La Germania: riassunto per i politici

per Gabriella
Autore originale del testo: Alberto Bagnai
Fonte: Goofynomics
Url fonte: http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=3975:alberto-bagnai-qed-37-la-germania-riassunto-per-i-politici&catid=44:europa&Itemid=82

di Alberto Bagnai

(…cari lettori, questo post sarà pieno di ovvietà. Non vogliatemene: sto cercando di ampliare la platea degli interlocutori)

2317176Fin dall’inizio della mia attività di divulgazione ho insistito sul fatto che quello che rendeva certa la fine dell’euro non era il fatto che esso danneggiasse i paesi deboli, quanto che danneggiasse anche quelli forti. Faccio solo due esempi:

1) il 23 agosto del 2011: “la Germania segherà il ramo su cui è seduta

2) il 23 luglio del 2013: “il menù dei prossimi mesi sarà il crollo dei ‘virtuosi’

Oggi sono uscite stime pessime sul Pil tedesco, e quindi scrivo l’ennesimo QED di questo blog, ma tengo a precisare che alla Germania non sta andando male perché io porto sfiga, ma perché l’economia è una scienza, una scienza che per bocca dei suoi esponenti più qualificati aveva chiarito che le cose dovevano andare come stanno andando.

Due atteggiamenti mentali errati hanno impedito al vasto pubblico, ma anche a molti colleghi, di capire il senso e la fondatezza di queste mie osservazioni.

Il primo è mutuato dalla “cultura” calcistica. Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa lo vive come Italia-Germania 3 a 4, cioè come una situazione nella quale siccome noi stiamo perdendo, allora la Germania sta vincendo. Ma l’economia non funziona così: l’economia esiste perché esiste lo scambio, e il creditore che strozza il debitore non risolve nulla.

Il secondo è mutuato dalla “cultura” geopolitica, in versione vagamente complottarda.

Chi ha capito cosa sta succedendo in Europa pensa che dietro ci sia un disegno della “Germania”, che è spregiudicato e potenzialmente autodistruttivo, ma che al redde rationem non ci si arriverà, perché la “Germania” è furba (!), e quindi si arresterà sull’orlo del baratro. Ma la SStoria non funziona così. Già nel secolo scorso la “Germania” non si è arrestata sull’orlo del baratro, semplicemente perché la “Germania” non esiste. La SStoria non è un teatro dei pupi, col pupo “Germania” biondo e cattivo, il pupo “Italia” moro e buono. All’interno della società tedesca opera una pluralità di pulsioni e di interessi scoordinati, la cui composizione dipende da un insieme di fattori spesso aleatori, e non c’è alcuna certezza che la leadership tedesca: (i) avverta l’avvicinarsi del punto di rottura; (ii) disponga degli strumenti per evitarlo; (iii) raccolga in una opinione pubblica che ha contribuito a disinformare (raccontando che la colpa della crisi era solo nostra) il consenso necessario per contribuire a rimediare alla situazione.

Quindi l’euro finirà, ed è importante capire perché, ma per capirlo bisogna capire perché è stato fatto.

Caro politico, supponiamo che tu passi di fronte a una vetrina e vedi una cosa della quale hai bisogno, che ti piace, che è di buona qualità. Cosa può impedirti di acquistarla? Due sole cose: o il prezzo troppo elevato, o, se il prezzo è giustificato dalla qualità (e quindi saresti disposto ad acquistare), il fatto che tu non abbia soldi in tasca. Il prezzo potrebbe essere troppo elevato ad esempio perché quella cosa piace a tutti, tutti la chiedono, e quindi il commerciante adegua il ricarico: si chiama legge della domanda e dell’offerta. Gli economisti chiamano questa cosa “teoria della domanda”: la domanda di un bene dipende dal reddito del compratore e dal prezzo del bene.

Se questo ti è chiaro, caro politico, allora ti sarà chiaro anche:

1) perché è stato fatto l’euro, e:

2) perché imploderà.

