Gianni Cuperlo: la sinistra e il Paese

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Autore originale del testo: Gianni Cuperlo
Fonte: facebook

di Gianni Cuperlo 27 novembre 2014

Stamane il professor Galli della Loggia ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera molto critico verso la sinistra interna al Pd (e non solo). La tesi è quella di una vocazione al minoritarismo, e una costante incapacità di misurarsi coi problemi materiali delle persone, delle famiglie, delle imprese. Una battuta l’ha riservata anche a me, sottolineando che di certo non si sente il bisogno delle mie “astratte scomuniche ideologiche”. Leggo sempre con attenzione gli scritti di Galli della Loggia (anni fa mi colpì moltissimo un suo saggio sull’identità italiana che fu poi all’origine di una splendida collana di interventi). Per questo gli ho inviato una replica che allego anche qui sotto.

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Buona serata

“Gentile professor Galli della Loggia, spero mi perdonerà un commento al suo editoriale di stamane. Mi creda, non per la permalosità che spesso ci cattura e mi porterebbe a negare d’aver mai osato scomunicare alcuno. Figuriamoci poi in un campo terremotato come l’ideologia. Piuttosto mi ha colpito la durezza della critica. L’idea di una sinistra mai guarita dal suo male antico: poca sintonia col Paese, spirito minoritario, inconsistenza di soluzioni.

C’è del vero? Credo di sì. Ad esempio temo lei colga un punto quando spiega la scarsa tolleranza degli italiani per nuovi “discorsi” e una propensione al concreto, fosse pure un pizzico brutale come nella ricetta di Salvini. Non immagino, invece, una sinistra da ripensare tutta racchiusa tra pensionati, operai e disoccupati. Certo è che se diamo questa immagine il problema prima di tutto è nostro e bisogna interrogarsi sulle cause. Insomma per quali motivi, a cominciare da lei, veniamo dipinti per ciò che non siamo né vorremmo apparire. Me lo chiedo perché, e parlo di me, la critica che muovo al “mio” governo non è di correre troppo, ma l’andatura da passeggio. Non è il cambiamento in eccesso, è l’opposto.

Allora sul merito. Siamo il malato d’Europa per la combinazione unica, o quasi, di recessione, produttività bassa e assenza di lavoro. Due di questi mali hanno radici precedenti la crisi. Non il primo che però oggi contribuisce a un trittico micidiale.

Due domande. Come se ne esce? E consumi, imprese che investono ed export bastano a risollevare l’economia di un Paese in deflazione? Parecchi lo negano. Dicono che se le famiglie non hanno certezza di reddito non spenderanno, mentre le imprese torneranno ad assumere solo coi magazzini da svuotare. Purtroppo le riforme commissionate da Bruxelles (tagli alla spesa, riduzioni fiscali o leve regolamentari sul mercato del lavoro) hanno dimostrato un effetto anti-ciclico limitato e a volte negativo.

Il governo, dal canto suo, ha scelto in questi mesi due vie di buon senso. Sussidi a una parte delle famiglie, leggi gli 80 euro, e sgravi parziali alle imprese. Effetto anti-ciclico anche in questo caso limitato. Bene, e allora? Questa sinistra ciarliera ce l’ha un’alternativa? Forse.

Per dire, se aumentare occupati e produttività vuol dire rilanciare la domanda globale e le sole componenti private non bastano, scorciatoie non ci sono e va ripensato il bilancio pubblico. Perché, come il più grande economista del vecchio secolo aveva compreso, nelle grandi crisi compito di Stati e governi non è far meglio o peggio ciò che fanno altri, ma fare quello che nessuno fa. E oggi quello che nessuno fa è investire. Investimenti pubblici come leva di quelli privati. Limitarsi, anche nella legge di Stabilità, a tagliare la spesa in misura corrispondente alla riduzione della pressione fiscale non garantisce alla manovra l’effetto espansivo che oggi è vitale per la sorte delle nostre imprese.

Certo, la ricaduta è andare da Juncker e picchiare i pugni (ma su questo il premier è attrezzato) e dire finalmente la verità: che questa Europa non ha futuro se assieme alla stabilità dei prezzi non torna a battersi per creare occupazione, se non abbandona regole talvolta ottuse per margini di flessibilità dove la gente soffre. Lo so che mai più faremo disavanzo come l’America di Obama, ma dal nostro bilancio pubblico dovrebbe venire ora, non domani o chissà, un’iniezione corposa alla domanda.

Tradotto? Per esempio risorse, e tante, per quel riassetto del territorio che commuove tutti dopo l’alluvione di turno anche se poi nello “Sblocca Italia” vi sono 110 milioni per la messa in sicurezza del suolo e 4 miliardi per grandi opere destinate magari ad aggravare il problema.

Si risponde, i conti, il deficit, il 3 per cento, il debito. Peccato che ipotecare il destino di una grande Nazione a una percentuale fissata in un contesto storico del tutto diverso non sia segno di ragionevolezza. Poi, sacrosanto che il governo – e tutti lo sosterremmo – fissi un piano rigoroso di consolidamento del bilancio colpendo l’evasione e agendo con durezza su voci di spesa da anni fuori controllo, dalle forniture ai trasferimenti a pioggia.

Lei potrebbe dirmi, professore, “eccoci daccapo alla sinistra della spesa facile”. Ma non penso a una riedizione del vecchio, il punto è se la crisi peggiore del secolo non debba farci ripensare alla radice il legame tra pubblico e mercato, cercando l’innovazione e la ripresa dove è più probabile stiano, almeno se guardiamo al mondo. Ora, dinanzi a questi problemi e dopo aver perduto un milione di posti, dibattere per mesi su come licenziare non pare saggio né utile.

Mentre le priorità vi sarebbero, e talmente grandi da sbaragliare la querelle di questi giorni. In quelle priorità, però, la dignità di chi lavora, estendere le tutele a chi non le ha e i diritti soggettivi, di tutti e di ciascuno, non sono un valore astratto. Sono un bene concreto. Almeno per la sinistra. Se lo scordiamo la conseguenza non sarà la scomunica di qualcuno. Semplicemente in tanti non ci voteranno più. Anzi, temo abbiano cominciato.

Cordialmente”.

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PS. Ok, basta. Per il resto dell’anno non scrivo più lettere a nessuno. Giuro.