Hic Rhodus hic salta. Il caso Emilia Romagna, ovvero del ‘modello tradito’

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Fausto Anderlini
Fonte: facebook

di Fausto Anderlini – 2 dicembre 2014

Avanzo in materia due punti di riflessione che partono da una premessa. Quando l’onda astensionista è così ampia e generalizzata essa trascina ogni genere di movente. E’ comunque chiaro che l’elemento tracimante è stata la sfiducia nella ‘classe politica regionale’. Una tendenza già affacciatasi nelle elezioni del 2010 a seguito dello ‘scandaletto’ Del Bono e prontamente registrata da una scadente partecipazione elettorale, nonchè dalle performances, alle estreme, della Lega Nord e del nascente M5S. Con la facilità di additare capri espiatori a proprio vantaggio che gli è propria il chiaccherone nazionale si è tirato fuori dal tritacarne accusando il resto della classe politica. In loco i suoi tirapiedi hanno allargato l’analisi. La decadenza di classe politica (della quale non si sa per quale grazia di Dio reputano di non far parte) sarebbe intrinseca al ‘modello’ socio-politico emiliano-romagnolo – che essi interpretano come un sistema chiuso e burocratico monopolizzato dagli accordi fra le istituzioni egemonizzate dalla sinistra, le ‘coop rosse’ e i sindacati. Sono argomenti che un tempo erano cari solo alla destra e che invece, adesso, trovano piena cittadinanza nel PdR. Ed è a questo proposito che avanzo due riflessioni:
1. Sulla cd. ‘decadenza’ della classe politica. Va da sè che la continuità di governo tende col tempo a selezionare dirigenze vieppiù ‘gestionali’, strumentali, cioè moralmente e idealmente svigorite. L’esistenza di un partito con una solida partecipazione di base, com’era il Pci e ancora il Pds-Ds, era tuttavia un antidoto efficace alla burocratizzazione ed all’autoreferenza della classe politica. Gli stessi accordi coalizionali fra i partiti (prima il Psi poi i Popolari e i Dl) se per un verso accentuavano gli elementi spartitori nella divisione degli incarichi, per altro verso imponevano una sorta di controllo reciproco che agiva da freno della dismisura. E’ ben vero, comunque, che l’alleanza con il personale d’estrazione cattolica ha accentuato le lotte per l’occupazione degli incarichi mettendo in secondo piano il controllo delle unità di base. La creazione del Pd, per ragioni a lungo dibattute, ha accresciuto ulteriormente la cetualizzazione della classe politica. Non solo per il sopravvento di temi democratico-liberali, piuttosto che solidaristico-egualitari, nel telos del nuovo partito, ma perchè tutta la politica ha finito per essere saturata, con le primarie e altri metodi più tradizionali, dall’occupazione degli ‘incarichi’. La partecipazione organizzata di base è stata via via soffocata, talchè il Pd è diventato un partito elettoralistico di ceto politico. Non è stata dunque la ‘triangolazione’ fra istituzioni, categorie economiche e sindacati, ad aver prodotto la ‘decadenza’ della classe politica, ma la rinuncia a rinnovare e potenziare le radici della partecipazione politica popolare.
2. Sulla cd. crisi del ‘modello emiliano’. Il modello emiliano ha dispensato sviluppo e benessere diffuso depositando nella società, più che in ogni altro luogo, ‘elementi di socialismo’ (basta confrontare le più recenti statistiche di Bes). Le radici del modello stanno nella lunga storia dell’emancipazione delle masse agrarie, mentre il suo pieno sviluppo ha coinciso con gli anni del grande decollo industriale della regione (i ’60 e i ’70). La fase post-moderna, con la terziarizzazione diffusa e il ridimensionamento degli attori sociali originari, ha creato problemi, ma il ‘modello’ è riuscito non solo a ‘seguire’ le trasformazioni. Le ha anche indirizzate. Infatti la post-modernità emiliano-romagnola ha avuto come protagonisti la base manifatturiera e un moderno ed efficiente settore istituzionale basato sul welfare. Anche in tal caso basta guardare gli indicatori comparativi di qualità/quantità. Il sistema urbano emiliano è sempre ai primi posti nella rank size rule nazionale ed europea. Se si deve parlare, oggi, di crisi del ‘modello’ le ragioni non sono endogene, ma esogene. La finanziarizzazione dell’economia, l’acuirsi delle diseguaglianze sociali, la compressione del welfare, la ricentralizzazione statale all’insegna, paradossale, dello ‘Stato minimo’, cioè la compressione della politica democratica e dei sistemi di mediazione/integrazione sociali. E’ da qui che viene la sfida corrosiva. E’ in questa luce che va reinterpretata la stessa ‘decadenza’ della classe politica. Ubriaca di incarichi e ideologicamente condizionata dalla pseudo-modernizzazione ha infatti cessato di lottare contro le cause che attaccavano l’albero sul quale essa stessa era seduta. La gente, astenendosi, non ha affatto voluto affossare il modello sociale della regione, ma stigmatizzare una classe politica dimostratasi indegna della sua difesa/promozione. Oggi questa classe politica è, dal punto di vista politico, un coacervo doroteo di burocratismo e neo-liberismo. Esito in parte di trasformazioni aliene, e in altra parte di trasformismi locali.
Quando si prende in mano il ‘modello’ e la sua crisi ci sono in campo due linee.
Una è quella liberista che punta a far transitare la regione verso i modelli ‘aggregativi’ (cfr. Patrizia Messina) del Veneto e della Lombardia. Anche quando si ammanta di temi sedicenti ‘di sinistra’ (antiburocratismo, snellimento, partecipazione diretta) tale linea mira a trascinare la regione fuori dal suo calco storico e culturale. Omologandola.
L’altra è quella di un rifondazione del ‘modello’ attualizzandone le radici sociali originarie nella moderna lotta contro le diseguaglianze. L’idea cioè di una guida democratica e socialista dell’economia a sostegno dei bisogni delle masse popolari. Solo per questa via, che implica una risorgenza ideologica e motivazionale, è possibile ripristinare l’etica della classe politica e amministrante. Nell’altro caso avranno la meglio i cacciatori di cariche. E’ già adesso è facile predire che gli uomini con le dita veniali nella marmellata saranno sostituiti da malfattori con le dita capitali nella pasta. Basta leggere certi post che passa il convento di Fb per accertarsi di come il Job Act venga accompagnato con vere e proprie apologie padronali di stampo ottocentesco. E’ forse da questa gente che può venire un rinnovamento morale della classe amministrante ? C’è davvero da dubitarne.
Perciò: Hic rhodus, hic salta. O il Pd troverà modo in breve tempo di sintonizzarsi sulla cultura e la pratica convergenti dell’egualitarismo socialista e del solidarismo cattolico, oppure sarà definitivamente perso e si dovrà lottare con tenacia per battere gli usurpatori. Con ogni mezzo, ma soprattutto con la mobilitazione collettiva.
Viva lo sciopero generale del 12 Dicembre.

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