Il pasticciaccio delle riforme del Nazareno

per Gabriella
Autore originale del testo: Gianni Cuperlo
Fonte: facebook

di Gianni Cuperlo

Penso che la premessa di questi mesi (da 20 anni si parla di una riforma che non si fa / noi siamo qui per tagliare quel traguardo) abbia una ragione di fondo, almeno se pensiamo che l’intreccio tra la recessione dell’economia e il declino della rappresentanza produce, nel nostro caso, una crisi della democrazia molto più evidente che altrove.

Non è una questione di percentuali nelle urne (perché in fondo la Francia ha consegnato la maggioranza relativa al Fronte Nazionale / mentre qui il PD supera il 40 per cento).

E’ proprio la tenuta di un ordine politico-istituzionale che va messa al centro. Quindi io capisco – e ho condiviso – l’esigenza di una svolta nel modo di affrontare il problema.

I miei dubbi riguardano il modello che questa stagione di riforme (quella costituzionale e quella elettorale) è destinata a partorire.

Lo dico con qualche preoccupazione perché stiamo parlando dell’assetto dello Stato, della rappresentanza politica, degli equilibri istituzionali che dovrebbero chiudere una transizione durata più o meno vent’anni (cioè un tempo infinitamente lungo).

E allora, sul merito.

La mia valutazione è che quella sul tavolo non sia la riforma migliore a cui si potesse tendere. In questo senso penso che la sequenza delle audizioni dovrebbe indurre qualche riflessione.

Parliamo di una riforma dove la Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per conquistare la più alta istituzione di garanzia del nostro ordinamento.

Se ne è parlato molto (anche nel dibattito al Senato), ma credo sia un tema che non possiamo rimuovere. Perché è vero che per eleggere il capo dello Stato nei primi 4 scrutini è necessario il quorum dei 2/3. E che dal 5° all’8° servono i ¾. Ma dal nono scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

Il che (in una combinazione con la legge elettorale di cui si discute) può significare il caso di un partito che col 20 o 25 per cento dei consensi controlla il governo e sceglie il capo dello Stato. Cosa che nella storia repubblicana segnerebbe un inedito. Secondo me non auspicabile.

Lo stesso vale per i 5 giudici della Consulta (espressione del Parlamento) che a quel punto si sommerebbero a quelli di nomina presidenziale. E naturalmente a una quota di membri dell’organo di autogoverno della magistratura.

Ora, se dovesse affermarsi un modello di questo genere (al di là del giudizio di efficacia che se ne può avere), potrebbe essere oggettivamente difficile (dopo un paio di passaggi elettorali) bloccare la strada al presidenzialismo (nel senso che sarebbe più difficile evitare a quel punto una corrispondenza della forma costituzionale alla sostanza del modello).

Anche in questo caso io penso che saremmo di fronte a un errore. Perché considero una scelta del futuro (non del passato) quella di una Repubblica parlamentare.

E però se vogliamo prevenire questo rischio la sola via è in un riequilibrio della rappresentanza tra Camera e Senato. Con una riduzione del numero dei deputati e un aumento eventuale di quello dei senatori.

Quindi, in sintesi, su questa prima questione io dico: bene la scelta di un Senato non elettivo (sappiamo tutti che sul punto c’erano opinioni contrarie, ma dal Senato è uscita una indicazione chiara e capisco l’appello della ministra a non azzerare il percorso compiuto).

Per altro, sul punto, penso che un Senato di secondo grado sia una soluzione compatibile col regime di una Repubblica parlamentare, ma credo sia giusto fissare la cornice adatta a rendere quel modello effettivamente funzionante (cosa che ancora non è).

Aggiungo che se leggiamo questa revisione costituzionale in combinazione con l’Italicum, alcuni dei problemi istituzionali che si vogliono affrontare non vengono risolti, ma rischiano di uscire aggravati.

E qui le questioni sono quelle note.

La prima. Per quasi un decennio abbiamo detto che gli elettori dovevano poter guardare in faccia gli eletti.

Qui la combinazione tra riforma del Senato e legge elettorale questo principio lo rinvia nuovamente.

I cittadini continueranno a non scegliere una maggioranza dei deputati (anche alla luce del nuovo accordo di maggioranza sottoscritto nel vertice dell’altra sera, e che pure ha introdotto alcune novità positive a partire da una revisione delle soglie di accesso). Sappiamo che i cittadini non eleggeranno più i senatori, né il presidente della Città Metropolitana, né i consiglieri della Provincia, che rivive col nome di Area Vasta.

In compenso sceglieranno con le primarie il Segretario del principale partito. In uno schema che trasferisce il meccanismo di base della democrazia rappresentativa dalle istituzioni a una singola formazione (forse in futuro più di una).

