Politica

Pubblicato il 12 febbraio 2018 | di Alfredo Morganti

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La paura degli italiani e la speranza della politica partecipata

di Alfredo Morganti – 12 febbraio 2018

Minniti giorni fa ha detto che la sinistra si deve far carico della ‘paura’ degli italiani. Be’, prima di tutto bisognerebbe anche non alimentarla questa paura, magari strumentalmente, magari gonfiandone le cause. Dinanzi al corteo di Macerata, in special modo, c’è chi ha detto che i manifestanti erano concentrati solo sulla sparatoria razzista, ma non sul dramma della povera ragazza uccisa. Come se il monopolio del dolore per la sofferenza altrui fosse solo della destra, come se alzare l’allarme sull’ondata di razzismo e fascismo che si alza nel Paese voglia dire anche tacere del resto e ignorarlo. In realtà contrapporre il dramma personale, sociale, umano di una povera ragazza uccisa selvaggiamente alla risposta in piazza, vuol dire enfatizzare strumentalmente gli elementi che producono paura, a discapito di quelli che danno speranza. Per insistere poi sulla ‘sicurezza’ e sull’unica risposta ritenuta lecita e produttiva a riguardo, ossia l’inasprimento delle leggi e la ‘stretta’ sull’ordine pubblico contro l’altro e il diverso. Quando invece sappiamo che la paura si batte come fu fatto con successo negli anni settanta, quando si scendeva in piazza contro il terrorismo, si presidiavano i luoghi pubblici, si chiedeva agli italiani di uscire dalle case e di riconoscersi e specchiarsi nel destino degli altri. Cos’era l’Estate Romana se non questo, un invito alla socialità e alla condivisione delle proprie preoccupazioni, mediante gli spettacoli, l’arte, la musica, le piazze notturne illuminate e frequentate da tutti, nel dialogo e nel reciproco riconoscimento? E dunque, la ‘pubblicità’, i legami sociali, la presenza pubblica contro le case tramutate in tane, rifugi, ultima fortino contro i violenti e i facinorosi?

La paura si batte con la speranza, non solo con il ‘controllo’ del territorio e la pronta reattività dei corpi preposti alla sicurezza pubblica. Quel controllo e quella reattività non sono nulla né servono a nulla se i ‘protetti’ si chiudono a guscio percependo con terrore l’aria che tira. Non sono nulla se l’altro nella sua generalità è dipinto come un assassino pronto a uccidere i nostri figli, un demone che vuole privarci della nostra fede, l’ennesimo povero che intasa le ASL e gli asili nido. Questa rappresentazione diabolica del povero, dell’immigrato, dell’islamico serve solo a mutare la percezione che abbiamo del mondo e a offrire come congrua e auspicabile una risposta che, alla fin fine, peggiora i nostri standard di vita e abbrutisce la nostra visione della realtà, per costruire poi su questa percezione del ‘terrore’ le proprie fortune politiche. Quando un rappresentante dello Stato o di un ente locale ritengono che i ‘cortei’ siano pericolosi, quando adducono la necessità che una piccola cittadina non debba essere ‘sconvolta’ dai manifestanti (quando, in realtà, è stata sconvolta da una sparatoria razzista) e come se si invitassero i cittadini a farsi da parte, a vivere da sé le proprie angosce, a delegare, a ritrarsi. Quando i tg titolano sul possibile caos nel weekend prodotto dai cortei ‘antifascisti’ (non da quelli di segno opposto che si scontrano con la polizia, no!), quando si denunciano i vergognosi slogan sulle foibe, che sarebbero stati inneggiati da una minoranza al corteo di Macerata, ma presunti tali, perché ne sarebbe stato testimone senza prove solo un cronista, vuol dire che la propaganda non si ferma solo a gettare benzina sulla percezione già alta della paura e sul rancore che ne deriva, ma tende pure a demolire i segnali di risveglio civile che si alzano dalla società. Come il corteo di Macerata, e come tutte le altre iniziative e le piazze democratiche di questi giorni.

Compito della sinistra è ricostruire un tempo della speranza, una percezione diversa della realtà, un senso diverso dello Stato e dei suoi organi rappresentativi, un senso del legame sociale oggi atomizzato, un clima di partecipazione, di solidarietà, di risveglio politico e sociale, che è possibile solo con la rinascita dei partiti, il rafforzamento delle istituzioni rappresentative, il ritorno in campo di ideali e identità gettate nel macero della bipolarizzazione forzata e disintegrativa della Seconda Repubblica. La destra è solo una rappresentazione di paure alimentate e diffuse, una risposta tutta di pancia, una pulsione che non trova mediazione né articolazione culturale e civile, una cosa che cresce in una società senza lavoro e senza istruzione. L’effetto di una crisi in parte ingenerata da eventi reali, in parte frutto di un martellante lavoro ideologico. La società che è bagnata da questa lava incandescente spinge verso risposte autoritarie, razziste, fasciste. Partiamo dal lavoro, invece, dall’istruzione, dalle istituzioni, dalla democrazia. Senza una matrice di nuove relazioni politiche e sociali e senza risposte all’altezza della disuguaglianza che cresce siamo spacciati. Ristabilire una differenza con la destra è la via, e non confondersi con essa per mal comprese ragioni di marketing. Come fa il PD renziano, che crede di contendere alla destra dei voti, ma in realtà se ne contamina progressivamente e sino al midollo. Più che la politica del ‘fare’, serve una politica dell’ ‘agire’, una prassi quotidiana che muti pian piano la percezione e sposti coscienze. Dall’alto e dal basso, dai media e nella vita reale, dalle dichiarazioni stampa al passa parola, dal Parlamento al comitato di quartiere. Un lavoro di tutti e per tutti. Il futuro si costruisce agendo nel presente.

 

Autore Originale del Testo: Alfredo Morganti

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