Fassina: uscire dalla crisi creando lavoro con investimenti pubblici

0
191

 intervista a Stefano Fassina di Pino Salerno 4 settembre  2015

Stefano Fassina ha lanciato, lo scorso 4 luglio, a Roma l’iniziativa della costruzione di un nuovo soggetto politico, “Futuro a sinistra”. Lo ha fatto dopo aver lasciato il Partito democratico, le cui politiche ha giudicato ormai troppo determinate da fattori neoliberisti. Paradossalmente, a due mesi dall’appuntamento della Garbatella a Roma, non solo i fattori della crisi economica e sociale si sono acutizzati, ma non sembra che il Pd al governo ne abbia seriamente preso atto e persegue nello stappare champagne ad ogni zero virgola in più sul PIL.

Mario Draghi ha lanciato l’allarme e anche Confindustria italiana parla ormai di “stagnazione mondiale”. Qual è il giudizio di Stefano Fassina?

La rotta di politica economica dell’Eurozona dettata dalle regole del mercatismo liberista non è più sostenibile. La BCE interviene con misure di emergenza, ma le cause strutturali della crisi non possono essere affrontate dalla politica monetaria. Per questo,  i risultati sono modesti, e le previsioni di crescita sono tutte al ribasso. In un contesto globale ed europeo di svalutazione del lavoro, la politica monetaria può solo evitare il crollo, ma non può riuscire a determinare la svolta in grado di uscire dalla crisi e rilanciare le economie. Il ruolo della BCE è quello di interpretare l’impianto culturale e il paradigma su cui si fonda l’eurozona, in cui la variabile fondamentale resta il controllo dell’inflazione.

Come direbbe un grande economista, premio Nobel, Joseph Stiglitz, occorre “mettere il mondo a lavorare”. Che ne pensi?

Il grande problema che tutte le economie stanno affrontando, sia quelle occidentali che quelle emergenti, è la grave carenza di domanda. Il mercato da solo non basta a risolvere la riduzione del lavoro e la sua svalutazione. La piena occupazione, la grande sfida della sinistra, si raggiunge solo con investimenti pubblici, e con la restituzione di reddito ai lavoratori per favorire i consumi. Senza una radicale inversione dei paradigmi restiamo impaludati nella stagnazione.

In quei paradigmi neoliberisti è caduta anche la Cina, secondo te?

La crisi cinese è la conseguenza dell’affermazione globale del mercatismo neoliberista, e il rallentamento dell’economia globale rende ancora più inadeguata la rotta. Di fronte alle difficoltà della Cina appare ancora più urgente gonfiare la domanda interna dell’eurozona. Aggiungo che purtroppo la famiglia socialista europea, incluso il Pd, resta subalterna alle politiche economiche indotte e dettate dal mercatismo neoliberista.

Facciamo il punto sulla politica nazionale. Si apre una settimana decisiva per il Parlamento. In particolare, si riapre la questione della Riforma costituzionale. In Senato, a partire dal prossimo 8 settembre, è prevista una discussione delicata e decisiva soprattutto sul testo di riforma dello stesso Senato. Credi che ci saranno effetti sul quadro politico? E quale posizione assumi sulle riforme costituzionali?

Non mi attendo reazioni rilevanti dall’avvio in Senato della terza lettura della riforma costituzionale. Mi aspetto però effetti sull’arco di forze che ha sostenuto finora i passaggi di approvazione del ddl Boschi. Che accadrà nel Partito democratico? Si confrontano due posizioni del tutto alternative su ruolo, funzione ed elezione del nuovo Senato, immaginato dalla riforma Boschi. La mia posizione è che il pacchetto confezionato dalla maggioranza del Pd contenente legge elettorale Italicum e riduzione del ruolo del Senato sia pericoloso per la democrazia, perché introduce un presidenzialismo di fatto, senza i necessari contrappesi, aumentando così il potere dell’esecutivo. Le strade per irrobustire i controlli e le funzioni dei contrappesi ci sono: c’è ad esempio l’elezione diretta del Senato, oppure l’allargamento della platea per l’elezione del Presidente della Repubblica o dei giudici costituzionali, oppure si può procedere al taglio dei parlamentari, tutti eletti. Il tema vero su cui riflettere è la nuova legge elettorale. Non l’abbiamo votata quando eravamo nel Pd. Restiamo molto critici e scettici. Essa consegna la maggioranza della Camera a nominati senza alcun tipo di rappresentatività. E produce una governabilità illusoria, una stabilità solo finalizzata ad attuare un’agenda dettata dall’esecutivo. Perciò, muta il principio stesso su cui è costruita la Repubblica parlamentare e dà avvio ad un presidenzialismo non previsto dalla Costituzione. A me sembra una ferita democratica.

Hai partecipato giovedì alla manifestazione in piazza don Bosco a Roma, insieme a tante associazioni, per costruire un’alleanza contro le mafie. Cosa pensi della situazione della capitale?

Si è definita la soluzione emergenziale, che speriamo sia in grado di gestire il Giubileo al meglio. Tuttavia, non possiamo nasconderci che la Giunta Marino non ha quel respiro strategico di cui Roma ha bisogno, perché è venuta meno la certezza della responsabilità politica. Oggi la responsabilità è confusa, divisa tra chi rimane formalmente sindaco, un prefetto che ha assunto parte dei poteri del sindaco e strutture amministrative che rischiano di indebolire le capacità di governo della città. Io credo che dobbiamo convincerci che si tratta solo di un governo transitorio della città, la cui scadenza è dettata dal Giubileo della Misericordia. E poi, è necessario tornare alle elezioni, non importa quando, ma come.

Secondo te, davvero la mafia, le cosche, i boss si sono impadroniti di Roma?

La mafia a Roma c’è, si è allargata la sua capacità di penetrazione e si è rafforzata. Roma però non è controllata dalla mafia, questo è il punto vero. Ci sono energie morali, sociali, culturali e politiche per una svolta radicale. Il Pd di Roma, tuttavia, che affronta una sfida così difficile in modo autoreferenziale, non è in grado di vincere la sfida da solo. Per questo abbiamo messo in campo un progetto politico per la costruzione di un nuovo soggetto politico, di sinistra, che restituisca senso alla partecipazione civile e civica e che parta dalla soluzione dei grandi, enormi, problemi delle tante periferie romane.