Il risultato è che il ceto politico seleziona il ceto politico.

Mentre l’appello al popolo (e alla sua responsabilità) transita dal confronto (comunque parziale) all’interno di una o più forze politiche.

Non sono un politologo, ma direi che si tratta per lo meno di un fenomeno originale.

Per altro a me pare un azzardo restringere i confini della rappresentanza proprio quando tra società e istituzioni viviamo la frattura più grave di tutta la vicenda repubblicana.

In questo senso direi soprattutto che si perde l’occasione per ricostruire una fiducia dal basso (diciamo di matrice popolare) nei confronti delle assemblee elettive.

Seconda questione. Sappiamo che negli ultimi 10/15 anni la tendenza (non solo in Italia, ma in generale nelle democrazie mature) è stata di spostare il centro dell’azione legislativa dal Parlamento ai governi.

Le ragioni sono diverse (e non sta qui riprenderle), però c’è stato modo e modo di procedere in quella direzione. Nel senso che un po’ ovunque si è tenuto conto dei contrappesi necessari per un funzionamento corretto dei diversi sistemi.

Per dire, in Francia il Senato ha acquistato un maggiore peso nel processo legislativo. È composto da 348 membri e la platea elettorale è di circa 150.000 grandi elettori (per la maggior parte consiglieri municipali, regionali o di dipartimento). Il suo potere legislativo è comunque marcato e funziona in qualche modo da contrappeso all’Assemblea nazionale.

In Germania, in anni recenti, per lasciare al Bundestag più incisività nell’azione legislativa è stata aumentata l’autonomia e la capacità di intervento dei vari Lander. Cioè la maggiore forza decisionale è stata compensata da un maggiore radicamento dell’impianto federale.
Letta così la nostra riforma non sembra del tutto coerente con la tendenza che si va affermando negli altri paesi europei.

Nel nostro caso rischiamo di produrre un unicum dove la riduzione delle prerogative di un ramo del Parlamento non è compensata da un ampliamento dei controlli da parte di altri poteri dello Stato.

Diciamo che la riforma, nella sua forma attuale, incide e rafforza il peso del Governo dentro il Parlamento: con i decreti che continuano ad esserci, con le deleghe (che sappiamo spesso prive di principi direttivi) e con la corsia preferenziale del Governo che incide sulla stessa potestà delle Camere di stabilire l’ordine del giorno. Tema su cui forse si debbono prevedere dei limiti, nel senso del numero di leggi per le quali in un arco di tempo definito è legittimo un iter accelerato.

Qui si inserisce anche la questione del Titolo V che forse si può riassumere in questo modo.

La riforma che discutiamo prevede una neo-centralizzazione, cioè un ritorno allo Stato di competenze diffuse superando l’ispirazione di quel federalismo cooperativo che ha segnato il dibattito degli anni ’90, ma che oggettivamente non ha dato buona prova di sé.
Ora, se consideriamo questo ritorno assieme alle modifiche apportate all’articolo 81 della Carta, quella che emerge è una perdita di autonomia prima di tutto sul versante della finanza pubblica da parte di Comuni e Regioni.

È un bene? È un male? È una scelta inevitabile?

Si possono avere opinioni diverse: rimane che si tratta di un fatto.
E per noi a questo punto conta moltissimo come lo si governa sul piano politico.

Io penso, da un lato, con la previsione per il Senato di un meccanismo automatico per la sua composizione. Intendo dire che bisogna evitare che quella camera Alta sia il risultato di una rappresentanza territoriale alterata dai premi di maggioranza sul piano locale.

L’altra questione delicata riguarda l’ipotesi del voto regionale omogeneo nel rispetto del carattere del nuovo Senato come Camera delle autonomie.

Il Bundesrat funziona in questo modo: non con l’articolazione per gruppi politici ma secondo criteri agganciati all’espressione di delegazioni territoriali.

Bisogna approfondire cosa questo possa significare nel modello che stiamo discutendo noi. E come garantire, nel suo funzionamento, una coerenza del sistema che si è deciso di adottare.

Nello specifico, la riforma ha scelto di prevedere due elenchi di materie: le prime di competenza statale, le altre di competenza regionale.

Tra questi due elenchi non c’è omogeneità, perché mentre le Regioni non possono entrare nel dominio (esclusivo) riservato allo Stato, lo Stato può entrare in quello regionale, quando lo richiedano le esigenze di unità del Paese o l’interesse nazionale.

Requisiti questi assolutamente da tutelare, ma che forse potrebbero essere garantiti meglio dalla “vecchia” tecnica delle materie concorrenti. Dove lo Stato fissa i principi e le Regioni li attuano con le proprie leggi.

