Il loop. Dal confronto coi 5stelle al confronto coi 5stelle, ma col 7% in meno

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 27 aprile 2018

Fateci caso, la crisi del progressismo (ossia l’idea che il futuro sia migliore del presente e che basti sorvolare con i droni la ruvidezza politica e sociale per indirizzare le cose nel verso giusto) non ha prodotto quel che molti soprattutto a sinistra desideravano, ossia una discontinuità, un salto, un movimento forte di trasformazione. Al contrario è come se la freccia progressista si sia curvata su se stessa, quasi implodendo. Producendo alla fine un circolo vizioso, un triste ripiegamento, un ritorno dell’eguale, un loop insomma (o tanti loop tutti assieme).

Faccio degli esempi. Renzi che viene sconfitto al referendum (e non solo) si dimette e poi si ricandida. Ma poi riperde, ed è pronto a ricandidarsi o a ripresentarsi in scena, magari in forme macroniane. Berlusconi sembra finito in un angolo, viene persino squalificato politicamente dalla legge Severino, ma poi rieccolo qua, col fiatone ma ancor in scena a 82 anni. I 5stelle incombono da anni sulla politica italiana (già nel 2013 avevano preso il 25% dei voti): vengono dati per spacciati alle Europee ma poi riemergono dalla spuma d’acqua e si rimettono a nuotare. La Lega vive un’oscillazione continua dai tempi di Bossi: un su e giù delle percentuali elettorali che sembra un ottovolante.

Siamo in una specie di variegato deja vu, che ha infranto sì le regole dell’ottimismo progressista, ma che ci ha catapultati nel videogioco di figuranti e circoli viziosi senza prospettive. La Seconda Repubblica, che negli intenti dei propugnatori, doveva liberarci dai lacciuoli e spingerci verso un domani migliore, ha contribuito più di tutti all’impantanamento. Forse perché istituire in politica la categoria del ‘vincitore’ maggioritario è servito solo a privarla del bene più importante, quello della mediazione, delle relazioni, del confronto-scontro, della rappresentanza, della partecipazione organizzata. Gli effetti nefasti li vediamo oggi: un personale politico di bassa caratura, selezionato alle primarie o con un click, educato alla politica ‘comunicata’, non è più a suo agio quando si tratta di mettere in atto le regole del proporzionale e del confronto politico aperto. Pensano di stare sempre in televisione, o in campagna elettorale. Dopo aver ‘spinto’ i propri elettori alla ‘sfiducia’, alla rivolta, al dissenso e al tifo, adesso ne subiscono gli effetti deleteri. Sono leader da operetta, quando l’orchestra intona la grande lirica e non vi sono più voci all’altezza sul palco.

Quindi il ritorno dell’eguale, quindi i loop. Era quasi meglio il tanto vituperato progressismo, no?, piuttosto che questo avanspettacolo. L’ultimo grande momento di politica, è stata la fase bersaniana del PD. Con tutti i limiti e tutti gli errori possibili, in quegli anni c’è stato un inedito sussulto di idee e ideali, e un progetto politico che ha concretamente alluso all’idea di trasformazione, alla possibilità di mutare le regole della diseguaglianza, e di avviare un programma di protezione sociale di cui si sente ancor più forte oggi la necessità. Attorno a quel progetto si scatenarono le termiti, e la classe dirigente ne profittò per far scattare l’Opa renziana, verso cui simpatizzò anche Berlusconi (donde il Patto). Dopo di che solo arroganza, megalomania, bonus e gruppi di interesse alla riscossa. Il PD, dal 40% trasognato, è fatalmente ridisceso ai minimi storici. Dal confronto PD-5stelle siamo ritornati al confronto PD-5stelle, ma con 7 punti percentuali in meno e un deserto politico attorno. Il loop, insomma. Che sta strozzando tutto e tutti, a partire da quel che resta, poca roba, del PD.