Tralasciamo, per favore, la ricca aneddotica (geo)politica (Mitterrand che voleva imbrigliare Kohl, ecc. ecc.): tutto vero, ma anche tutte fregnacce. Mitterrand era un uomo profondamente supponente, ignorante di economia, roso dall’ambizione e da un tumore alla prostata che gli era stato diagnosticato all’inizio del suo primo mandato, il che sicuramente lo rendeva poco lucido. Va ammirato, dal punto di vista umano, per essere riuscito a portarne a termine due, ma dal punto di vista politico, anche trascurando il dato clinico che vi ho ricordato, è stato un demente che ha contribuito al disastro nel quale versa il suo paese. Per favore, lasciamolo da parte.

Il punto fondamentale è che legando il marco alle valute dei propri principali clienti, la Germania impediva al marco di rivalutarsi quando i beni tedeschi erano molto domandati. Era stato così per tutti gli anni ’80: il marco era stato rivalutato ben sei volte nello Sme, contro le quattro svalutazioni della lira. Ma con l’euro questo finiva, il che significava, in buona sostanza, che gli imprenditori tedeschi potevano in tutta sicurezza intraprendere una politica di compressione dei salari. Che c’entra, mi chiederete?

La compressione dei salari ha due effetti: aumenta i profitti (se una fetta della torta si stringe, l’altra si allarga), e rende i beni nazionali più convenienti (se riduci il costo del lavoro, puoi tenere relativamente basso il prezzo dei tuoi beni). Questa seconda cosa è molto, molto importante, perché se togli soldi ai tuoi operai, riducendo i loro salari, poi per fare profitti devi vendere all’estero, visto che i tuoi operai i soldi per comprare i tuoi beni non ce li hanno più!

Vi è chiaro, amici (o nemici) politici? Se vi è chiaro, continuerete a chiedermi: ma cosa c’entra il cambio?

C’entra. Cosa sarebbe successo negli anni ’80 o ’90 se la Germania avesse fatto una politica di dumping sociale aggressivo (cioè di vendita “sottocosto” realizzata tagliando i salari dei propri lavoratori, di “svalutazione interna”)? Salari più bassi, quindi prezzi più bassi, quindi più convenienza ad acquistare in Germania dall’estero, quindi più domanda di marchi per comprare beni tedeschi, quindi rivalutazione del marco, quindi meno convenienza ad acquistare in Germania dall’estero. Alla fine gli acquirenti esteri avrebbero perso sul prezzo del marco quello che guadagnavano sul prezzo del bene tedesco in marchi, e si sarebbe tornati al punto di partenza. Gli imprenditori tedeschi sarebbero rimasti con una domanda interna depressa (per via della riduzione del salari), ma con una domanda estera uguale a prima!

Vi prego, vi scongiuro, almeno voi, cari politici, fate un piccolo sforzo: salite di un gradino per la scala dell’evoluzione, non dite, come i giornalisti: “Queste sono le tue teorie!”. Vi cito lo studio di un economista della London School of Economics, Kevin Featherstone, ardente sostenitore del progetto “europeista”. Secondo lui, in Germania “EMU provided opportunities to the social partners […] the business community sought it as an opportunity for labour market flexibility and a means of getting rid of an ovevalued DM”.

Lo studio lo trovate qui, e la traduzione, se serve, è: “in Germania la moneta unica offrì delle opportunità alle parti sociali […] gli industriali lo vollero come opportunità per introdurre la flessibilità sul mercato del lavoro e come strumento per sbarazzarsi di un marco sopravvalutato”.

Ma perché il marco era sopravvalutato? Perché il mercato funzionava: i beni tedeschi sono belli? Bene, li compriamo. Però dobbiamo comprare il marco, e il marco sale…

Con l’euro non è così: se il paese forte pratica una politica sociale aggressiva (taglia i salari) le sue esportazioni esplodono, ma il mercato dei cambi non interviene a correggere lo squilibrio, perché non c’è più mercato dei cambi. Capito perché ci voleva la moneta unica per introdurre la flessibilità? Perché prima della moneta unica flessibilità, precarizzazione, taglio dei salari, avrebbero determinato una rivalutazione del cambio di chi li praticava. Con la moneta unica no.

