La caccia: un gesto di quotidiana violenza nell’indifferenza generale

1
17

di Daniele Leppe – 19 giugno 2018

Roma, 18.30 passate, sono sul motorino a piazza Vittorio, pronto per girare a via Conte Verde. Vedo all’angolo della via una rissa. Mi fermo con il motorino, mi avvicino, trovo un 50enne che picchia senza alcuna remora un immigrato. Lo sta corcando di botte, come si dice a Roma. Faccio per mettermi in mezzo assieme ad un altra persona. Se ne aggiunge un terzo che li separa e allontana il povero immigrato tenendolo per il bavero verso l’ingresso di piazza Vittorio. Chiedo al picchiatore cosa è successo e mi dice che “quello mi ha rotto lo specchietto senza motivo”. Nel frattempo assisto al terzo intervenuto che pensavo volesse salvare il ragazzo invece lo mette spalle al portone.

Passa nel frattempo una macchina dei carabinieri. Mi metto in mezzo alla strada e la fermo. Mi chiedono cosa è successo e gli indico il picchiatore dicendo che stava picchiando l’immigrato. I carabinieri intervengono prendendo l’immigrato, con il viso tumefatto, e lo metteno in macchina. Mi chiedono cosa è successo. Gli dico che è stato pestato di botte. Il signore che lo aveva messo faccia al muro dice che non è successo niente. Io e un altro testimone diciamo: non è vero, è stato picchiato. Questi ci risponde dicendo che “noi non siamo dei testi attendibili” e che non abitiamo nel quartiere e quindi non possiamo parlare. Al che mi incazzo, gli dico che lavoro nel quartiere da 15 anni, che faccio l’avvocato e che non si deve permettere di dire che non sono attendibile. Do le mie generalità ai carabinieri, riferisco cosa ho visto, vengo invitato a formalizzare la denuncia in caserma. Un immigrato mi ringrazia dicendomi avvocato, magari tutti gli italiani fossero come lei. Me ne vado scosso, incazzato e preoccupato. Il clima del paese peggiora a vista d’occhio.