Giù le mani dal Bassolino

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di Fausto Anderlini – 21 gennaio 2018

Fare le liste non è mai un pranzo di gala. E tanto più quanto lo strato dirigente è vasto, composito, persino pletorico e i posti a disposizione verosimilmente scarsi. Non invidio chi si applica a questa tormentata e amara cucina dimagrante e provo il più profondo disinteresse verso il dibattito procedurale. Prima se ne viene a capo e meglio è. Per combattere poi a cuor leggero la battaglia degli argomenti. La rappresentanza parlamentare è importante ma non assegno ad essa alcuna taumaturgica risolutezza. Del resto il destino di Liberi e Uguali non si decide sulle liste, ma in ciò che verrà dopo, cioè nella costruzione di una ‘forza politica’ degna del nome, capace di operare nei territori con un corpo militante di quadri e dirigenti in un progetto di lunga durata.

E tuttavia una cosa la voglio dire: trovo insopportabile l’ostracismo verso Bassolino. Quale che sia la valutazione sull’ultima fase della sua esperienza politica Bassolino è stato un artefice di prima grandezza di quel ‘rinascimento napoletano’ che ha emancipato la politica partenopea, e certo anche parti della sua società, da un lungo e avvilente retaggio di arretratezza. Un rinascimento che ha avuto i suoi prodromi nella giunta Valenzi della metà dei ’70, al culmine dell’avanzata del Pci, e che nei ’90, pur tra luci e ombre, si è stabilizzato in una esperienza di governo e partecipazione con un vasto spettro coalizionale (da Rifondazione ai Popolari, passando per il Pds e poi l’Ulivo) che ha interessato l’intera regione. Per un quasi quindicennio, almeno sino 2006, prima di fratturarsi nelle lotte intestine, questo ‘sistema’ instaurato nel cuore del regno del sud e colonie annesse è stato in grado di garantire le vittorie del centro-sinistra in Italia e di guarnire le linee di difesa nei momenti di arretramento. Talchè il ‘possesso’ della Campania è valso ancora di più dell’Etruria rossa.

Pur tra perduranti contraddizioni le realizzazioni del governo della sinistra sono state imponenti tali da far percepire le grandi potenzialità della splendida metropoli partenopea. A queste realizzazioni e a questo importante ciclo politico Bassolino resta indissolubilmente collegato. L’artefice di un ‘rinascimento’ e di una speranza collettiva che resta viva nel cuore dei napoletani. Elemento mitico fondante di una biografia collettiva. Non il mesto interprete di una decadenza, che trova semmai espressione nel rozzo e ambiguo cacicchismo personalistico di un ex-magistrato demagogo. Il recupero, e verrebbe da dire addirittura il ‘restauro’, della memoria di quanto di meglio la sinistra ha saputo interpretare, è un tratto identitario decisivo nella definizione del profilo di Liberi e Uguali, la cui ‘novità’ è anche di rivendicare a sè con orgoglio ciò che il degrado della politica post-moderna ha cercato in ogni modo di rimuovere, rottamare, demonizzare. Nella sua desolante mediocrità ‘modernista’. E tanto più nella situazione contingente dell’assenza di un progetto praticabile di governo.

In questa chiave Bassolino avrebbe potuto significare (o potrebbe ancora significare, qualora intervenisse un ravvedimento operoso, come spero) una risorsa simbolica di grande e fiera attrattività. Come il Vesuvio, la cooperativa pescatori e quella piazza Plebiscito nella quale Berlinguer parlò a una massa di centomila napoletani. Solo il cedimento a un querulo e futile polemismo rottamatorio ha potuto svellere dal camelloporco napoletano un organo vitale così importante, se non un filamento cruciale del dna. E c’è da sperare non si debba pagare uno scotto ancora peggiore con improvvidi catapultamenti di ‘società civile’ tratti dal cantagiro nazionale. Dopo di chè facciano quel che gli pare. Il mio appoggio a Liberi e Uguali non verrà certo meno. Ma questo lo volevo dire. Prima di coricarmi. Una coglionata che rischia di compromettere una piazza decisiva nella battaglia di Liberi e Uguali..