Il risultato è che gli acquirenti dei paesi deboli continuano a comprare beni del paese forte, e per farlo devono indebitarsi, fino a quando non arriva il redde rationem. Per noi è arrivato quando è saltato il mercato dei subprime, titoli tossici dei quali gli idioti di Duesseldorf si erano imbottiti.Una volta compromessa la sostenibilità del loro sistema finanziario privato, perché i crediti verso gli Usa erano diventati inesigibili (e non era il caso di chiedere i soldi indietro con le cattive), i paesi egemoni hanno fatto la voce grossa col Sud, smettendo di finanziarlo (anche se fino a quel momento gli era convenuto, perché i prestiti sconsiderati erano serviti ad alimentare la domanda di prodotti tedeschi). Il resto lo sapete.

Quindi la Germania ha vinto?

No.

Qui vorrei, cari politici, che se vi interessa sul serio fare il vostro lavoro vi prendeste mezz’ora per leggere quello che ho detto ai vostri colleghi in Commissione finanze.

Cerchiamo di capirci, tornando all’esempio della vetrina. Se il meccanismo di prezzo non funziona, cioè se il prezzo è tenuto artificialmente basso, allora l’unica cosa che può impedirti di comprare è essere privo di soldi (nel caso in cui il negoziante non voglia farti credito, cosa che il negoziante Germania non vuole più fare, come avrete capito)!

Nell’Eurozona il prezzo dei beni del Nord è tenuto artificialmente basso perché il tasso di cambio, che è il prezzo che si aggiusta più rapidamente, è bloccato. Da qui un’ovvia conseguenza: se un paese del Nord fa una politica sociale aggressiva (taglia i salari), i paesi del Sud sono costretti a seguirlo, o immediatamente, o dopo essersi indebitati avendo acquistato una vagonata di beni del Nord, grazie al credito erogato dal negoziante del Nord. Ovviamente la prima soluzione non viene mai praticata: nessun governo vuole perdere consenso, soprattutto considerando che un conto è tagliare i salari in un paese relativamente ricco, e un altro conto tagliarli in un paese relativamente povero. Capito perché la flessibilità del cambio è “di sinistra”, o comunque di “destra sociale”, o comunque non conduce all’iniquità? Perché consente alle classi dirigenti dei paesi meno ricchi di isolare il proprio paese dalle scelte aggressive dei paesi più ricchi, e quindi rallenta (se non impedisce) l’aumento di disuguaglianza al quale assistiamo in questi anni.

In altre parole, visto che l’aggiustamento di prezzo (il cambio) non funziona, per riportare in equilibrio i conti esteri bisogna usare l’aggiustamento di reddito, cioè l’austerità: tagliare spesa pubblica per tagliare reddito privato per creare disoccupazione che modera i salari e per ridurre le importazioni. Questo è quello che ha fatto Monti e ce lo ha anche detto. Lo ha fatto nell’interesse dei creditori esteri, naturalmente.

Voi direte: “Be’, ma la Germania potrebbe fare politica espansiva…”.

Ma allora quanto precede non è chiaro!

1) Non esiste “la Germania”;

2) una politica espansiva seria imporrebbe di distribuire ai lavoratori tedeschi i guadagni di produttività da essi conseguiti, ma questo richiederebbe una compressione dei profitti che le aziende tedesche non sono disposte a subire, e determinerebbe probabilmente una pressione inflazionistica che i creditori tedeschi non sono disposti a subire (perché se c’è inflazione, i soldi che hai prestato perdono potere d’acquisto, e quindi i creditori l’inflazione non la vogliono. Punto).

In altre parole, non ci sarà mai una politica sufficientemente espansiva da parte della Germania, e questo ce lo hanno detto chiaro e tondo sia Bolkestein che Henkel. Il “negoziante” tedesco non comprerà mai abbastanza dal “cliente” italiano perché il “cliente” italiano possa acquistare dal “negoziante” tedesco senza indebitarsi. L’unica soluzione per il cliente italiano che non voglia indebitarsi è smettere di comprare: l’austerità.

Questa è la logica del sistema, ed è il motivo per il quale il sistema fallirà. Perché?

Perché c’è una cosa che dovete capire, cari politici, ve ne scongiuro. Lo so, richiede uno sforzo, è un totale rovesciamento di paradigma, ma è anche una cosa molto logica:

il motivo per il quale un insieme di paesi unisce le proprie economie non è competere con il resto del mondo, ma non competere col resto del mondo.