In questo modo noi non comprometteremmo l’ispirazione di una cooperazione efficace tra le istituzioni. E credo sia ragionevole capire come evitare il rischio, sollevato dalla maggioranza dei costituzionalisti, attorno al pericolo concreto di un aumento del contenzioso costituzionale.

Infine, sul terreno dell’immunità che è destinata ad avere un impatto forte sull’opinione pubblica, credo debba affermarsi il principio che essa vale solamente per l’azione svolta nell’ambito del mandato parlamentare evitando una soluzione che di fatto comprende tutto e che, a quel punto, potrebbe non solo produrre una differenza di trattamento con gli altri consiglieri regionali, ma una via preferenziale per eludere i controlli o le inchieste della magistratura.

Detto tutto ciò, se posso permettermi una considerazione finale di ordine più politico, io personalmente resto dell’idea che la crisi italiana non sia oggi prevalentemente una crisi istituzionale.
La nostra è, a tutti gli effetti, una crisi politica come si vede anche in questo passaggio.

A destra il leader di maggiore popolarità è un giovanotto che simpatizza per il regime di Pyongyang.

Mentre 5Stelle radicalizza il suo tratto anti-sistema anche per domare le spinte centrifughe che mettono a rischio la tenuta di un movimento dotato di una rappresentanza culturalmente non omogenea.

Sullo sfondo abbiamo gli indicatori di un paese dove la crisi cambia la morfologia sociale, le fasce dell’inclusione e della marginalità.

Ora, è chiaro che molti di questi limiti vengono da prima (e persino da lontano).

Cioè non sono figli di quest’ultima stagione.

Il punto è che abbiamo alle spalle almeno un decennio dove la rivendicazione di maggiore potere decisionale (e corsie preferenziali per l’azione legislativa) non ha compensato una crisi della rappresentanza politica e della stessa coesione sociale.

Il risultato è stata una inflazione di atti normativi, ma nessuna vera riforma.

Il mio timore, allora, è che questa riforma non riesca a produrre un ordinamento più stabile: gli elettori non sceglieranno i loro rappresentanti e si renderanno più incerti i contrappesi che rendono solide le democrazie.

In questo senso il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per rafforzare la democrazia parlamentare.

Invece il potere legislativo corre il pericolo di essere adattato definitivamente all’esecutivo, il quale sarà tentato di utilizzare i voti del premio di maggioranza non solo per governare il paese – come è del tutto legittimo – ma anche per intervenire sulla legislazione fondamentale, ad esempio sulla libertà di stampa, l’autonomia della Magistratura, l’amnistia e l’indulto, le libertà personali oppure per modificare a proprio favore la stessa legge elettorale.

Potrebbe diventare di parte perfino la decisione più grave, l’impegno militare fuori dai confini nazionali.

E questo di fronte a un’agenda che non mette la guerra fuori dalla storia.

Allora, come si procede.

Per parte mia, penso che si debbano ancora verificare gli spazi per delle correzioni significative / capisco la logica che dice “si cambia solo sulla base dell’accordo del Nazareno” poi esteso alla maggioranza / Ma il punto di fondo è capire se c’è la volontà di apportare delle correzioni (perché poi è su quello che si conduce una trattativa).

E in questo senso, ovviamente, diventa rilevante chiarire tra di noi quali margini siamo disposti ad avere per un’opera di miglioramento del testo.

Se mi è permesso, avrei un piccolo fuori sacco finale, ma mi ha molto colpito un passaggio delle nostre audizioni. Ed è questo.

Una Costituzione non si scrive con la penna e la lingua di una qualunque legge o decreto.

Perché ha un’altra natura, e soprattutto coltiva un’altra ambizione (che è quella di durare nel tempo, di limitare qualunque conflitto interpretativo, di parlare anche a chi verrà molto dopo di noi).

Non per caso la nostra Carta è stata scritta da mani magistrali. E non per caso alla fine dei lavori della Costituente fu chiesto a Concetto Marchesi di revisionare il testo: come sapete non nel senso di un suo coordinamento formale, ma per garantire ad esso quella sintesi e potenza espressiva che noi abbiamo ricevuto in eredità.

Ora, il testo che noi stiamo discutendo è più ampio di circa un terzo rispetto alla Costituzione attuale.

Ci è stato detto (con garbo, ma senza reticenza) che contiene passaggi troppo lunghi e ridondanti.

Ecco, non è solo un problema di stile. E’ che noi dobbiamo scrivere degli articoli destinati a esser letti (e aggiungo, giudicati) tra 30 o 50 o 60 anni. E questo (al di là di tutto) dovrebbe incuterci quel sacro timore di non essere (in un domani lontano) all’altezza della memoria dei posteri.

Ora, nessuno di noi è Concetto Marchesi. Ma dedicare anche a questo aspetto il rilievo che ha lo riterrei un atto di saggezza prima ancora che di opportunità.

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