Il ‘contado’ perduto

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di Fausto Anderlini

Sono fieramente incazzato. Proprio perché Bersani ha fatto un bel discorso e ha affrontato, fra i vari temi, anche quello della frattura fra le città e il territorio (il ‘contado’ come ha voluto esprimersi con un linguaggio un po’ desueto). Sono tendenze in atto da almeno un quarto di secolo. E io fui fra i primi a studiarle al seguito dell’emergere delle leghe nel nord. Con carotaggi che poi ho approfondito nelle zone rosse in modo sistematico. Alla nascita del Pd, con le elezioni del 2008, era evidentissimo che la frattura stava erodendo in modo assai rapido le basi territoriali della sinistra e che prima che poi avrebbe travolto anche le zone rosse. Una fenomenologia analoga a quella che ha investito nei ’60 il mondo country americano passato in breve volgerfe di tempo dall’egemonia democratica a quella repubblicana. La trascuratezza che il Pd ha riservato ai territori, con la demolizione delle strutture organizzate e la corsa di una classe politica vieppiù ignorante a occupare le ‘località centrali’ pensando che essi funzionassero da salmerie perenni di consenso, ha accelerato il distacco, favorendo la penetrazione della Lega (in Emilia già significativa, per quanto ancora enclavizzata ai margini della regione, dal 2010). Cessata l’integrazione territoriale esercitata dal partito e individualizzata la classe politica municipale con le primarie si è poi pensato di dare il colpo di grazia abolendo (o meglio declassandole nell’inutilità) le Province. Resecando anche l’integrazione istituzionale che era tipica delle province nell’articolare i rapporti fra i capoluoghi e i territori di frangia. E devo dire che allora anche Bersani non comprese le implicazioni di quell’orientamento sciagurato. Per almeno quindici anni ho predicato nel deserto e tutto quello che ha prodotto il mio attivismo territoriale (con centinaia di ricerche e di ispezioni alla scala micro, persino delle località frazionali) sono stati un tot di volumi che nessuno ha mai letto.

Comportamenti soggettivi a parte l’implosione dei territori ha alla base processi di carattere oggettivo. La globalizzazione e la riorganizzazione liberista ha letteralmente squassato l’articolazione dei distretti industriali. Il distretto ‘marshalliano’, forma di economia radicata nel territorio e sostenuta da una forte sinergia di ‘economie esterne’ socialmente integrate, ne è uscito distrutto o fortemente ridisegnato. Interi territori (si pensi alla montagna) hanno assunto l’aspetto di cimiteri industriali. In altre realtà la proiezione internazionale ha permesso la tenuta delle realtà manifatturiere, ma a prezzo di scomposizioni profonde del tessuto sociale e imprenditoriale. I mondi vitali della comunicazione orizzontale si sono comunque frantumati. Nello stesso tempo le città si sono disancorate dai territori, cioè dal loro umland, riorganizzandosi in sistemi di relazione e di crescita ultra-locali. Divenendo mondi a sé, con un rapporto meramente infrastrutturale col proprio territorio storico. Il risultato di questi processi è stato che la sinistra si è spostata a destra, sradicandosi dai territori e isolandosi nelle città.

Queste in Emilia saranno le prime elezioni nella nuova situazione geo-politica. E sarà bene giocarle secondo la nuova regola. Cioè massimizzando il voto urbano. Inutile pensare di ingaggiare qui ed ora una lotta per la riconquista del territorio perduto. Impensabile riguadagnare in duje mesi quel che si è perso in venticinqvent’anni. Solo se il partito sardina d’azione genererà un’onda urbana di notevole proporzione (e ci sono buone probabilità che ciò avvenga) la destra sarà sconfitta e si potrò provvedere a un riequilibrio. In fondo nelle città risiedono i due terzi degli elettori e l’Emilia-Romagna è dotata di una grande struttura urbana.