I 12 mesi del Granducato toscano/1

per Andrea Colli
Autore originale del testo: Notizie di stampa/Andrea Colli

di Andrea Colli 10 febbraio 2015

Non mi interessa prendere il posto di nessuno, voglio fare le cose che interessano agli italiani. #enricostaisereno. Era il 17 gennaio 2014 quando Matteo Renzi, ospite di Daria Bignardi, rassicurava l’allora premier Enrico Letta inventandosi un apposito hashtag. Neanche un mese dopo, il 13 febbraio, Renzi proponeva alla Direzione Pd – che approvava – di sfiduciare #enricostaisereno . Il giorno dopo Letta si dimetteva e il 17 febbraio il sindaco di Firenze e segretario democratico riceveva l’incarico di formare il nuovo governo: il 22 giurava al Quirinale e 24 ore dopo riceveva la fiducia delle due Camere. Sono, insomma, dodici mesi di Renzi (e degli innumerevoli fiorentini che ha nominato su ogni poltrona disponibile) alla guida del Paese: quello che presentiamo oggi e domani è il bilancio di un anno di Granducato toscano a partire dai temi economici, quelli più sensibili per una nazione in recessione da tre anni filati. Il filo conduttore sarà il discorso programmatico con cui Matteo Renzi si presentò al paese. A rileggerlo oggi, peraltro, mostra già tutto il suo stile di governo: frasi che vorrebbero mimare vertigini kennediane non elevandosi mai dal livello Baci perugina (“è il tempo del coraggio”; “la fiducia non la sta chiedendo un governo, ma l’Italia”); grandi petizioni di principio sul cambiamento i cui contenuti vengono sempre rinviati a un secondo momento (“immaginiamo un percorso in cui la differenza tra sogno e obiettivo è una data”); qualche annuncio spot di grande impatto sul pubblico (più asili nido; i dirigenti pubblici siano a termine; vi spediremo la dichiarazione dei redditi precompilata). A guardare l’elenco delle realizzazioni concrete, invece, si nota altro. Il “cambio radicale delle politiche economiche” non c’è stato, ma – al di là delle chiacchiere – si è invece accentuata l’adesione al modello di sviluppo proposto dalla “austera” commissione Ue: tagli di spesa pubblica, politiche che riducano la capacità contrattuale dei lavoratori (Jobs Act) e sgravi fiscali per le grandi imprese (quelle che vivono di esportazioni). È il modello della “svalutazione competitiva” che è la linea ufficiale dell’Italia da Mario Monti in poi. Non sorprende, dunque, che i risultati alla fine siano gli stessi: il Pil è continuato a calare, i disoccupati sono rimasti tali”.

(a cura di Salvatore Cannavò, Stefano Feltri e Marco Palombi)
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