Il sistema industriale italiano è provinciale e debole

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Guglielmo Ragozzino
Fonte: SBILANCIAMO L'EUROPA
Url fonte: http://fondazionepintor.net/sbilanciamo39/ragozzino/sistema_industriale/

di Guglielmo Ragozzino, 23 ottobre 2014

Svenditalia. L’industria italiana alle origini della Ue esportava merci di basso conio e riempiva le case e le strade con prodotti indigeni. Una facilità di mercato che procurava mancata specializzazione.

Le dif­fi­coltà attuali dell’industria ita­liana non si pre­sen­tano per la prima volta. Nell’attuale fase la strut­tura indu­striale è pro­pria di un paese che non è ancora riu­scito a fare i conti con le pro­prie capa­cità e le pro­prie debo­lezze. Tor­nando indie­tro negli anni si può notare che più che scar­sità di car­bone e ferro, su cui alza­vamo gere­miadi, ave­vamo ritardi cul­tu­rali e poli­tici, anal­fa­be­ti­smo dif­fuso, povertà seco­lari. Dazi in entrata e in uscita alle fron­tiere; all’interno, tra zone diverse del paese, (nord/sud, montagna/piano, città/campagna) si erano sta­bi­liti altri sistemi di con­trolli e di tan­genti. Infine, occor­reva difen­dersi dalle sopraf­fa­zioni dei potenti, come dai pedaggi obbli­ga­tori di un Ghino di Tacco, que­sto Robin Hood nostrano, appo­stato a ogni passo.

Il risul­tato era una fitta rete di pro­te­zione che tra dogane, dazi, pizzi interni, decime, svi­lup­pava bar­riere spesso insor­mon­ta­bili. Il for­marsi di un mer­cato nazio­nale e un tran­quillo viag­giare tra mer­cati, uni­ver­sità, san­tuari erano osta­co­lati. Tutto que­sto baga­glio tra­di­zio­nale di regole e di difese ha dato ori­gine al sistema indu­striale attuale, che è pro­vin­ciale, debole e mal­fermo. Solo il 20% degli occu­pati nelle atti­vità indu­striali lavora in quelle mag­giori, sta­ti­sti­ca­mente quelle con oltre 250 addetti. In tutta Ita­lia sareb­bero 3.000 tali imprese, pro­prio la metà di quelle tede­sche. Si aggiunga che sei imprese “grandi” su dieci sono a gestione – a gover­nance come scrive ormai anche l’Istat – fami­liare. Anche que­sto non pro­mette nulla di buono.

I mer­cati euro­pei, in lenta aper­tura, hanno dato ini­zio a una serie di scosse alla fine degli anni ’50, oltre mezzo secolo fa, attra­verso la Ceca (Comu­nità del Car­bone e dell’Acciaio) e poi il Mec. Sono anche gli anni migliori per l’industria nazio­nale. Il famoso mira­colo. Non tutti capi­rono la fase; erano in molti a temere o a spe­rare che il capi­ta­li­smo fosse agli ultimi ane­liti. L’Italia pro­gre­diva – ora lo sap­piamo – con un sistema di bassi salari e prezzi limi­tati, per un mer­cato interno pro­tetto, ma comun­que in cre­scita e avido di ogni merce; la pro­du­zione nazio­nale era diretta a un mer­cato di «serie B», con beni meno pre­ziosi ma molto meno costosi di quelli per le classi agiate, scam­biati sui mer­cati inter­na­zio­nali e per i bene­stanti d’Italia.

Il for­di­smo di massa, sia pure impa­ra­tic­cio, con­sen­tiva comun­que agli ope­rai, immi­grati dal Sud alle fab­bri­che del Nord, di acqui­stare, poco alla volta, l’auto che ave­vano costruito, la lava­trice tanto desi­de­rata. Il mer­cato inter­na­zio­nale, euro­peo, che si stava aprendo, era insomma diviso in due. Vi era il mer­cato degli ope­rai, lar­ghis­simo e a fianco quello di lusso per i red­diti più alti: capi­ta­li­sti, diret­tori, con il con­torno di dot­tori e di avvocati.

