Il vuoto che riempie il nulla: questo resta dopo la Seconda Repubblica

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 23 maggio 2019

Il vuoto cominciano a percepirlo anche i giganti del “prima la società civile”, “prima il fare”, “è con il nostro lavoro che va avanti l’Italia”. Anche la Confindustria, buon ultima, scopre che senza la capacità prospettica della politica, senza la forza delle istituzioni democratiche, senza un’indicazione di percorso netta, il Paese va a rotoli. L’applauso e la standing ovation per il Presidente Mattarella questo dicono, che la società, lasciata ai suoi appetiti, ai suoi interessi, al suo ‘fare’, alla mera logica del profitto, è orfana della dimensione generale, è priva del contesto pubblico e istituzionale che dà senso (che può a dar senso) a tanto cieco pulviscolare di iniziative. Volevate il deserto? La politica era la zavorra? Il Parlamento un’aula sorda e grigia di burocrati? E la democrazia (i suoi pesi e contrappesi, la sua capacità di mediazione) rallenterebbe gli spiriti animali del capitalismo, che se fossero liberi di scatenarsi chissà che crescita ci concederebbero? Tutto smentito, alla prova dei fatti. Il governo meno politico e più mediatico del mondo è finalmente apparso all’orizzonte, e subito è parso evidente a tutti che un treno senza binari non va da nessuna parte, anzi si impantana.

E che serva la politica lo denuncia persino Boccia dal pulpito dell’assemblea degli imprenditori, quando auspica un “patto tra maggioranza e opposizione”. E cos’altro è questo patto se non la richiesta alta e forte di mettere in campo la capacità della politica di individuare un tragitto, di fornire un’indicazione precisa, di concentrarsi sull’interesse generale? Chiedere un “patto”, vuol dire delimitare un campo, porre quale baricentro il bene del Paese, mediare su una base comune, abbassando i toni mediatici e alzando quelli intellettuali. È ormai evidente che per ripartire bisognerebbe ridisegnare uno spazio comune, entro cui avviare e rendere efficace il conflitto, che non sarebbe distruttivo, così, ma effettivamente produttivo. È come dire che le polarizzazioni, le radicalizzazioni astratte, i frontismi, la riduzione della politica all’esecutivo, con il conseguente scatenamento della lotta mediatica per conquistarlo, ci hanno ridotto a quel che siamo: pedoni di una scacchiera sbrindellata, su cui trionfa chi fa le dichiarazioni più volgari. La Seconda Repubblica, ossia le lacerazioni indotte dalla politica ridotta a ‘chi prende un voto di più vince’ oggi ci consegnano una Paese allo stremo democratico. E Mattarella, che di tutto ciò è l’ultimo emblema positivo, assume i contorni dell’ultimo rappresentante dell’unica istituzione che ancora si richiama al bene comune e indica un percorso democratico di lotta e di cooperazione in pari tempo.