I giovani, la Terra da salvare e il mondo da cambiare

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di Alfredo Morganti – 19 marzo 2019

Nell’introduzione a un’antologia berlingueriana (La passione non è finita), Miguel Gotor ci ricorda le parole di Marc Bloch, per il quale gli uomini sono figli dei loro tempi più che dei propri padri. Una citazione fulminante, che quasi ribalta molti punti di vista. Perché se è vero che l’autonomia si conquista ‘uccidendo’ qualcuno, in questo senso bisognerebbe uccidere i propri tempi più che i propri padri. Anzi, verrebbe da dire che questi ultimi dovrebbero essere al contrario nostri alleati, non avversari da far fuori. Ma che vuol dire ‘uccidere i propri tempi’? Vuol dire trasformarli. Vuol dire rivoltare il loro abbecedario, rovesciarne il senso grammaticale. Concentrare in sostanza i propri sforzi sull’attualità, le sue contraddizioni, ingiustizie, vizi, invece di fare a sciabolate con le generazioni precedenti, e dunque con il tempo passato. Per dire, la catastrofe ecologica incombente è spesso risolta ‘politicamente’ con un j’accuse verso i padri, quando invece andrebbe affrontata puntando l’indice verso chi la rende oggi una minaccia attualissima, ossia l’attuale modello di produzione e consumo, di cui anche i figli sono utenti, in quanto utilizzatori di strumenti, risorse, gadget specifici, nonché portatori di stili di vita contraddittori rispetto allo scopo precipuo, che pure si pongono, di salvare il pianeta.

La salvezza della Terra dipende da una grande trasformazione. Che riguarda l’economia, l’uso proprietario che si fa dell’ambiente, i grandi squilibri mondiali, i modelli di consumo, l’individualismo, gli sprechi, la dissipazione di risorse, i privilegi e le diseguaglianze in primis. Vengono a mente proprio le parole di Berlinguer, l’idea che laddove la crisi sembra condurci verso una fase senza ritorno, questa possa tuttavia trasformarsi in opportunità, in occasione, in speranza. Una risposta alla crisi che punti direttamente alle sue radici, questo serve. Io leggo così le manifestazioni di venerdì scorso. Come la presa di coscienza di uno stato finale, di un abisso spalancato, che deve diventare anche un modo per mettersi in gioco da parte delle giovani generazioni. Mettersi in gioco, nel senso di discutere il proprio ruolo sociale, di individui e di consumatori in un mondo che rischia di morire anche a causa di stili di vita deleteri. La battaglia sull’ambiente è (o deve diventare sempre più) una battaglia politica per la trasformazione dei rapporti sociali, politici, economici e dei corrispondenti scenari di vita. È qui lo scatto da fare, è per questo che i giovani delle manifestazioni, delle scuole, delle università dovranno misurarsi con la propria esistenza concreta, quotidiana. Con le proprie contraddizioni. Piuttosto che irriderli, perciò, sarebbe il caso di contribuire a un salto di qualità, partendo da una base già molto ampia di partecipazione e di consapevolezza diffusa.

Tenendo conto di un dato di fatto, però. Che questi giovanissimi, come spiega Ilvo Diamanti, non sono dei ‘no-global’ e non vogliono nemmeno esserlo. Sono ‘global’ a tutti gli effetti (non tutti certo), perché vivono in rete, parlano altre lingue, frequentano culture internazionali, sono uniti da un destino comune, quasi sovranazionale, e spesso lasciano il proprio Paese per ragioni di studio, di lavoro o per viaggiare low cost. La discontinuità c’è già stata, ed è stata il contrario dell’arrocco. Partire da questa nuova coloritura della realtà è d’obbligo, il contrario sarebbe come provare a far rientrare il dentifricio nel tubetto. Questi giovani vanno accolti con i loro telefonini, la loro musica, il loro globalismo, la loro rete e una visione del mondo molto larga, spesso filtrata da media e social. Ciò ingenera relazioni, aperture, abitudine all’altro, familiarità con altre culture, senza che ciò significhi per forza insuperabile subalternità ad altri modelli. Poi certo, tutti siamo in gioco, e tutti cambiamo con il cambiamento in corso, ma la base è questa. Inviterei dunque a essere meno severi e meno parrucconi con quel che accade nel mondo, soprattutto se esce fuori dai nostri cardini culturali. Gli uomini non cambiano, diceva Machiavelli, la natura umana è stabile, ma le cose del mondo son mutevoli e cangianti, e la virtù che dovrebbe guidarci contro la potenza della Fortuna deve essere molto, ma molto più grande della nostra presunzione e delle nostre invettive. Conoscenza, sapere, ascolto, ricerca, studio: solo così si esce fuori dal pantano capitalista e si salva la Terra, per quanto sia ancora possibile.