Il grido

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di Raniero La Valle – 7 marzo 2019

Col ritorno alla grande del Sindacato in piazza il 9 febbraio a Roma, con la manifestazione di Milano del 2 marzo, con la critica all’”Europa dei populismi” argomentata con rigore nel congresso romano di Magistratura democratica, con i cattivi umori elettorali rivelatisi in Abruzzo e Sardegna e da ultimo con l’oltre un milione di voti dato dai cittadini a Zingaretti per riscattare dal lungo sequestro il partito democratico, sembra segnata la fine, almeno in Italia, del populismo arrogante messo al potere dal populismo incosciente. Il populismo arrogante è quello che ha imposto politiche di sicurezza e di paura, ansiogene e autodistruttive, criminogene e ben presto apparse fallite; il populismo incosciente, che non sa ciò che fa, è quello di chi gli ha aperto la strada, è quello di chi dice che i 250.000 di Milano hanno manifestato senza ragione perché il razzismo non esiste, di chi rivendica all’intero governo, lasciandone impunito il ministro dell’Interno, le politiche del meglio morti che sbarcati. Ma basta che il populismo si faccia consapevole, che riprenda la figura del popolo sovrano incardinato nelle forme e nei limiti della Costituzione, perché il populismo arrogante, privato del suo sgabello e orfano di forza propria, sia sconfitto. Questo, almeno, ci pare quello che si annuncia.
Questa fase dunque si chiude – o vogliamo che si chiuda – ma non per tornare agli errori passati che l’hanno causata. Non si tratta di rifare l’art. 18, ha detto Landini ai magistrati democratici, perché si tratta invece di farne un altro per cui tutto il lavoro sia tutelato e restaurato, anche del precario che deve recapitare un pacco ogni tre minuti o dell’infermiera incinta licenziata a cui come badante vengono offerti tre euro all’ora, anche del lavoratore fisso, che è merce anche lui e che il libero gioco privato e la resa del pubblico hanno fatto diventare povero, pur lavorando. E nemmeno si tratta di perfezionare le tecnologie per le previsioni del tempo, ma di vegliare sul tempo, di prendere decisioni politiche sul clima, di mettere nei modi di produzione industriale e nei modelli di sviluppo i parametri imprescindibili della temperatura della terra, del livello delle acque e del respiro delle foreste, non per il pianeta, ma perché la storia continui. Né si tratta di continuare a dividerci in cittadini e stranieri, perché non ci sono, non devono esserci più stranieri: se viene negata l’esistenza politica anche l’esistenza in vita è perduta.
Ciò vuol dire che per passare all’epoca nuova in questo inizio di millennio, apparso alla nascita così malcreato e ferito, occorre fare le grandi scelte che corrispondono ad altrettanti gridi che chiamano al cambiamento. È questo lo scandaglio che getteremo sul futuro nella prossima assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri che si terrà tra un mese, sabato 6 aprile, al Centro Congressi Frentani in via Frentani 4 a Roma, alle 9.30 per l’accoglienza e alle 10 per cominciare i lavori. Ci sarà un’introduzione di Raniero La Valle che renderà ragione dell’evento; la giovane segretaria generale di Magistratura Democratica Mariarosaria Guglielmi istruirà la domanda: “che cosa ci sta succedendo?”; il teologo Giuseppe Ruggieri aprirà una traccia “per una lettura messianica della crisi”, alludendo il messianismo ai grandi beni promessi e perduti. E poi ci sarà uno spazio, certo insufficiente, per ciascuno dei gridi che interpellano il futuro: 1) Il grido dei popoli: no, non siamo stranieri, va costruita l’unità e l’eguaglianza della famiglia umana; 2) Il grido dei poveri: occorre deporre il denaro dal trono e insediare al suo posto il lavoro e la sua sovrana dignità, con i suoi ministri che sono la politica e il diritto. Ne discuteremo con studenti di diverse “nazioni” dell’università La Sapienza di Roma, col sociologo Francesco Carchedi, con la giudice per la protezione dei richiedenti asilo, Cecilia Pratesi, col filosofo del diritto Luigi Ferrajoli che al capo opposto del capitalismo selvaggio porrà l’obiettivo di giungere all’adempimento del diritto umano fondamentale di migrare. 3) Il grido della terra: ecco tua madre, una madre di cui prendere cura, da onorare, custodire, mantenere feconda, non dominare e sfruttare estenuandola fino alla fine. Ne discuteremo con Mario Agostinelli, Vittorio Bellavite e il gruppo di lavoro “Laudato Sì” di Milano. 4) Il grido del volto,”Dove sei?”, l’immagine che si sfigura per correre dietro a un’altra immagine, quella dell’uomo artificiale, potenziato, “enhanced”, come dicono gli inglesi, intelligenza e non cuore, inaffettivo e asessuato; ci vuole di contro il “ritorno dei volti”, il “principio femminile”, due in una sola carne, la statura umana che evolve e cresce nella sua natura. Ne parleremo con Daniela Turato, dottore di ricerca in bioetica e con Gabriella Serra, presidente della FUCI, la Federazione degli universitari cattolici italiani. 5) Infine c’è il grido della pace, il bene desiderato e negato per eccellenza, ma questo non ha bisogno di aggiunte, perché se le altre porte si apriranno, la pace vi sarà passata per prima.
Aprire queste porte sarà il duro lavoro della storia. Ma non è utopia; le porte già si aprono al grido della voce, con la parola che le scuote; è la parola che crea le cose e fa le cose nuove. Noi, intanto, ci mettiamo le nostre parole.
Tutti sono invitati a questa assemblea; anzi, gli adulti che ricevono questa lettera, ne passino l’invito ai giovani, perché loro sono il “target”, ma anche il grembo di quanto nascerà.