La posta in gioco

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di Gabriele Pastrello

La posta in gioco. Ovvero: la morte (politica) annunciata della candidatura Schulz (o no?).

La corsa alla presidenza della Commissione è cominciata con fuochi d’artificio, non ci annoieremo. Ma sarà il caso di non impazzire seguendo troppo mosse e contromosse e chiedendosi a quale gioco giocano i giocatori, e se quelli che giocano siano tutti quelli che vediamo. Anche perché c’è un convitato di pietra nell’ombra, gli Stati Uniti, di cui si è già vista la silhouette dietro il lancio alla presidenza della Commissione della candidatura Lagarde, politico della destra francese e presidente del Fmi; carica cui non si accede senza il placet americano. Cerchiamo quindi di capire se c’è e qual è la posta, o le poste, in gioco.

1. Inizio di partita.  

La partita europea per la presidenza della Commissione è appena cominciata e si preannuncia molto dura e complicata. Quattro mosse sul terreno (più una?) e tutte e quattro fuori degli schemi. Comincia Renzi a sparigliare bocciando i due candidati, Juncker e Schulz (obiettivo Lagarde? Lanciata da il Sole24Ore e ribadita da Vincenzo Visco, PD, sull’Unità?), risponde Tsipras rimettendo la palla al centro: i candidati devono essere quelli legittimati dai partiti europei e dal voto europeo (facendo sponda a Schulz, che aveva pochi giorni fa bocciato indirettamente la Lagarde con lo stesso argomento). La Merkel, a questo punto, ma solo a questo punto, si ricorda che la CDU è il partito più importante del PPE il cui candidato è Juncker, e lo rilancia (probabilmente su pressione sia di ambienti PPE che PSE, che possono pensare che una volta sfumata correttamente la candidatura Juncker, tocchi a Schulz). Ma Cameron spariglia di nuovo, boicottando la trattativa, calando un asso sul tavolo: se Juncker diventa presidente, la Gran Bretagna esce. E così siamo rimasti. A questo punto escono voci francesi che la Merkel avrebbe chiesto a Hollande di accettare la Lagarde (che, come vedremo, potrebbe fargli comodo) per una risposta, pare, negativa. Fine dei giochi? Il candidato dell’SPD, ha già finito la corsa? O è ancora una mossa intermedia? Per non impazzire cercheremo di esaminare la o meglio, le poste in gioco.

La posta più visibile in gioco è l’uscita dall’austerità. Da tempo ci si sta lottando intorno con sgambetti sotto il tavolo. Il punto di partenza è che l’austerità ha morso politicamente, e ha fatto male. Finché mordeva economicamente le popolazioni, le dirigenze politiche della destra europea non se ne curavano troppo; poco più che a parole. Qualche economista sciocchino (tra cui Padoan, peraltro) pronto a dire: vedete l’austerità funziona, c’e ripresa, si trovava sempre. (Ripresa? + 0,1% dopo cadute del 25%; oppure la bilancia commerciale in attivo: già grazie al crollo delle importazioni dovute al crollo del reddito). Quindi avanti, business as usual. Ma adesso l’austerità ha morso politicamente. Da cui una cascata di reazioni. Cominciamo dalle prime, evidenti, e passiamo via a quadri più generali.

2. Crolli di sistemi politici?

Le elites di destra europee avevano lanciato una scommessa rischiosa, ma fino a poco fa vincente, sul versante della sinistra. Quella cioè di uscire da una crisi economica gravissima, paragonabile solo a quella del 1929, nella direzione opposta rispetto a quella con cui si uscì dal ’29 (Roosevelt, più spesa pubblica, più sindacato, più giustizia sociale) e cioè: meno Welfare, riduzione dei poteri contrattuali dei lavoratori, noncuranza per l’aumento esponenziale delle disuguaglianze (in realtà, a parte il caso greco di Syriza (la cui crescita non aveva però alterato il quadro politico), i partiti di centro-destra non avevano perso consenso, ma soprattutto la guida dei governi (neppure in Grecia). La sinistra non aveva capitalizzato per nulla la crisi. Né quella radicale né quella moderata. Oggi c’è la svolta Renzi, dovuta soprattutto a ‘promesse’ che però, vedi Jobs Act, si muovono nel solco dominante europeo. Ma fino all’anno scorso, il PD o aveva rimosso o non aveva parlato (o solo debolmente) ai colpiti dalla crisi. E lo stesso dicasi della sinistra radicale (intendo, al di là delle velleità, senza alcun esito politico). Quindi sul versante sinistro la scommessa politica sembrava vinta. Ma la crisi di sistema, neutralizzata a sinistra (per responsabilità di quei partiti, di ambedue i lati della sinistra, ovviamente, ma qui non se ne può fare l’analisi) è riemersa minacciosa a destra. Si può dire che in Italia la risposta a questa crisi, rappresentato dall’emergere di Grillo, sia stata Renzi, che per il momento sembra funzionare. Ma la crisi politica, dopo la prima avvisaglia Italiana, si è allargata coinvolgendo anche gli altri tre maggiori paesi europei.