Quanto all’Italia, il mer­cato interno pro­tetto dipen­deva certo dal prezzo, ma anche dalla “manu­ten­zione”. Durante gli anni della guerra e della Rico­stru­zione ancora in corso, gli ita­liani ave­vano impa­rato ad aggiu­stare. Ora river­sa­vano sui nuovi pro­dotti dell’incerta indu­stria ita­liana, la pro­pria capa­cità di ripa­rare ogni cosa con un po’ di colla attacca tutto e di nastro iso­lante: era la magia di “cac­cia­vite e mar­tello” nei nuovi quar­tieri di anti­che città. Ben pre­sto vi fu un trionfo di pic­cole offi­cine, di arti­giani tut­to­fare. Auto pic­cole e a basso prezzo, fri­go­ri­feri leg­geri, erano l’esempio della nostra pro­du­zione indu­striale. E’ noto che se Fiat voleva dire da noi Fab­brica Ita­liana di Auto­mo­bili Torino, in paesi anglo­sas­soni la stessa sigla voleva dire “Fix It Again, Tony” (Ripa­ralo ancora Tony). Ma da noi ripa­rare non era allora un disvalore.

L’insuf­fi­ciente spe­cia­liz­za­zione dell’Italia, o man­cata del tutto, nasce da qui. L’industria ita­liana alle ori­gini dell’Europa unita espor­tava merci di basso conio e riem­piva le case e le strade delle città ita­liane con pro­dotti indi­geni. La faci­lità di mer­cato, insieme alla sostan­ziale pro­te­zione doga­nale, con­sen­tiva agli indu­striali ita­liani la pro­pria man­cata spe­cia­liz­za­zione. Ogni cosa pro­dotta era ven­di­bile; si doveva sol­tanto aspet­tare e met­tersi in lista per com­prare. Sarebbe durato poco. L’apertura dei mer­cati fece sì che in Ita­lia si potes­sero ormai com­prare Renault 4 e VW.

In Ita­lia, a fianco di quello ormai costretto a com­pe­tere, vi era un secondo sistema indu­striale, di pro­prietà sta­tale e piut­to­sto al riparo dalla con­cor­renza inter­na­zio­nale. Invece di lasciarlo fio­rire, per poter­sene ser­vire, lo si buttò via.

Ne faceva parte in primo luogo l’Iri (Isti­tuto di Rico­stru­zione Indu­striale). Era nato dalla crisi mon­diale degli anni trenta e dalla neces­sità di alleg­ge­rire il debito dei gruppi ban­cari che ave­vano finan­ziato l’industria, a par­tire da quella bel­lica e le reti dei ser­vizi come elet­tri­cità e tele­foni, stret­ta­mente col­le­gati all’industria pesante. Così era rima­sto appic­ci­cato alle ban­che e tra­mite loro all’Iri loro un bel numero d’imprese decotte. L’Iri aveva il com­pito di gestire il tutto e l’imperativo di comin­ciare a disfar­sene. Com’è noto, avvenne pro­prio il con­tra­rio. Era un delitto chiu­dere atti­vità e licen­ziare in un momento di crisi occu­pa­zio­nale. A fianco dell’Iri arrivò l’Eni (Ente Nazio­nale Idro­car­buri), nel 1953 voluto da Enrico Mat­tei, con il com­pito di gestire petro­lio e gas. Ser­viva ener­gia per la grande tra­sfor­ma­zione del paese. Poi seguì l’Efim, (Ente par­te­ci­pa­zione e finan­zia­mento indu­stria mani­fat­tu­riera), per dare ulte­riore sup­porto all’industria mec­ca­nica e mani­fat­tu­riera la cui siste­ma­zione si è tra­sci­nata fino al 1962. Poi fu la volta dell’attività mine­ra­ria, con l’Egam (Ente Gestione Atti­vità Mine­ra­rie) che vivac­chiava dal 1958. Emer­sero anche altri gruppi pub­blici e tra i mag­giori vi fu la Sir che risul­tava uffi­cial­mente pri­vata e appar­te­nente all’industriale Angelo Rovelli che in effetti era super­fi­nan­ziato dall’Imi (Isti­tuto Mobi­liare Ita­liano). Per aggi­rare la legge si uti­liz­zava un finan­zia­mento ban­ca­rio assai van­tag­gioso per le pic­cole e medie imprese. Per poterlo uti­liz­zare si sud­di­vise in molte diverse società teo­ri­che il gigan­te­sco impianto della Sir di Porto Tor­res. Si appli­cava la let­tera della legge, se non pro­prio lo spirito.

