Il dovere di non smettere di sperare

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2015/04/verba-volant-177-futuro.html

di Luca Billi 20 aprile 2015

Le donne e gli uomini che hanno fatto la Resistenza erano giovani, spesso molto giovani; per lo più lo dimentichiamo, anche perché li abbiamo conosciuti quando ormai erano vecchi. E infatti la Resistenza è stato un movimento che ha avuto molti caratteri della giovinezza: l’entusiasmo, la temerarietà, la spontaneità. Ed ha avuto successo anche grazie a queste caratteristiche: forse tante azioni non sarebbero state neppure pensate – né tantomeno messe in pratica – se quei ragazzi fossero stati più saggi e più assennati, come sarebbero poi diventati negli anni e come ci hanno insegnato ad essere.

A leggere le memorie dei partigiani quei ragazzi e quelle ragazze erano in qualche modo perfino spensierati, nonostante avessero imparato a conoscere molto presto la durezza della guerra, le atrocità della tortura, la morte. E spesso quei partigiani ti confessano la loro scarsa consapevolezza di allora: andavano e combattevano, perché sentivano – più che sapevano – che era giusto così. Le donne e gli uomini che hanno fatto la Resistenza – quelle ragazze e quei ragazzi – lottavano per il loro futuro e per quello dei loro figli – qualcuno era già padre e madre, nonostante la giovane età – tutti si immaginavano padri e madri. Chi è giovane vede inevitabilmente davanti a sé tanto futuro e lotta per conquistarne uno migliore di quello che le condizioni date sembrano offrirgli. La speranza è un’altro attributo indispensabile della giovinezza, anche – e soprattutto – la speranza di cose impossibili. C’è tutta la vecchiaia per essere saggi ed essere realisti.

Pensavo a questa cosa, rileggendo un dato che conoscevo, ma su cui forse non ci siamo soffermati abbastanza. E che abbiamo dimenticato. L’Europa è il continente con l’età media più alta: già nel 1990 era di 37 anni, mentre nel 2050 sarà di 47; l’Africa invece è il continente più giovane – e lo rimarrà a lungo: l’età media era di 18 anni nel 1990 mentre sarà di 31 nel 2050. Noi e i tedeschi siamo tra i più vecchi – rispettivamente 44,5 e 46,1 anni; mentre nei paesi del Maghreb è circa la metà e in quelli dell’Africa centrale ancora più bassa.

Non sapremo mai l’età media delle donne e degli uomini che sono morti l’altra notte nel Mediteranneo, e di quelli che sono morti nelle notti precedenti e di quelli che moriranno nelle prossime notti. Non sappiamo neppure il loro numero, figurarsi i nomi e le identità. Però è facile immaginare che fossero giovani, che fossero ragazze e ragazzi che avevavo già visto tante cose, che avevano già sofferto tanto, che magari avevano già dei figli, ma che erano ancora giovani e avevano le caratteristiche più belle della giovinezza.

Ci vuole una certa dose di incoscienza per intraprendere un viaggio così, che – bisogna ricordarlo a quelli che adesso dicono che il problema è garantire una presenza militare in Libia – non comincia sulle coste meridionali del Mediterraneo, ma molto più lontano. Spesso devono oltrepassare il deserto e probabilmente pare loro semplice attraversare quel relativamente piccolo braccio di mare che li separa dall’Europa. E anche quando arrivano in Europa – se ci arrivano – il loro viaggio non è finito, anzi rischia di cominciare la parte più dura, perché la stragrande maggioranza di loro deve prepararsi a soffrire un lungo periodo di povertà. Alcuni più sfortunati vengono sfruttati, alcune divengono prostitute; molti qui muoiono, senza aver realizzato neppure una parte dei propri sogni, senza aver visto un po’ della felicità che avevano immaginato, probabilmente illudensosi, all’inizio del viaggio.

Lampedusa – quando ci arrivano – per molti di loro è l’inizio di una nuova sofferenza. Allora ci vuole un coraggio che sfocia nella temerarietà per cominciare questa avventura; eppure cominciano, anche perché sono giovani e credono di avere davanti a sé tutto il futuro. E si immaginano padri e madri di bambini che nasceranno in condizioni migliori di quelle in cui sono nati loro. Ci vuole scarsa consapevolezza, se non vera e propria incoscienza, per venire qui a farsi insultare, a farsi sfruttare, a farsi uccidere talvolta. Probabilmente molti, se chiedessimo loro perché hanno cominciato quel viaggio, non saprebbero risponderci in maniera chiara: sentono che devono farlo, che è giusto farlo, più di quanto ne capiscano le ragioni.

Sono giovani e dobbiamo perdonare loro anche queste speranze, per quanto siano vane. E, noi che giovani non lo siamo più, dovremmo anche provare a interrogarci sulle cause che spingono tante donne e tanti uomini a cominciare questo viaggio disperato, a interrogarci sulle povertà, sulle ingiustizie, sulle disuguaglianze; e cominciare a combattere affinché spariscano.

Loro sono giovani, hanno davanti a sé tanto futuro e lottano per conquistarne uno migliore di quello che le condizioni date – e noi che quelle condizioni contribuiamo a crearle – sembrano offrire. Basterebbe questo a capire che la loro lotta dovrebbe essere anche la nostra. Se vogliamo sperare in un futuro un po’ migliore, per loro e per noi.