La politica della sinistra oggi è una soluzione di continuità

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di Alfredo Morganti – 7 novembre 2017

Le reazioni al voto siciliano, a sinistra, sono state svariate. Com’è normale che sia quando non c’è in campo ancora un partito e un pensiero collettivo, ma solo una sommatoria sparsa di opinioni individuali. Si va, riferendosi alla sinistra, dal ‘si salvi chi può’ a ‘ci siamo, siamo forti, possiamo farcela’. Mai come stavolta, in realtà, bisogna essere realisti e uscire dai facili proclami. Il 6,2% di Fava è meno di quanto molti si aspettavano, ma non è così poco come si ritiene e, soprattutto, è un dato che migliora nelle aree urbane e in quelle dove c’è un’antica tradizione di sinistra, dove si sfiora anche il 10%. Rispetto ad altre elezioni, la sinistra-sinistra non era mai andata così bene: il 6,2% raddoppia il dato delle precedenti regionali, e migliora il 3,6% delle europee. Peraltro, tutta la corsa elettorale siciliana ha poggiato sul solo candidato Fava, visto che non c’erano partiti a sostenerlo precipuamente con delle liste locali. Dunque, prima di fasciarci la testa, attendiamo almeno che ci diano la martellata.

Secondo me, la botta grossa l’ha presa invece il renzismo, tant’è che il PD sembra un formicaio impazzito e sotto attacco. Quando si ragiona sul futuro della sinistra, quindi, non lo si deve fare a bocce ferme, tentando altresì di bloccare ancor più quelle bocce, ma secondo una visione dinamica e contestuale. Che la situazione oggi sia in movimento è un eufemismo, anche se ciò non vuol dire che il PD cambierà di sicuro politiche, scriverà un antiprogramma e mollerà Renzi. In gioco mi pare che ci siano soprattutto le quote di propri amici da infilare nei listini bloccati e come capilista. Basso Impero, dunque. Ma ciò non significa che riusciranno a trovare facilmente la quadra, tant’è che invocano all’unità ‘Articolo 1’ dopo aver definito gli scissionisti dei ‘traditori’. La situazione è in movimento, dunque, e sta aprendo ferite dolorosissime nel PD, riposizionandolo anche rispetto ai giudizi dell’opinione pubblica. Leggete i giornali di oggi, e ve ne renderete conto. Non vuol dire che si deve aspettare la crisi finale del PD per ripartire. Vuol dire che chiudersi in camera caritatis mentre attorno infoca la battaglia è sbagliato, e pure un po’ controproducente.

Seguiamo allora la linea di queste settimane. Ripartiamo dalle politiche sostenute in questi anni dal governo renziano, per contestarle una a una, mostrandone il carattere antipopolare, socialmente ingiusto e niente affatto risolutivo della crisi decennale e delle disuguaglianze che ha amplificato. La politica si fa coi contenuti, non solo con gli schemi formali e i ragionamenti intellettuali. Ribaltiamo una logica personalistica, dunque, meramente organizzativa, per la quale si ‘deve battere il PD’, si deve ‘spodestare Renzi’. Il PD e Renzi facessero quel che vogliono. Alla sinistra debbono interessare le politiche, non le schermaglie di partito. Lanciamo una costituente del partito nuovo che lanci anche contenuti alternativi alle politiche del governo e a quelle che intraprenderà nel caso la destra. Su queste politiche si fa l’unità, non su altro: sia tra coloro che sono impegnati a costruire il nuovo futuro organizzativo, sia con chi nel PD o fuori di esso intenda rompere a sua volta con quattro anni di governo incolore nel caso migliore, antipopolare nel peggiore. Tenendo ben fermi i cardini sui contenuti, è come se aprissimo una faglia insuperabile con chi di questi anni non rinnega invece nulla e vorrebbe solo un accordo elettorale con la sinistra per ‘vincere’ e poi continuare con le porcate solite. Ma nello stesso tempo, si rafforzi la posizione della sinistra sulle cose e sulle politiche, invece che su improbabili e arrischiate alleanze con chi vorrebbe solo portarci nel gorgo o salvare il suo fioco destino. Secondo me è il modo più giusto per essere aperti al contesto dinamico e terremotato, ma non cadere in trappole che porterebbero acqua solo all’attuale classe dirigente del PD. Per galleggiare sul mare in tempesta, non serve aggrapparsi a un legnetto, ma andare alla ricerca di una zattera su cui salvare dai marosi le politiche nuove.