per portare in auge nella politica una forma futile di personalizzazione. Tutti confidano nella personalità dell’eletto, ma al netto di ogni forma di magia e trascendenza. Aspetti senza i quali ogni carisma viene meno. Salvini e Di Maio, ad esempio, sono venerati non in quanto dotati di capacità straordinarie ma porprio perchè ‘sono come noi’. In loro gli individui si rispecchiano nella loro comune ordinarietà, nella mediocrità e sinanche nei cattivi sentimenti. Sdoganano cioè la loro intimità vergognosa sino a quel momento trattenuta. Il fatto poi che si chieda a costoro di esercitare un potere incontrastato, come guide, non fa che confermare la paradossalità dello pseudo carisma come compimento dell’egualitarismo individualizzante. La domanda di similarità è così forte che nessun leader può oggi affermarsi senza comunicare il suo lato rozzo e comune, ovvero qualunquista. Anche quando sia un miliardario assiso nell’olimpo più esclusivo della ricchezza. Anzi più scende dall’alto parlando terra terra più è ammirabile. Vale per Trump come ieri valeva per Berlusconi. Del resto entrambi politici ‘non professionisti’, perciò non appartenenti alla ‘casta’ del potere legale e tradizionale. Nessuno del resto chiede loro di rinunciare alla ricchezza (lo facessero diventerebbero davvero carismatici, come San Francesco, e ciò li renderebbe aureolati e come tali sospettabili di trascendenza, cioè non più ‘popolari’ e ‘terra-terra’).
Il caso dello pseudo-carisma renziano interpreta però un altro risvolto della tipologia. La totale assenza di elementi carismatici, intesi come missione e profezia, nel supposto leader. In lui i beruf è interamente ricoperto dall’ego e dalla sua pretesa narcisistica. Il personalismo politico regredisce direttamente, in tal senso, alla fase sadico-anale assumendo caratteri distruttivi Emblematico era il programma, perfettamente riuscito, della rottamazione che ora tende a rivolgersi verso la stessa organizzazione al seguito. Giacchè Renzi affida le possibilità di successo del nuovo partito personale proprio alla decisione di sacrificare i suoi stessi seguaci, lasciandoli alla bad company del Pd, e presentandosi ‘nudo’ e solitario alla nuova mistica comunione col ‘popolo-specchio’. Come un grillo di centro compito nella sua perfezione.
Questo tratto compulsivo e distruttivo è del resto intrinseco alla personalizzazione quando l’involucro ritentivo del partito e dell’organizzazione è troppo debole per trattenerla. La personalizzazione ha interagito necessariamente e rovinosamente con il carisma d’ufficio consegnato nelle istituzioni di partito, devastandolo. Di qui la vorticosa circolazione di leader pseudo-carismatici e l’allargarsi a dismisura del cimitero degli ex-leaders fuoriusciti. Mentre in passato una certa personalizzazione, anche con tratti carismatici, poteva convivere con l’organizzazione. Persino nell’epoca staliniana del culto della personalità (quando le oligarchie di partito erano periodicamente trasferite nei gulag se non passate sotto il plotone di esecuzione) il Partito conservava un suo carisma chiesastico residuo. Tanto è vero che il Pcus e il Pcc sono sopravvissuti a Stalin e a Mao. Destino benigno che potrebbe non valere per il Pd derenzizzato, tanto è distruttiva la forza virale del piccolo batterio pseudo-carismatico.
Occhetto aveva in sè qualche elemento della malattia, tanto è vero che se ne usci sdegnosamente dai Ds per accompagnarsi con un compare come Di Pietro. Infatti egli identificava il Pds con lui. Così come Prodi identificava l’Ulivo con lui stesso, anzichè identificarsi nell’Ulivo. Sicchè neanche prese la tessera del Pd veltroniano è inviò Parisi a fargli la guerriglia. Forme, entrambe, di personalismo ‘permaloso’. Del quale Renzi è un esempio all’ennesima potenza. Anch’egli identificava il Pd con sè stesso, con l’aggravante di non volergli neanche bene, dunque proiettando su di lui non solo l’amore di sè ma anche il disamore, per la sua natura goffa, brutta e sputacchiante. I casi di Veltroni, D’Alema e Bersani sono invece diversi. Veltroni, anche detronizzato, è rimasto nel Pd, è proprio in conseguenza di riconoscerlo come una sua creatura, per quanto sgraziata. In più il Pd bersaniano aveva rispetto per la ‘ditta’ e i suoi amministratori delegati. Come avveniva nella prima Repubblica dei partiti, quando i leader sostituiti erano conservati nell’oligarchia, venivano ascoltati e rispettati al punto di serbarli come ‘riserve’ della Repubblica. Nessuno veniva soppresso e condannato all’esilio, ma solo spostato nell’ambito dei ruoli interni del partito. Il Pci e la Dc, ma anche il Psi e gli altri partiti, per quanto piccoli, erano organizzazioni carismatiche secolari, basate sulla concertazione delle personalità. Nella Dc i segretari si alternavano alla guida, mentre il Pci aveva la forma di una monarchia costituzionale. I segretari uscivano solo con i piedi in avanti o per causa di impedimenti fisici, come i papi, entrando nella mitologia dell’organizzazione. Ma entrambe le modalità non facevano che confernmare la forza del carisma d’ufficio trattenuto e istiituzionalizzato nell’organizzazione. Se Bersani e D’Alema alla fine sono usciti dal Pd non è per le stesse motivazioni di Prodi e Occhetto, ma perchè nel Pd renziano è venuto meno, con la rottamazione, il rispetto per le oligarchie e la rifunzionalizzazione nei ruoli del personale politico. Sono cioè stati costretti ad andarsene. Che è cosa ben diversa.
Ego partito sum, è la formula polisemica che meglio trattiene il paradosso pseudo-carismatico e la sua natura distruttiva. Il partito perde autonomia e si identifica con l’ego di turno, che poi ne fa strame, andandosene e lasciandolo in rovina. Nell’illusione di vivere l’ebbrezza del sopravvivente canettiano che troneggia sopra i cadaveri (i rottami) generati dalla sua mania omicida per il potere sovrano-personale. Cosa che poteva valere per Hitler e Mussolini, mentre nell’epoca dello pseudocarisma è solo una forma di comica e ubuistica (ma non meno dannosa) coglioneria.

Comunque grazie Renzi. Vai col tuo Dio e liberaci dalla rottura. E’ il momento delle case di cura. Pergiudiziali per chiunque sia stato posseduto e condizionato dal delirio.