Il resto? Mancia

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di Luca Billi  23 dicembre 2015

All’indomani degli attentati di Parigi i padroni, soddisfatti, si sono fregati le mani: potevano approfittare della paura del terrorismo per fare nuovi affari alle spalle dei cittadini. E infatti tutti i governi europei hanno deciso di investire sulla sicurezza, aumentando gli stanziamenti per le armi e l’intelligence e naturalmente la Troika ha detto che queste spese sarebbero state ammesse, anche se al di fuori degli stretti vincoli imposti dalle regole di bilancio. Il nostro presidente del consiglio, emulo di Bertoldo, ha provato a fare il furbo. Dal momento che stava preparando la legge di bilancio ha infilato nelle spese per la sicurezza, ottenendo quindi il placet dei suoi controllori europei, un po’ di soldi da distribuire agli elettori, in vista delle prossime amministrative – che non si presentano facilissime per il partito di regime – e soprattutto del referendum istituzionale, il passaggio su cui ha puntato tutto e su cui rischia di cadere. E su cui noi dobbiamo fare di tutto affinché cada.
Con un guizzo dei suoi ha detto che l’Italia avrebbe investito tanto in sicurezza quanto in cultura, un intento lodevole e su cui potremmo perfino essere d’accordo, se non fosse fatto con il solito renzi touch.
Per quello che riguarda la sicurezza la legge di bilancio prevede di estendere il contributo di 80 euro alle forze dell’ordine. Ovviamente questo provvedimento in sé va bene, pur ricordando che non si tratta di soldi in più dati ai lavoratori, ma di una detrazione fiscale, ossia di uno sconto sulle tasse che avrebbero comunque dovuto pagare. Nonostante questo, visto che a cavallo donato non si guarda in bocca, i colleghi delle forze dell’ordine ringraziano, dal momento che i loro stipendi sono piuttosto bassi. Il problema però non è quello, non è così che aumenta la sicurezza di questo paese, perché quelli che lavorano in questo delicato settore condividono con tutti noi dipendenti pubblici una serie di problemi che rendono difficile, se non impossibile, lavorare bene. C’è una cronica mancanza di risorse destinate agli strumenti con cui lavoriamo. Spesso ci si lamenta che le auto della polizia e dei carabinieri non possono uscire perché non ci sono i soldi della benzina, ma pensate anche alle dotazioni dei computer negli uffici pubblici: non è un tema indifferente in un’epoca in cui è indispensabile la velocità nello scambio delle informazioni. E poi c’è la farraginosità delle regole, l’inutile complicazione della burocrazia, la mancanza di formazione, c’è un sistema che non premia e valorizza la responsabilità, ma che anzi induce a non lavorare bene, a non prendersi responsabilità, perché rischi di pagarne le conseguenze. Chi lavora nel pubblico sa bene di cosa parlo. Non basta dare 80 euro in più a chi dovrebbe difenderci, occorre metterli nelle condizioni per farlo. E adesso queste condizioni non ci sono; e non ci saranno l’anno prossimo. Ma forse qualche poliziotto in più voterà per il partito di regime, e questo a loro basta.
Altrettanto curioso l’investimento del governo sulla cultura: anche in questo caso un bonus – 500 euro, non spiccioli – rivolto ai diciottenni, con cui potranno fare acquisti “culturali”, ossia libri, biglietti per concerti, per musei, per spettacoli. Qui evidentemente la questione si fa spinosa: un libro di Fabio Volo o un concerto di Gigi D’Alessio sono cultura? Personalmente avrei qualche dubbio, ma credo sia sbagliato che ci sia qualcuno che decide cosa è e cosa non è cultura, anzi questo sarebbe un regime e quindi suppongo che i 500 euro saranno dedicati a quello che i nostri connazionali più giovani considerano piacevole, di moda. Francamente non so cosa avrei comprato quando avevo 18 anni, se avessi avuto una cifra analoga, ma immagino che non avrei comprato né la Recherche né i biglietti per l’opera né per una mostra d’arte. Immagino li avrei spesi un po’ a caso – me li sarei sputtanati, come si dice a Bologna – come faranno i diciottenni il prossimo anno. Non è un giudizio di merito sui giovani di oggi che, anzi, io credo siano migliori e più intelligenti di come li raccontiamo e li immaginiamo noi vecchi, ma una semplice constatazione, di puro realismo.
Io credo che l’educazione sia importante, anzi sia la funzione più importante che deve svolgere uno stato, che la collettività deve finanziare e sostenere in ogni modo, e questa operazione non è assolutamente educativa. Tieni 500 euro e usali bene, dice il governo, e poi ricordati di noi quando dovrai votare, aggiunge sottovoce. E’ un’operazione che serve a far crescere la società? No, al massimo fa crescere un po’ i consumi, Fabio Volo e Gigi D’Alessio incasseranno un po’ più di Siae, ma tutto lì. La cultura in una società cresce se si fanno investimenti sulla scuola, sulle biblioteche, sui musei, sugli strumenti della comunicazione, se si offrono opportunità ai giovani artisti, tutto quello che in questo paese sistematicamente non facciamo.
C’è poi un corollario a questa norma che è particolarmente interessante. Infatti questa operazione non è rivolta neppure a tutti i diciottenni, ma solo a quelli italiani e appartenenti all’Unione europea. Gli altri, anche se nati in Italia, anche se studenti in scuole italiane, non riceveranno i 500 euro. Poi dice che uno diventa terrorista; magari terroristi non lo diventeranno – perché sono intelligenti – ma un po’ queste ragazze e questi ragazzi si incazzeranno per essere stati così platealmente discriminati rispetto ai loro coetanei, ai loro compagni di scuola, ai loro amici. Però è anche vero che loro non votano: cosa serve spendere questi soldi? Va bene la cultura, ma non possiamo fare beneficenza.
So che quelli del regime si arrabbiano quando diciamo che si tratta di mance elettorali, come le scarpe di Lauro. Ma del resto cosa dovremmo pensare?
E il resto? Mancia.