Il ‘popolo’ dei populisti e quello della Costituzione

0
6

di Alfredo Morganti – 11 luglio 2018

Il popolo è sovrano, dice la Costituzione. Ed esercita questa sovranità nei limiti fissati dalla medesima. Ossia, elegge i propri rappresentanti politici e partecipa alla vita pubblica in forme organizzate (partiti, associazioni, comitati, e ogni altra articolazione collettiva possibile). Detenere la ‘sovranità’ non vuol dire, tuttavia, ‘regnare’ assolutamente. Il ‘popolo’ non deve occupare alcun piedistallo, non deve essere il termine di riferimento assoluto e idolatrico di ogni tipo di azione politica: non si vive di soli sondaggi, né di solo marketing politico. Peraltro, ‘popolo’ è ormai una categoria mediatica, ancor prima che sociologico-politica. Serve a semplificare, aiuta i guru della comunicazione a mettere a punto le loro strategie, produce un facile schematismo sociale (ad esempio, evita di perdersi nella jungla dei ceti, delle classi, delle corporazioni, delle congreghe, dei localismi, e persino delle mere individualità). Diciamo ‘popolo’ e abbiamo detto tutto, direbbe Peppino de Filippo.

Il populismo nasce da questo atteggiamento, è esattamente questo atteggiamento, che propone uno schema dualistico costituito da un ‘popolo’ vago e indifferenziato sul piedistallo dorato e di un Capo pronto a interpretarne anima e bisogni. Senza rappresentanze autonome, senza corpi intermedi, senza fastidiose mediazioni. Ma così non è più il ‘popolo’ della Costituzione, né si tratta più della democrazia parlamentare. Avremmo solo un feticcio, un idolo da adorare, da ‘servire’, a cui chiedere consenso volta per volta. Il populismo toglie, difatti, responsabilità alla politica, tant’è che si invoca un referendum anche per potare un albero (è successo). “Decidete voi, io ne prendo atto”, ecco il senso. La rappresentanza diventa alla fine un mero ‘riflesso’. “Io prometto delle cose al popolo, e poi mantengo le promesse” dice il populista, e le rispetta apparentemente anche se ciò volesse dire il suicidio di una intera civiltà. Il rappresentante istituzionale si tramuta in una specie di sondaggista-notaio: prende atto dei desiderata di un ‘popolo’ e lavora per attuarli. Come un tecnico qualsiasi, in pratica. Come un inserviente, che in cambio però detiene ben più potere di un inserviente.

Ma togliendo responsabilità a se stessa, la politica la ‘carica’ tutta sui cittadini e la disperde nel magma degli impulsi sociali, si affida a quel magma pur di conservare per sé il ‘potere’. Un potere cieco, senza responsabilità, delegato ad altri, ma che lascia intatte per sé tutte le prerogative. Il populismo lascia la società a se stessa, insomma, ma si tiene lo scranno. Siede al posto di guida della locomotiva, ma fa decidere ai vagoni la direzione da intraprendere, anche se alla fine vi fosse un burrone. Cosa resta della democrazia? Nulla, se per democrazia intendiamo un concerto di istituzioni e cittadini mediato dai partiti. Se intendiamo rappresentanza, responsabilità, autonomia istituzionale, mediazione e corpi intermedi. Se pensiamo la vita pubblica come un’organizzazione molto articolata. Che differenza c’è tra un tecnico e un populista, quindi? Sotto certi aspetti nessuna. Il primo agisce proponendo ‘la’ soluzione ai problemi, l’unica, quella davvero efficace al di là del conflitto di opinioni e del dibattito politico democratico. Il secondo lascia al popolo decidere ‘la’ soluzione, quella che sarebbe davvero, veramente popolare (anch’essa unica, dunque). Entrambi ammazzano l’articolazione democratica, i gradi di responsabilità, il controllo e la partecipazione organizzata. Una specie di truffa, insomma, ai danni dello stesso popolo a cui pure ci si appella.