Guerra o depressione permanente? Scegliete voi!

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di Antonio Gaeta 22 dicembre 2018

Nella Conferenza di fine anno il presidente Vladimir Vladimirovič Putin ammonisce gli astanti, giornalisti di tutto il mondo, dichiarando che “Rischiamo la fine della civiltà umana”. Questo perché le ingenti spese militari e le sanzioni USA/UE nei confronti della Fed. Russa sono già atti di guerra, mascherati da disapprovazione nei confronti del sostegno russo per i cittadini della Krimea, del Dombas e dei Siriani, anti-americani e contro il governo autoritario ucraino, molto amico degli attuali nazisti (figli e nipoti di quelli che aiutarono Hitler nello sterminio di 6 milioni di russi, prima di Stalingrado) !

Un recente sondaggio demoscopico, citato dallo stesso Putin, rende noto che il 66% dei cittadini russi vorrebbe il ritorno al regime comunista sovietico, per debellare l’enorme impoverimento di vaste masse in tutto il mondo: impoverimento voluto e scientemente perseguito dai grandi capitali finanziari USA e Paesi UE. Putin dice ai giornalisti che “Il socialismo non é realizzabile, ma politiche di sviluppo dei servizi sociali, invece, si !”

In questi giorni in Francia il movimento dei “gilets jaunes” (e in Ungheria i lavoratori dipendenti dalle grandi aziende) contestano le politiche “liberiste” e “sovraniste” dei governi europei, tutti in diverso modo amici del grande capitale (soprattutto USA) e persecutori di ceti sociali lavoratori, diseredati e impoveriti.

Per meglio comprendere cosa si agita all’ombra di commenti giornalistici, spesso superficiali e ossequiosi del “sensazionalismo” privo di emozioni reali, mi avvalgo delle opinioni a suo tempo espresse dall’economista di fama internazionale James Kenneth Galbraith.

In una famosa intervista al Guardian egli dichiarò che: “Dunque sì, c’è una crisi della globalizzazione. Ed è una crisi che sembra piuttosto brutta, preannunciando risultati catastrofici, forse una guerra apocalittica, ma più probabilmente una depressione in Occidente, con conseguente rinforzo delle strategie di sviluppo nazionale nell’ambito del continente eurasiatico. La Cina, alla fin fine, non ha bisogno degli Stati Uniti, mentre la Russia può forgiare una serie di alleanze con i suoi vicini geograficamente strategici, inclusa la più che autoritaria e recalcitrante (rispetto ai principi liberali occidentali) Europa dell’Est. È molto probabile che questi processi di panslavismo nazionalistico, salvo che non scoppi una guerra o grosse rivolte interne, saprebbero ben resistere alle influenze esterne operate dalla UE o dalla Cina.

Per l’Occidente, tutto ciò pone una domanda profonda e difficile: – avendo distrutto la propria reputazione per valori superiori, avendo sacrificato la democrazia sull’altare della finanza, avendo mostrato disprezzo per le strutture di diritto internazionale fondate nel dopoguerra e, allo stesso tempo, avendo dimostrato che Mao Tse Tung non era molto lontano dalla realtà nel definire “tigre di carta” il Capitalismo occidentale – come ripristinare la propria posizione e la propria reputazione di cittadini nel mondo?”

La risposta potrebbe essere: “Un po’ di umiltà governativa! Oltre a riconoscere che la deludente globalizzazione, così come era stata pensata venti anni fa da persone decisamente folli, non è sostenibile!” Quindi, un programma di ricostruzione territoriale di tipo federale tra regioni e comuni europei, focalizzato sulle sfide in campo sociale e nell’ambito delle risorse rinnovabili, nonché del rispetto per l’ambiente? Questo potrebbe essere un buon punto da cui partire, per indebolire i nazionalismi e lo spirito bellico che li anima: in nome del comune interesse continentale europeo!

Queste prospettive sono del tutto simili a quelle dell’economista e statista greco Yanīs Varoufakīs, che nel suo “Minotauro Globale” le espone molto bene e sono del tutto condivisibili.