Impresentabile Italicum tra astensionismo e populismo

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di Aldo Carra, da il Manifesto del 21 gennaio 2015

 Le cri­ti­che da sini­stra alla pro­po­sta di legge elet­to­rale del governo sono con­cen­trate, soprat­tutto den­tro il Pd, sulle pre­fe­renze. E ieri il dis­senso si è mani­fe­stato con la spac­ca­tura del gruppo nell’assemblea del senato.

La scelta dei capi­li­sta affi­data ai par­titi e quindi alle loro segre­te­rie, si sostiene, toglie moti­va­zione e potere agli elet­tori e ne riduce la rappresentanza.

La cri­tica è cer­ta­mente fondata.

Se, però, ricor­diamo quanto nel pas­sato avve­niva e non solo al sud con pre­fe­renze e voto di scam­bio, l’alternativa migliore non sem­bra essere tanto la rein­tro­du­zione delle pre­fe­renze, quanto l’introduzione di col­legi uni­no­mi­nali pic­coli attra­verso i quali avvi­ci­nare can­di­dati ed elet­tori e, quindi, eletti ed elettori.

Ma la que­stione pre­fe­renze che oggi domina il dibat­tito, e rin­salda l’alleanza Renzi-Berlusconi non è, a mio parere, la prin­ci­pale cri­ti­cità dell’Italicum. Essa è solo una fac­cia della meda­glia che in nome della gover­na­bi­lità e dell’efficienza di governo tende a sacri­fi­care la rap­pre­sen­tanza degli elet­tori. Sen­tirsi rap­pre­sen­tati nelle isti­tu­zioni, dipende da due fat­tori: la pre­senza negli orga­ni­smi eletti delle diverse istanze pre­senti nel paese nelle quali i sin­goli cit­ta­dini pos­sono ritro­varsi anche se mino­ranze e la par­te­ci­pa­zione attiva dei cit­ta­dini, attra­verso l’espressione del voto, alla com­pe­ti­zione elettorale.

L’altra fac­cia della legge elet­to­rale è costi­tuita dalla pro­po­sta di dare un forte pre­mio di mag­gio­ranza alla “lista” che rag­giunge il 40% dei voti espressi fino ad attri­buirle il 55% dei seggi.

Di fronte a que­sta pro­po­sta la “legge truffa” di Scelba appa­ri­rebbe oggi iper-democratica ed iper-rappresentativa e se essa fosse stata pre­sen­tata ai tempi di Craxi, cer­ta­mente l’avremmo eti­chet­tata come segno di una ten­denza accen­tra­trice e neo auto­ri­ta­ria. Eppure allora la par­te­ci­pa­zione al voto si aggi­rava intorno all’80%, il che avrebbe signi­fi­cato attri­buire il 55% dei seggi ad una lista che col 40% dei voti avrebbe rac­colto il con­senso del 32% degli elettori.

Oggi, con una par­te­ci­pa­zione al voto ten­dente al 50% la pro­po­sta con­te­nuta nell’Italicum signi­fica attri­buire la mag­gio­ranza asso­luta della Camera, adesso unico orga­ni­smo abi­li­tato a sce­gliere governo, com­po­nenti di organi isti­tu­zio­nali ed a deci­dere leggi e poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali, ad una lista scelta dal 20% del corpo elet­to­rale. Un quinto degli elet­tori, quindi, deci­de­rebbe il futuro di tutto il paese.

Que­sta seconda fac­cia dell’Italicum è, a mio parere, peri­co­lo­sis­sima e mera­vi­glia che pochi finora abbiano par­lato di una legge non tanto ad per­so­nam, ma “su misura” per­ché essa nasce dalla par­ti­co­lare situa­zione che il nostro paese sta vivendo e che, per la crisi del sistema poli­tico ita­liano, vede un unico par­tito al comando, anche per le indub­bie capa­cità di Renzi di muo­versi nel nuovo pano­rama poli­tico e di dominarlo.

Ma si può fare una legge elet­to­rale che dovrebbe durare molti anni (negli altri paesi euro­pei le leggi elet­to­rali durano decenni) in base alla con­tin­genza poli­tica ed alla cer­tezza che il pos­si­bile vin­ci­tore di oggi è un demo­cra­tico e, quindi, non cor­re­remmo peri­coli? E si può fare una legge elet­to­rale che si basa su un assetto poli­tico in tran­si­zione che non sap­piamo in quale dire­zione evol­verà visto che le forze poli­ti­che che seguono al secondo e terzo posto sono forze nuove ed impre­gnate di populismo?

A que­ste domande se ne affian­cano altre: il nuovo modello isti­tu­zio­nale ed elet­to­rale tende a ridurre il grave feno­meno dell’astensione? E, soprat­tutto, cosa signi­fica il fatto che que­sto asten­sio­ni­smo coin­volge sem­pre più mas­sic­cia­mente l’elettorato sto­ri­ca­mente di sinistra?

Voglio spe­rare che la muta­zione che il Pd ha vis­suto e sta vivendo non sia ancora arri­vata a sot­to­va­lu­tare que­sto feno­meno e che la par­te­ci­pa­zione al voto del mag­gior numero pos­si­bile di cit­ta­dini sia ancora un obiet­tivo comune a tutta la sini­stra ed a tutti i demo­cra­tici. Se così è una rifles­sione sul tema si impone.

