I gufi e il “felicitatore”

per Gabriella
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 9 novembre 2015

Ai fuoriusciti dal PD (e credo anche a chi è rimasto nel PD) Renzi ha risposto così, quasi in termini filosofici: “Quando attaccano Happy Days”, lo fanno “perché si sentono lontani dalla felicità”. Lui crede invece “che la felicità sia l’orizzonte politico degli italiani”, e dunque l’obiettivo vero di ogni politico. Così che Fassina, D’Attore, gli uomini della sinistra in genere sarebbero i soliti gufi, tristi e menagrami. Io ho preso alla lettera il ‘felicitatore’ Renzi e mi sono andato a vedere la classifica del World Happiness Report (Rapporto mondiale sulla felicità). Be’ nel 2013 l’Italia era al 45° posto, oggi è al 50°. Evidentemente la cura Renzi, in questi due anni, non è stata all’altezza delle premesse roboanti del premier. I numeri ‘cantano’. Ma non è solo una questione di classifica. C’è anche un altro aspetto, sottolineato da Jeffrey Sachs, economista americano, direttore dell’Earth Institute della Columbia University: “Il problema dell’Italia? Avete disinvestito dal capitale sociale, quel capitale che è fatto di fiducia reciproca, di relazioni solidali”. Sono parole riportate da Federico Rampini nel suo recente libro, L’Età del caos. La felicità dipende dal benessere sociale, o comunque dalle relazioni solidali. In breve dal grado di solidarietà sociale, garantita segnatamente dalle risorse pubbliche. Welfare, dunque. Non a caso nella top ten della classifica ci sono alcuni Paesi europei come quelli scandinavi. In sostanza non si è felici per una disposizione mentale, o perché si è ricchi, o perché si è vinto alla lotteria. Queste sono soltanto condizioni che consentono uno stato d’animo individuale e contingente. La felicità è soprattutto un fenomeno sociale, ed è costituita da una rete forte di sicurezza e di opportunità che si costruisce con le tutele, la cura, la solidarietà, il senso di appartenenza a una comunità. E che riflette la condizione di non essere soli, non essere costretti a contare soltanto sulle proprie forze quando attorno è una specie di jungla.

E allora, che cosa ha fatto Renzi in questi due anni circa? Ha ridotto le tutele sul lavoro, ha colpito il metodo della collegialità a scuola, ha ridotto i contrappesi istituzionali, ha tagliato la spesa sanitaria. Inoltre, non vorrebbe più contratti collettivi di lavoro, vorrebbe mettere fuori gioco i corpi intermedi, nonché ridurci in fondo a individui che contrattano da sé, in solitudine il proprio destino con il potente di turno, a partire dai vertici imprenditoriali. Ma questo non è esattamente ‘disinvestire’ sul capitale sociale? Ossia sulle risorse umane, collettive, relazionali, sul tessuto delle solidarietà e delle tutele, sul senso di comunità, per dare corpo invece a un’idea di individuo solo e in lotta con tutti gli altri, a cui al massimo concediamo prebende, mance (80 euro), card sociali, una tantum (500 euro agli insegnanti) per autocostruire il proprio aggiornamento professionale, MA NON UN CONTRATTO COLLETTIVO, su cui scrivere nero su bianco non solo la quota di aumento contrattuale, ma anche i diritti, e dunque il potere, di chi lavora? Ma Renzi non incarna proprio l’idea dell’uomo solo al comando, della politica personalizzata, e non è sostenitore anche del partito liquido, gassoso, minimale, cioè ridotto a mero marchio più alcune battaglie elettorali, e poi punto? Ma se è davvero così, il dubbio è lecito. Così mi chiedo: e se il gufo fosse lui, Renzi, con tutto il rispetto per i supposti gufi che poi saremmo noi?

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