Il governo del ‘fisco percepito’ e la sinistra stretta in una tenaglia

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di Alfredo Morganti

Diciamo la verità. Questo governo ha tagliato 29 miliardi di tasse: 23 di Iva e 6 di cuneo fiscale. Perché allora è divenuto il governo del “fisco percepito”? Per la tassa sulle merendine, che non c’è? Per la plastic tax che forse verrà persino “rimodulata” sotto il miliardo, sennò Renzi chi lo sente? Il primo a meravigliarsene è Antonio Polito sul Corsera, non propriamente un capopopolo. E dunque? Peraltro, il taglio dell’IVA è reale, non è sospinto in avanti ad altra scadenza. I prossimi esecutivi avranno un problema in meno, e Salvini, se gli italiani lo portassero in trionfo in futuro, potrà fare tutte le flat tax o somministrare i bonus che vorrà, visto che la sinistra, pensando in primo luogo al bene comune, ha fatto quello che chiunque avrebbe dovuto fare se non fosse posseduto dal demone furioso delle proprie ambizioni.

Nonostante ciò, sempre Polito dice che il governo avrebbe fallito nel compito di neutralizzare Salvini e la destra. Nello stesso tempo, però, aggiunge che “le ragioni che consigliarono […] di evitare una nuova (e permanente) campagna elettorale, sono oggi rese finanche più valide dall’aggravarsi delle prospettiva economica e della tensione sociale”. Capite l’aporia? Il governo ha fallito, ma ha salvato il Paese dal macigno di 26 miliardi tasse. Il governo ha fallito, ma bene ha fatto a impedire le elezioni. Il governo ha fallito, ma la crisi economica accresce la necessità di un governo. È una specie di tenaglia logico-storica, così enunciabile: il peggiore dei governi possibili, meno male che c’è! Una formula di comodo che consente a molti di stare all’opposizione quasi sdegnosamente, ma nella serena (e lussuosa) consolazione che Salvini non abbia avuto pieni poteri, che la destra stia lì nelle piazze e non a Palazzo Chigi, che qualcuno si occupi comunque del bene del Paese (con tutte le contraddizioni, gli errori e le cazzate possibili, anche enormi).

Ecco dov’è la crisi del Paese, della sua coscienza, del suo pensiero. Ecco dove ha preso radici, stretta in una contraddizione insuperabile. L’esercizio della critica è ormai sganciato da ogni concretezza, da ogni buon senso, da ogni numero che non siano i sondaggi e le nude percentuali di una elezione. La critica è diventata una macchina infernale che ha l’autoguida, come la Tecla. Una comodità per certi aspetti, che si concede il gusto vanaglorioso dell’opposizione, nel soffice lusso di avere, comunque, un governo che governa, che toglie qualche preoccupazione, che il daffare più urgente l’ha fatto.

Io vedo uno spartiacque tra quello che mette in sicurezza l’Iva e quello che, invece, aveva mandato in crisi il governo proprio per evitare di affrontare temi ‘impopolari’. Vedo una differenza abissale tra chi cancella il superticket e chi fa la sua battaglia antitasse a vantaggio degli evasori. Vedo una differenza netta tra chi sta sulla barricata dell’esecutivo e chi se ne discosta e fonda un partito di plastica non appena intasca ministri e sottosegretari. Vedo una differenza insormontabile tra chi sta al governo con tutti i sentimenti e chi ci sta ma chiede l’ “intervento del governo” come se non ne facesse parte (e forse è proprio così).

È questa l’Italia che non amo, e non amerò mai. Un’Italia furba, ambiziosa, ipocrita, maneggiona, astratta, che mi permetto di giudicare, altro che. Quella, ad esempio, che sfila con Greta ma attacca la plastic tax. Quella che critica da sinistra Greta, ma intanto non sa far partire movimenti sull’ambiente e sulla nostra vita altrettanto imponenti. Forse sta finendo il lusso di stare e non stare. La dialettica e l’oratoria non basteranno più. Ecco la crisi della sinistra, che oggi chiede conto. Ecco la necessità di un pensiero vero, e non delle carabattole quotidiane filtrate dai media.