L’astensionismo che una volta era solo un feno­meno fisio­lo­gico che riguar­dava la parte di popo­la­zione più anziana, poco infor­mata e meno attiva e col­piva in misura pres­so­ché eguale tutti gli schie­ra­menti, ha assunto, negli anni 2000, carat­te­ri­sti­che “poli­ti­che”, di scelta con­sa­pe­vole, di una diversa moda­lità di voto.

Nel 2006 la spe­ranza che Prodi potesse vin­cere spinse al mas­simo la par­te­ci­pa­zione — e quindi al minimo l’astensione — dell’elettorato di sini­stra, men­tre la rot­tura Lega-Berlusconi pro­dusse l’effetto oppo­sto nell’elettorato di cen­tro destra.

Nelle ele­zioni suc­ces­sive l’investimento che l’elettorato di sini­stra aveva così fatto fu deluso e dopo appena due anni si mani­fe­stò, per la prima volta nella sto­ria repub­bli­cana, il feno­meno dell’astensionismo di sini­stra. Da allora l’astensionismo dei due elet­to­rati in parte si è con­so­li­dato ed in parte è stato rac­colto, nel 2013, dal M5S. Da quel momento si è, però, pro­dotto un feno­meno nuovo: i due elet­to­rati hanno rotto il legame di appar­te­nenza con le aree poli­ti­che di appar­te­nenza e si sono ritro­vati “insieme” in un nuovo sog­getto sotto il segno della pro­te­sta e del populismo.

Le più recenti ele­zioni segnano, sotto l’aspetto della par­te­ci­pa­zione al voto, un altro pas­sag­gio di fase che pre­senta, però, carat­te­ri­sti­che diverse per il cen­tro destra e per il cen­tro sini­stra: in pre­senza di una chiara crisi della capa­cità di attra­zione del M5S, l’elettorato di cen­tro destra deluso da Forza Ita­lia comin­cia a tro­vare nella sua area di appar­te­nenza un sog­getto alter­na­tivo come la Lega di Sal­vini, men­tre l’elettorato di cen­tro sini­stra deluso dalle poli­ti­che di Renzi non trova con­vin­centi alter­na­tive e fini­sce, come è stato nelle regio­nali emi­liane, per sce­gliere mas­sic­cia­mente l’astensione.

Si con­so­lida, così, que­sto feno­meno: l’elettorato di cen­tro sini­stra par­te­cipa, eccome, alle mani­fe­sta­zioni sin­da­cali e sociali, ma si ritrae al momento del voto. Un feno­meno, que­sto, paral­lelo, per chi era iscritto al Pd, all’allontanamento dalla poli­tica attiva ed al crollo degli iscritti. La cesura tra poli­tica e società, tra rap­pre­sen­tanza e rap­pre­sen­tati trova così a sini­stra una dimen­sione e carat­te­ri­sti­che nuove e gravi ed i par­titi, stru­menti inter­medi di rac­cordo e di col­le­ga­mento bidi­re­zio­nale toc­cano il punto più basso nella loro sto­ria dal dopo­guerra ad oggi. Da strut­ture di radi­ca­mento con­creto nella società sono diven­tate prima liquide e poi gas­sose per eva­po­rare adesso nell’indistinto di comi­tati elet­to­rali sem­pre più autoreferenziali.

Tor­niamo allora alla legge elet­to­rale ed alle domande di prima. Una legge che costringe di fatto a sce­gliere tra i tre popu­li­smi di Renzi, di Grillo e di Sal­vini, non può che spin­gere, soprat­tutto a sini­stra, verso l’astensione.
All’effetto già denun­ciato di limi­ta­zione nella scelta dei can­di­dati, si aggiun­ge­rebbe, così, quello della ogget­tiva limi­ta­zione nella scelta dei partiti.

Le “voci di sini­stra” sem­brano oggi asso­pite dal con­ten­tino del 3%: se supe­rano que­sta soglia saranno rap­pre­sen­tate. Avremo, quindi, forse addi­rit­tura più sini­stre, pic­cole ed irri­le­vanti, ma arti­co­late e cer­ta­mente rap­pre­sen­ta­tive di un mondo in fran­tumi. Fran­ca­mente penso sarebbe pre­fe­ri­bile si ponesse il vin­colo che il pre­mio di mag­gio­ranza si attri­bui­sce alla lista che rac­co­glie il con­senso del 40% (meglio 45%) dei votanti, ma solo alla con­di­zione che essa rap­pre­senti per­lo­meno il 30% degli elet­tori e che la soglia del 3% fosse por­tata al 5%.

Ma que­sto signi­fi­che­rebbe spin­gere tutti i par­titi ad ope­rare per ridurre l’astensione raf­for­zando la fidu­cia dei cit­ta­dini e le forze di sini­stra ad aggre­garsi per con­tare uni­fi­cando una volta per tutte radi­ca­li­smo e rifor­mi­smo. Chie­dere tutto que­sto è troppo?