Il Parlamento octroyée

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 29 dicembre 2017

Si chiude una legislatura segnata da un dilagante trasformismo politico, da ripetuti tentativi di manomissione dell’architettura costituzionale e da una marcata regressione sociale. Inutile cercare di redimerla con l’approvazione delle nuove norme in materia civile. Peraltro un tardivo allineamento dell’Italia, buon ultima, a una trama di diritti individuali largamente acquisita nelle democrazie liberali, anche perchè ormai disincarnata dai diritti sociali. Con una singolare reversione del timing marshalliano, talchè i diritti corrispettivi ai bisogni post-materialisti sono posti dall’imperante liberismo come retroagenti sulla trama della cittadinanza sociale, addirittura demonizzata come un insieme di privilegi da demolire. E non per caso il blocco dello jus soli sulla dirittura di arrivo si deve anche al fatto che con esso entravano in gioco elementi di integrazione sociale trascendenti quella libertà di scelta soggettiva che è il motore dei diritti civili. Un diritto collettivo cioè, non meramente individuale.
Restando sul prosaico, il parlamento che chiude i battenti è stato un parlamento octroyée, tenuto in vita come un ostaggio da una sorta di trimurti imposta dallo stato di necessità. E si potrebbe dire quasi da uno ‘stato di ‘eccezione’. Da sopra, da sotto e da dentro. Un imperator presidenziale (Napolitano), rieletto in isterico tumulto d’aula, prima recalcitrante poi preso da un debordante potere di influenza esercitato sino all’abdicazione per sfinimento senile; uno scaltro e impudente dittatorello mediceo (Renzi) teleguidato dai media nelle resse ai gazebo della democrazia ‘direttiva’ e ‘ad personam, con la missione, largamente perseguita, di ‘rottamare’ la sinistra post-comunista’; un mestatore fiorentino gran ciambellano (Verdini) gran tessitore di ogni connubio.

Nel nome di una ‘governabilità’ esercitata come principio di sopravvivenza, alla fine caduta nelle mani, per le circostanze più varie, di un ‘giglio magico’ formatosi come un’escrescenza massonica nella periferia democristiana di una Etruria rossa animata da orafi, faccendieri, commercianti e banche locali.
Per Renzi, che aveva sperimentato come farsi beffe del decadente ventre molle del potere ‘rosso’ nelle terre di mezzo, acquisire il controllo per via extra-parlamentare di un parlamento in origine ad alta intensità bersaniana è stato gioco facile. E’ bastato rassicurare una torma di carneadi senz’altra prospettiva, catapultata sui seggi da un clamoroso colpo di culo, sul compimento di una legislatura altrimenti a rischio, vigente il governo Letta, di chiusura anticipata. Una promessa mantenuta ad ogni costo e con qualsiasi prezzo. Sicchè il gruppo parlamentare Pd non è più stato espressione istituzionale di un partito articolato in un gruppo dirigente, ma l’ostaggio ricattato da un gruppo di potere mutante, operante con risorse proprie dietro la facciata di una partito-parodia usato come simulacro.
Ora per una larga parte di questi parlamentari trasformisticamente transitati dal bersanismo al renzismo in una delle notti senza luna della Repubblica, anche in virtù di una demenziale legge elettorale partorita in extremis nello stile protervo, misto di arroganza e imbecillità, che è stato la cifra della legislatura, si prospetta un inglorioso rientro nell’anonimato. Sebbene non sarà facile dimenticarsi delle imprese che ne hanno segnato l’occasionale vicenda. La destra autentica tornerà probabilmente al potere, assai meno ‘populista’ di quanto si voglia far credere. A fargli ‘ala’, questa volta a parti invertite e in posizione subalterna, ciò che resterà della mutazione del Pd come nuovo ‘centro’. Il discepolo Renzi butterà alle ortiche i testi somministrati da Scalfari e tornerà a scuola dal raggrinzito Berlusconi, il suo riconosciuto maestro. Su un lato dell’aula resterà una rinfoltita truppa grillina a far la baia.

A noi non rimane che ripescare sulla zattera di Liberi e Uguali quanti più esuli e naufraghi della sinistra è possibile. Usando la pelle del camelloporco per veleggiare. Come randa attaccata all’albero Grasso.