Governo: veti, diktat e autonomie istituzionali

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 25 maggio 2018

Lo so che molti, anche a sinistra, fremono e si chiedono come mai Mattarella non proceda nel sostanziale via libera a Conte, che così ‘la famo finita’. C’è persino chi evoca già Napolitano e il suo attivismo sopra le righe. Io credo che la fase sia molto delicata, più che in altre circostanze. E che c’è abbiamo già assistito a un rovesciamento della prassi nel confezionamento, prima, di un programma in forma di contratto a due, e poi nella indicazione solo successiva di un premier. Il tema che preoccupa il Presidente riguarda proprio l’autonomia di quest’ultimo, almeno riguardo alle forze politiche che lo hanno indicato. Non dimentichiamo che è il Presidente del Consiglio a dirigere la politica generale del Governo e a proporre, lui in persona, i ministri alla successiva nomina del Quirinale. Impegnandosi a presentare, dopo aver sciolto la riserva, il programma in Parlamento per l’ottenimento della fiducia. Questo è l’iter, questi sono i passaggi nodali, e difenderne la forma e la procedura è compito di chi oggi tutela il dettato costituzionale (e dunque la democrazia italiana), ossia Sergio Mattarella.

Quando lo stesso Quirinale afferma che vi sono dei “diktat” non dei “veti”, intende che le due figure del Presidente della Repubblica e quella del premier subiscono forti pressioni politiche, che intaccano la loro autonomia, quella prevista dalla Costituzione. Perché non sono i partiti a dover svolgere il compito di proporre dei ministri, spetta al premier incaricato. E non spetta a Salvini nominare i medesimi, ma al Presidente della Repubblica. Quest’ultimo non li propone, certo, ma ha il compito di nominarli. Peraltro, come sostiene Enzo Cheli oggi sul Corsera, “la proposta non è vincolante” e il Presidente non è un notaio, così come il premier non è tale verso i partiti che lo hanno indicato. Ovviamente, si tratta di una interpretazione, ma certo è vicina alla lettera della Costituzione, che in questo particolare frangente non accenna mai ai partiti. Anzi assegna alle due figure del PdR e del PdC compiti precisi ed esclusivi. Lo stesso Cheli afferma che “una lettura corretta della Costituzione” afferma “la necessità di una compenetrazione delle due volontà”. Due volontà, appunto.

Mi faccio ora una domanda. Ma siamo sicuri che Giuseppe Conte, al di là delle affermazioni di rito, sia del tutto convinto della nomina di Savona? E siamo sicuri che abbia una forza politica tale (lui semplice tecnico scelto in ultimo e a giochi fatti) da poter contrastare i “diktat” e le pressioni ‘contrattuali’ appunto di Lega e 5stelle? E siamo certi che non sia qui il vero vulnus costituzionale, laddove la Costituzione assegna al premier autonomia di proposta e direzione dell’esecutivo, e non lo sottopone alla ‘cappa’ di un programma predeterminato a fronte di una debolezza politica che ne mette a rischio l’autonomia istituzionale? Ecco il punto. Ecco di cosa si sta parlando, non del “veto” a Savona, ma del senso e del profilo del tracciato costituzionale in un momento delicatissimo, il più delicato forse per una Repubblica Parlamentare, quello della formazione dell’esecutivo nella dipartita del precedente.

Anche qui, in questo speciale frangente, la democrazia rappresentativa e costituzionale testimonia oggi una crisi. Il diktat, le pressioni delle forze politiche, sono forme speciali di disintermediazione, che premono sulla Presidenza, la sottopongono a una prova durissima, e convogliano in quella direzione, a fini critici, una parte rilevante dell’opinione pubblica. Ma se avessimo avuto bisogno di un notaio al Quirinale, perché eleggerlo a Camere riunite, perché contrapporre candidati e profili diversi, perché porre il Presidente a tutela del tracciato costituzionale? Bastava un bel contratto davanti a un notaio, un annuncio sui social, tanti like sotto e il governo era fatto. Ma non si fa così, non si fa per niente cosi. La volontà popolare è una cosa più seria e articolata delle pressioni populiste e della fretta di chi è abituato ai tempi televisivi. E che oggi si rassegna al notariato. Sapevatelo.

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