Cosa voglio dire? Voglio dire che le cose non stanno come i giornalisti e anche voi dite: “Dobbiamo unirci perché fuori c’è la Cina, non possiamo competere se non siamo grandi, in un mondo grande ci vogliono paesi grandi, per un paese grande ci vuole una grande moneta, e per una parete grande ci vuole un pennello grande”.

No, non è così, per due motivi:

1) come possiamo pensare di competere con paesi che hanno il costo del lavoro più basso del nostro usando una moneta sopravvalutata come l’euro? E d’altra parte noi italiani, svalutando l’euro peggioreremmo la nostra situazione, perché spenderemmo in Germania quello che guadagneremmo negli Stati Uniti o in Cina.

2) i paesi che si mettono insieme lo fanno per creare un mercato (comune o unico) che serva da sbocco interno alla loro produzione, cioè, appunto, per non competere con il resto del mondo.

Mi spiego. Secondo Alesina (1997) il senso dell’unione è proprio questo: l’America va per aria perché ha fatto una politica del credito dissennata? E che ci importa!? Se loro non comprano più i nostri spaghetti, li compreranno i tedeschi: c’è un mercato comune che ci protegge dagli shock esterni, nel senso che all’interno del mercato comune troviamo la domanda che nel resto del mondo può venire a mancare per qualsiasi motivo. Con il mercato comune quindi il bisogno di rincorrere la domanda estera, cioè di “competere” col resto del mondo, dovrebbe venire meno, altrimenti il mercato comune o unico che sia non ha senso di essere.

Bene: siccome la nostra unione in realtà è una competizione dove, grazie all’euro, l’unica risposta possibile a uno shock è il taglio dei salari da parte dei paesi più deboli, cioè la distruzione di domanda, è chiaro che la nostra unione non ha senso e crollerà a meno che non venga abbandonato l’euro. Un mercato comune con una valuta unica in presenza di asimmetrie strutturali è un nonsenso economico. La moneta unica costringe a distruggere l’unica cosa che rende razionale il progetto di mercato comune: la domanda interna.

E attenzione: la distrugge prima al Sud, ma poi, come i dati di oggi dimostrano, anche al Nord. Il sistema si avvia all’implosione. Non è esattamente come dice Evans-Pritchard: l’euro non è un problema solo per l’Italia. L’euro è un problema per l’Europa, e quindi per l’Europa non c’è altra soluzione che l’abbandono dell’euro.

Vi prego, non date retta ai ciarlatani che vi propongono soluzioni miracolose come l’abbandono dell’austerità! Per loro un po’ di spesa pubblica in più risolverebbe tutto. Una soluzione semplicistica e contraria alla teoria economica. Con prezzi fissi, un aumento di reddito comporta un aumento di importazioni. Se facessimo spesa pubblica ora, senza riallineare il cambio, rimetteremmo semplicemente in crisi i nostri conti esteri, cioè apriremmo la strada alla troika. Vi scongiuro, non ascoltate queste voci  sconsiderate, che vogliono farvi credere che l’euro sia buono, e la “Germania” cattiva, per cui tutto si risolverebbe con un po’ di spesa!

Vi fornisco due esempi del contrario.

Il primo è Monti. Ripeto: lui lo ha detto chiaro e tondo che l’austerità serviva a riportare in equilibrio i conti esteri, a renderci competitivi. Perché? Perché manca l’aggiustamento di prezzo e quindi bisogna ricorrere all’aggiustamento di reddito. Punto.

Il secondo è la Spagna, che è un caso molto interessante. Come leggete sui giornali, la Spagna viene additata come esempio di paese che si è redento, ha fatto le riforme e quindi cresce. Questo non è vero, la Spagna è un paese distrutto, e la (poca) crescita che ha avuto finora è dovuta all’enorme deficit pubblico fatto in risposta alla crisi.

Quindi hanno ragione quelli del referendum contro l’austerità, il deficit fa crescere?

No, perché ignorano i motivi per i quali alla Spagna è stato “graziosamente concesso” di fare deficit: e non sono motivi di poco conto.

