Il motoscafo di Puccini

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Quanta gente stasera a teatro. Sono così emozionato, eppure non sono io che devo cantare e ballare su quel palcoscenico. La nostra Kathy sarà bravissima. Vorrei tanto che Nora fosse qui con me. E vorrei ci fossero anche i miei genitori. Se oggi nostra figlia può debuttare a Broadway, è anche grazie alle manie di due uomini che io non mai conosciuto.

Cornelius Willmore Heyes non ha mai voluto acquistare un’automobile. Mio padre ci ha sempre raccontato che lui era rimasto l’ultimo cocchiere ad aspettare con la carrozza davanti al Metropolitan. Tutti gli altri erano autisti, a bordo delle loro luccicanti automobili. Ma il signor Heyes non ne ha mai voluta una, anche se naturalmente avrebbe potuto permettersela: era uno degli uomini più ricchi di New York. Questa mania – una delle tante del signor Heyes – è stata la fortuna di mio padre. Nel suo villaggio in Lituania aveva sempre badato ai cavalli, era la cosa che sapeva fare meglio, però in America aveva dovuto adattarsi a mille altri lavori per tirare avanti. Ma quando un suo lontano parente, che era a New York da molti anni ed era il cuoco del signor Heyes, gli disse che il vecchio cocchiere era morto, mio padre capì subito che quella era la sua grande occasione. Si presentò a casa Heyes, disse quello che sapeva fare e ottenne quel lavoro. Viveva in una piccola casa in fondo al giardino, a fianco delle stalle e della rimessa delle due carrozze. Mio padre amava il giardino, gli alberi erano la cosa che gli mancava di più della Lituania. Prima di trasferirsi a Manhattan, nella grande casa del signor Heyes, era vissuto a Brooklyn in vecchi caseggiati, dove non c’erano alberi.
Mio padre ricordava bene quella sera del 1910, lavorava per il signor Heyes da appena un mese. Una settimana prima il maggiordomo gli aveva detto che per il 10 dicembre avrebbe dovuto preparare i cavalli e la carrozza più bella: il signor Heyes sarebbe andato all’opera. Quel maggiordomo era un vecchio irlandese che era a servizio della famiglia da moltissimi anni. Tra la servitù si diceva perfino da prima che nascesse il signor Cornelius, ma mio padre sapeva che era impossibile. Però doveva essere vero che era già a servizio quando il giovane Cornelius era tornato da Parigi, alla morte del padre. E tornò molto ricco e molto strano. Cominciò allora a chiudersi in casa, senza voler vedere nessuno, se non per sistemare i suoi affari. Non si era mai sposato, ma si diceva che avesse amato una ragazza francese.
Mio padre aveva imparato qual era la strada più veloce per arrivare al Metropolitan e quella sera c’era davvero una gran confusione in tutta Manhattan: tutt’intorno al teatro c’erano bandiere americane e italiane. C’era una grande attesa per quella nuova opera. Un poliziotto fece passare la carrozza del signor Heyes, che poteva fermarsi proprio a lato del teatro, sulla 65esima. Il signor Heyes era il donatore più munifico del Metropolitan e quando la carrozza si accostò al marciapiede, il direttore del teatro era già lì per salutarlo. L’autista dei Vanderbilt – che veniva da un villaggio a pochi chilometri da quello dov’era nato mio padre – gli disse che quella sera c’era la prima di un’opera di un’importante musicista italiano, e che l’aveva ambientata in America. E che per quello spettacolo era venuto apposta dall’Italia. Era già venuto a New York un paio d’anni prima, una sera era andato anche a cena dai suoi padroni. Era uno famoso, però non si ricordava come si chiamava, una cosa come Piccini, o Piccioni. Gli disse anche che quella sera cantava Caruso e che dirigeva l’orchestra Toscanini. Mio padre non conosceva nessuno di questi nomi.
Era davvero freddo quella sera e lo spettacolo fu molto lungo. Mio padre pensava che sarebbe stato bello stare dentro un’automobile, specialmente quando cominciò a piovigginare. Almeno gli autisti non si bagnavano e si proteggevano dal vento.
Il signor Heyes era felice quando tornò alla sua carrozza e anche mio padre era contento di tornare finalmente a casa.
Erano passati solo due giorni dalla sera dello spettacolo, quando il maggiordomo arrivò tutto agitato nell’alloggio di mio padre. Il signor Cornelius aveva accettato un invito a casa Vanderbilt. Erano passati più di vent’anni da quando il signor Heyes era andato a un ricevimento. La sera usciva solo per andare all’opera.