“Sesto tra cotanto senno”, avrebbe detto il poeta, fu di certo l’Enel, nato nel 1962 con il com­pito di gestire l’energia elet­trica ita­liana, fatti salvi gli inte­ressi delle città mag­giori e delle mag­giori imprese “auto pro­dut­trici” tra le quali Mon­te­ca­tini, Falck e Fiat. Era un ente, giu­ri­di­ca­mente diverso dalle PPSS, ma cam­biava poco. I grandi par­titi della coa­li­zione di governo e cia­scuna delle loro fame­li­che cor­renti pen­sa­rono che l’industria pub­blica fosse comun­que roba loro, da spar­tirsi e da met­tere a frutto. Vi erano posti di respon­sa­bi­lità, ben pagati che appar­te­ne­vano per defi­ni­zione a que­sto o quel par­tito della mag­gio­ranza. La lot­tiz­za­zione offriva altri spazi, Le società coin­volte si mol­ti­pli­ca­vano e si crea­vano altri biso­gni da sod­di­sfare con altre pol­trone. Il caso più noto alla popo­la­zione è quello della Rai che mol­ti­plicò per tre i canali tele­vi­sivi per accon­ten­tare i tre mag­giori par­titi, oppo­si­zione comu­ni­sta com­presa in que­sto caso.

L’insieme delle PPPSS e degli altri gruppi pub­blici e semi­pub­blici, com­preso l’arcipelago delle ban­che costi­tuiva un sistema cor­rotto. La peg­giore poli­tica domi­nava imprese e ban­che pub­bli­che e ne era domi­nata nello stesso tempo. Un refe­ren­dum nel 1993, ai tempi di Tan­gen­to­poli, abolì il Mini­stero delle par­te­ci­pa­zioni sta­tali che era nato nel 1956. Il voto signi­fi­cava che la popo­la­zione era esa­spe­rata per le deva­sta­zioni al bene comune cau­sate dall’intreccio tra Par­te­ci­pa­zioni e par­titi. L’abolizione pre­valse anche nelle città che dipen­de­vano in larga misura dalle imprese a PPSS come Genova o Napoli. Il risul­tato per entrambe non fu felice.
Le atti­vità già delle PPSS diven­ta­rono così un ter­ri­to­rio aperto alle scor­re­rie pri­vate, ita­liane, stra­niere o miste. Come ulte­riore risul­tato era fatta fuori anche quella par­venza di pro­gram­ma­zione indu­striale che le imprese pub­bli­che con­sen­ti­vano. Lo Stato rinun­ciava così alla pos­si­bi­lità di agire e orien­tare le imprese pri­vate, la scelta e l’attivazione delle reti, gli accordi inter­na­zio­nali. Per la paura di essere messi sotto accusa si pre­ferì legarsi le mani e rinun­ciare a un sistema che avrebbe potuto fun­zio­nare bene, con qual­che accor­gi­mento qual­che regola pre­cisa e qual­che intel­li­gente sostegno.

I con­trap­pesi indi­spen­sa­bili di cui gli altri paesi dell’Unione euro­pea pote­vano ser­virsi, non solo erano messi da parte, ma erano addi­rit­tura messi in ven­dita, o rega­lati, a qual­che com­pa­gine di Capi­tani corag­giosi che in effetti svol­sero sva­riate scor­re­rie. La società dei tele­foni già dell’Iri e poi get­tata in borsa alla mercé degli sca­la­tori è quella per la quale fu coniato, ai tempi di Mas­simo D’Alema, il nomi­gnolo di Capi­tani (rec­tius: Capi­tali) corag­giosi, in occa­sione della prima sca­lata. Ne sus­se­gui­rono quat­tro, tutte diverse e tutte apprez­zate. Tutti gli sca­la­tori impa­ra­rono pre­sto come fare: si opera la sca­lata ser­ven­dosi delle riserve che si tro­vano in Tele­com Ita­lia stessa. Se non ce n’è più, facendo debiti a suo nome. Qual­cuno pagherà. Così, per non per­dere tempo, tutti gli sca­la­tori infi­la­rono in Tele­com il loro debito pre­ce­dente e usci­rono da Tele­com mesi o anni con bilanci ripuliti.

Lo stato avrebbe invece la pos­si­bi­lità di difen­dere occu­pa­zione e svi­luppo, in Sar­de­gna come altrove, in que­sti fran­genti di scarso lavoro e depres­sione gene­rale, se avesse atti­vità e imprese ope­ra­tive da usare in casi dispe­rati e da modu­lare di fronte alle varie neces­sità. Sarebbe oppor­tuno impa­rare di nuovo a fare la manu­ten­zione del nostro sistema indu­striale, uti­liz­zando la sca­tola degli attrezzi esi­stente e tol­le­rata da Bru­xel­les. Attac­ca­tutto, cac­cia­vite e mar­tello e un metro da sarto, per pren­dere le misure. E poi un regolo, per fare i conti.

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