Alla Spagna è stato consentito di violare il parametro del 3% per un motivo ovvio: i creditori tedeschi erano fortemente esposti verso la Spagna, e quindi, nel loro interesse, hanno lasciato che lo stato spagnolo si indebitasse per permettere al settore privato spagnolo di restituire alle banche tedesche i soldi che doveva loro. La deroga all’austerità nel caso spagnolo è stato lo strumento che il capitalismo finanziario tedesco ha usato per trasformare un suo problema (i crediti erogati indebitamente alla Spagna) in un problema degli spagnoli (una crescita del debito pubblico spagnolo che piomberà la Spagna per le prossime generazioni). Una massiccia trasformazione di debito privato in debito pubblico, una massiccia socializzazione delle perdite, a danno di chi le ha subite: il popolo spagnolo.

Qual è la lezione da trarre da questa storia? Semplice: che ora alcune (non tutte, alcune) istanze del capitalismo tedesco cominciano a capire che solo allentando la politica fiscale a Sud possono riuscire a salvare le proprie aziende. L’alternativa sarebbe allentarla al Nord, ma questo non vogliono farlo per i motivi che vi ho detto (non distribuire troppo reddito in quota salari). Anche se la Germania è meno esposta verso l’Italia che verso la Spagna, il crollo della domanda in Italia comincia a farsi sentire sulla loro economia. Quindi è chiaro che a certe istanze della società tedesca farebbe molto comodo che il nostro Stato ricominciasse a spendere “in deroga”, come la Spagna: a prezzi e cambi fissi, questo sosterrebbe la domanda di beni tedeschi, e la loro nave potrebbe ripartire. Ma noi aggraveremmo il fardello delle generazioni future. Non so se è chiaro. Quello che preoccupa una certa “Germania” è che noi ormai non abbiamo più soldi per comprare BMW, e per pagare le tasse che attraverso i meccanismi “salvastati” vanno a salvare le banche spagnole, cioè i creditori tedeschi. Facile prevedere che sia imminente almeno un tentativo di ripensamento da parte della Germania sull’austerità. Secondo me questo tentativo fallirà: le diverse istanze del capitalismo tedesco non riusciranno a coordinarsi per adottare una politica razionale, quindi l’euro esploderà, ma nel frattempo, per favore, non aggraviamo la nostra situazione.

C’è un’unica soluzione per venirne fuori: lasciare che il meccanismo di prezzo, il tasso di cambio, riprenda a funzionare, quindi tornare alle valute nazionali. Se non parlate di questo, cari politici, se non cercate di capire come farlo, dialogando con gli economisti in buona fede del nostro e di altri paesi, ora perdete tempo, e domani perderete il potere. Farlo è nel vostro interesse.

Aggiungo una chiosa a beneficio dei colleghi anti-austerità, quella che avevo anticipato, prevedendo la loro ovvia e demagogica mossa, il 31/12/2013. Quello che state facendo è deplorevole, perché ostinandovi a non ammettere che l’austerità è una conseguenza dell’euro, e che senza rimuovere la causa non si può rimuovere l’effetto:

1) alimentate un pericoloso astio anti-tedesco (individuando nella Germania la causa dell'”ottusaausterità”);

2) impedite (se siete di sinistra) la maturazione di una coscienza di classe negli elettori italiani (spingendoli ad approvare una scelta che è alla radice della loro sconfitta nel conflitto distributivo);

3) avallate indirettamente la narrazione distorta dei media che ci indicano in paesi come la Spagna un esempio da seguire (in base al “sillogismo” Spagnabello, Spagnadeficit, deficitbello);

4) aprite la strada a scelte di politica economica non coordinate che esporranno il nostro paese a gravi conseguenze in termini di squilibri finanziari interni e esteri, squilibri che a cambi fissi non possono essere risolti (condizione necessaria ma non sufficiente).

Vi prego: non fatelo.

E a voi, politici, una preghiera: non date retta alle sirene del “basta spenne, che cce vo’!”. Qui occorre un cambio radicale delle regole europee, cominciando dall’abolizione della moneta unica e passando per tante altre cosette che sono descritte nel mio libro e in questo blog (e nella letteratura scientifica internazionale). Se ne può parlare, ma per favore, ricordatevelo: l’austerità è un male, ma è un male che ci viene imposto dall’euro, è nella logica dell’euro. Chi vuole l’euro vuole la recessione. Chi, come i colleghi “antiausterità”, vuole l’euro, ma non vuole la recessione, in realtà vuole solo il commissariamento del nostro paese da parte della troika. Se siete politici italiani e non siete politici tedeschi dimostratelo.

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