Quella sera c’era una sola carrozza nel giardino dei Vanderbilt. Nevicava e tutti gli autisti stavano nelle auto. Mio padre vedeva il fumo delle loro sigarette uscire dai finestrini. “Vuole una tazza di caffè?” Mio padre raccontava che si era addormentato sotto il suo mantello e all’improvviso si sentì fare questa domanda. Era una delle cameriere che portava qualcosa di caldo agli autisti in attesa. Carmela cominciò proprio con quel ragazzo biondo che sedeva a cassetta della carrozza del signor Heyes. Anche suo padre a Roma faceva il cocchiere, Carmela sapeva quanto lungo fosse aspettare così, al freddo.
L’attesa non fu molto lunga, il signor Heyes venne via presto: mio padre si accorse subito che era contento, perché volle salire a cassetta insieme a lui. Lo faceva ogni tanto quando aveva visto qualcosa di straordinario da raccontare. Il signor Heyes aveva finalmente incontrato Giacomo Puccini, solo per quello si era convinto ad accettare l’invito dei Vanderbilt, che si aspettavano che – come al solito – rifiutasse. Era riuscito a parlargli in francese, gli aveva espresso tutta la sua ammirazione e gli aveva chiesto una pagina di spartito firmata. Puccini gli era parso riluttante, ma gli disse che era disposto a pagare qualsiasi cifra per quella firma. E il maestro accettò. Mio padre ascoltava con attenzione quello che il signor Heyes gli stava raccontando, anche se per lui l’unica cosa importante di quella sera erano gli occhi neri di Carmela.
I giorni successivi la casa del signor Heyes era in subbuglio: uno dei prossimi pomeriggi l’artista italiano sarebbe venuto a prendere il tè. Non ricevevano una visita da anni. Mio padre fu incaricato di aiutare il giardiniere, un vecchio italiano che faceva quel lavoro da sempre, ma non riusciva più a svolgere i lavori pesanti. E la cura del giardino ne risentiva. Il maggiordomo dovette assumere per quei giorni del nuovo personale. A parte mio padre erano tutti vecchi e il lavoro da fare era tanto. Il signor Heyes accettò perfino che venisse impiegata qualche donna. Non voleva donne a servizio.
Il maggiordomo chiese aiuto al suo collega dei Vanderbilt e fu così che mio padre poté rivedere Carmela. “Hai mai visto un’opera di Puccini?” Mio padre le rispose che non era mai stato a vedere un’opera, andava ogni tanto agli spettacoli di varietà: un mese prima aveva visto un inglese con i baffetti davvero spassoso. “A me Puccini piace molto, racconta bellissime storie d’amore, anche se finiscono tutte male.” Mio padre si stupì quando lei accettò di andare insieme a lui a uno spettacolo. Raccontava che si meravigliò perfino di essere riuscito a fargliela quella domanda.
Mio padre quel pomeriggio vide finalmente Giacomo Puccini. Prima di entrare in casa il maestro si fermò in giardino, osservò gli alberi, raccolse una foglia caduta, accarezzò una siepe. Mio padre pensò che anche a Puccini dovevano mancare gli alberi della sua terra. Il maestro si fermò poco, il tempo per un tè e per concludere l’affare per cui era venuto: la firma sulla pagina di uno spartito in cambio di tremila dollari, la somma necessaria per acquistare un potente motoscafo che Puccini aveva visto a New York e che voleva per andare a caccia sul lago vicino a casa sua. La mania per l’opera del signor Heyes e quella per la velocità del genio italiano si erano perfettamente accordate.
Fu il signor Heyes che scelse la pagina: il valzer di Musetta, dalla Bohème. Ovviamente non ha mai detto a nessuno perché proprio quella. Chissà se Puccini glielo chiese. Probabilmente no, stava già pensando al suo nuovo motoscafo.
Il signor Heyes è stato molto generoso nel suo testamento. Anche con il Metropolitan. Lasciò una bella somma a ciascuno del personale di servizio. A mio padre fece anche un dono di nozze: aveva visto che quella cameriera dei Vanderbilt continuava a visitare il suo giardino. Regalò loro la pagina firmata da Puccini. Con quei soldi mio padre ha avviato l’attività di auto di lusso a noleggio, in cui ho lavorato anch’io e che adesso gestisce mio figlio. Non abbiamo più l’ufficio a Manhattan, ormai fa tutto con il computer. E’ stata nonna Carmela a decidere di vendere lo spartito per pagare a Kathy i corsi alla Juilliard. E adesso sta per debuttare a Broadway.

John, l’uomo accanto a me sta già piangendo. Speriamo lo spettacolo sia bello: a me Rent sembra un titolo così strano.