Il re impazzito e il generale Realtà

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di Alfredo Morganti – 7 aprile 2015

Il generale Realtà

C’è un rischio. Ed è un rischio che molti ritengono invece una soluzione. Ricordo spesso il detto di Hölderlin (grosso modo: laddove c’è il rischio c’anche la salvezza), ma stavolta io lo leggerei assolutamente al contrario: dove c’è la salvezza c’è anche il rischio. Da tempo ascolto le opinioni di compagni anche autorevoli e che stimo, per i quali prima o poi la realtà si rifarà con gli interessi sullo storytelling renziano. È una tesi diffusa, che produce comunque una forma di resistenza politica e che induce a mantenere la calma ché tanto la nuttata addafinì. C’è del vero. È un argomento che ho letto anche recentemente in un articolo del Fatto Quotidiano, che commentava un libro della politologa Sofia Ventura, la quale sostiene a proposito di Renzi che “la realtà impietosa è in agguato”. C’è del vero, dunque, ma non c’è tutto.

La verità è che una forza politica non può lasciare l’iniziativa ad altri. Tantomeno a enti impersonali come la realtà (che sarà pure una cosa solida, ma non è una soggettività, non esprime una rappresentanza di idee e di opinioni, al contrario!). Nell’attesa che un terzo faccia qualcosa si resta inerti, non si interviene laddove si dovrebbe invece esprimere un’iniziativa, si rimane passivamente stabili a osservare la scena, preconizzando e pregustando la fatale irruzione della realtà che spazzi finalmente via gli annunci, gli storytelling, le cattive narrazioni del premier e del suo stuolo. Con ciò, ci si affida obbiettivamente all’unica iniziativa personale in campo, proprio quella verso cui si vorrebbe invece esprimere un’opposizione, quella del premier appunto. Che rimane l’unico attore vero sul palco, mentre gli altri sono spettatori in fiduciosa attesa dell’irrompere dei fatti solidi.

La domanda, dunque, è sempre la stessa: che fare? ‘Che fare’ significa : quale iniziativa sviluppare? E non: da dove si osserva meglio la fine incipiente del premier? Per questo chiedo alla sinistra PD di non scambiarsi per degli spettatori di teatro, di non pensare che la salvezza sia un portato obiettivo del castello di carte, dell’house of cards appunto, che Renzi sta erigendo. Chiedo di non credere che prima o poi tutto inevitabilmente si aggiusti. Diceva Gramsci che il fatalismo è anche un bene, fortifica lo spirito nei momenti difficili, ci rende fiduciosi. Ma da solo non serve a nulla, anzi prepara una sconfitta. Perché se un giorno ci penserà davvero la realtà, con Renzi cadranno anche quelli che non hanno preso l’iniziativa, che si sono rifugiati in un cantuccio in attesa di tempi migliori, e che hanno delegato a enti impersonali, fatali, obiettivamente destinali un compito che invece era dei soggetti, di loro stessi quindi.

A proposito di ‘1992’, la serie di Sky, oggi mi vengono in mente proprio quegli anni. Quante volte, al tempo del pentapartito si diceva: ci penserà la magistratura a fare giustizia. Ebbene, la magistratura ci ha pensato, o almeno ci ha indotto a crederlo. Ma ciò significò anche la fine della politica buona non solo di quella cattiva. Anzi, la fine della politica tout court. Quando davvero irromperà la realtà, sull’esempio di allora, con Renzi finirà (‘se’ finirà’!) anche il resto, anche la sinistra, anche chi è rimasto nel suo pertugio a costruire ponti, a tessere tele, a scovare soluzioni parziali, a ‘migliorare’ testi inguardabili, a fare piccolo cabotaggio, piccoli riunioni, piccole tattiche, piccoli ammiccamenti, piccoli commi a pie’ di pagina di un testo inguardabile. Sarà un vero terremoto, perché la realtà, poi, quando ‘travolge’ non guarda in faccia nessuno, così come la magistratura, l’antipolitica, la demagogia non fanno differenze e colpiscono tutti, non solo il lato oscuro. Non servono piccole tattiche dunque, ma grande politica, che significa semplicemente grande iniziativa, grandi conflitti, grandi idee, grande organizzazione, grandi dirigenti. E quindi coraggio, intelligenza, studio, dialogo, forza.

Anticipiamola invece, la realtà, che l’unica cosa che un grande politico deve fare. Non restare in attesa. Per quest’ultima ci bastano i poeti, che pure dicono: “nell’attendere è gioia più compita”, come scriveva Montale. Che voleva dire, secondo me, ad-tendere, tendere-a. Tutt’altro che restare passivi, dunque.