In Germania gli euro-scettici hanno rischiato di entrare in parlamento, e comunque hanno obbligato la Merkel di nuovo alla Grosse Koalition nonostante l’affermazione elettorale (ottenuta mangiandosi i liberali). Cioè, in Germania è stata evitata di misura, per il momento, una crisi politica. In Italia, i partiti euro-scettici (M5S e Lega) conservano una forza notevole, anche se sembra attenuata la spinta di Grillo che, un anno fa, pareva minacciasse la stabilità dell’intero sistema politico. In Inghilterra già da mesi gli euro-scettici erano in espansione e hanno ottenuto un risultato sconvolgente: i due partiti maggiori seguono l’Ukip euro-scettico (dal 1926 Conservatori e Laburisti si contendevano il primo posto; i Liberali hanno sempre corso per il terzo). È un risultato che può far crollare il sistema politico inglese. In Francia si può dire che il sistema sia già crollato di fatto. Hollande, oltre ad essere al minimo nel gradimento, ha un partito che, in maggioranza nel parlamento, è il terzo partito nel paese, per di più a livelli bassi (solo una coalizione coi neo-gollisti recupererebbe una base elettorale del 40%). Ovvio che la Le Pen chieda nuove elezioni. È una richiesta legittima in un quadro democratico. La Le Pen spaventa l’opinione pubblica per i toni xenofobi, ma spaventa ancora di più le elites politiche europee per le sue proposte: un rafforzamento del Welfare, in controtendenza rispetto alle politiche e all’ideologia europea e mondiale, e protezionismo economico, in antitesi al liberismo mondiale, non solo, ma anche ai principi su cui è stata costruita, a partire da fine Ottanta, l’Unione Europea. La libera circolazione economica, alla base della moneta unica.

È questa emergenza che sta spaventando. In realtà su questo ci si sta dividendo, più o meno pubblicamente, in Europa. Cambiamento: sì, ma quanto?

3. L’austerità del post-austerità.

Pochi ricordano, o hanno notato, che la stessa austerità fu ‘venduta’ con una retorica di ‘crescita’. lo slogan era l’austerità espansiva (come la castrazione fecondante). Partendo dalla constatazione dell’esplosione di forti deficit nei bilanci di Stati europei si diceva che per uscire dalla crisi innanzitutto bisognava ‘fare i compiti’, mettere a posto i conti, premessa necessaria per una futura crescita (additando la Germania come il fulgido esempio da seguire). La crescita sarebbe seguita stabile e continua. Nel febbraio 2010 la linea fu adottata dall’ECOFIN, chiamando l’autore della teoria, Alesina di Harvard, a esporla (teoria, poi, ma solo nel 2012, bollata come vaccata dal FMI). Secondo la teoria i tagli avrebbero euforizzato i mercati finanziari, generando aspettative di riduzioni di tassi di interesse, togliendo l’impedimento all’espansione degli investimenti costituito dall’ampia spesa pubblica (ma questo può essere vero in pieno impiego – in tempo di guerra -, ma con il 20-25% di capacità inutilizzata, come nel 2010, non c’e alcun bisogno di tagliare la spesa pubblica per aumentare qualsiasi cosa, o consumi o investimenti; questo era il nocciolo della critica di Keynes alle stesse politiche proposte dopo il 1929; le destre non perdono né il pelo né il vizio). Solo nel 2012 il FMI e altri mostrarono che i cosiddetti effetti positivi erano ampiamente sopravvalutati e quelli negativi, recessivi, sottovalutati. E, infatti, in quattro anni abbiamo avuto un arco di recessioni da catastrofiche (Grecia) a ampie (Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda, e altre adesso più lievi, Olanda e Francia). La Germania ha evitato le conseguenze della recessione europea (dovute al calo delle esportazioni intraeuropee) accelerando le vendite in Estremo Oriente. È vero che ha il bilancio dello Stato in pareggio, ma questo non ha nulla che vedere con i suoi risultati positivi (dovuti alla produttività dell’industria; peraltro, i suoi salari sono più alti dei nostri). Il bilancio in pareggio è una scelta di lungo periodo della Germania, che da tempo immemore basa la sua crescita sulle esportazioni (il neo-mercantilismo) tenendo frenata la domanda interna, e quindi dando poco impulso alle economie europee, oggi in crisi. Non si tratta di regalare soldi. Basterebbe comprare, spendere per sé. Ma i governi tedeschi non lo vogliono fare. Dopo anni di questi risultati negativi, dopo le critiche devastanti del Fondo, ma soprattutto dopo che dal 2012 ha cominciato a crescere politicamente il fenomeno degli euro-scettici, ulteriormente espanso nel 2013, fino ai risultati odierni, anche la dirigenza tedesca si è convinta che bisognava cambiare. Ma quanto?

Qui bisogna partire dall’esistenza di un dogma, stabilito all’uscita della crisi delle politiche keynesiane alla fine degli anni Settanta. Mai più Keynes, mai più ruolo trainante alla spesa pubblica, mai più livelli d’occupazione trainati dalla spesa pubblica. Se proprio in tempi di catastrofe si deve fare un po’ di spesa pubblica (vedi Obama negli USA), la si deve smettere al più presto e incominciare a tagliare (questa è la linea europea, Obama è stato più cauto). E così fu fatto in Europa. Ma non si è verificata nessuna espansione. E allora qualcosa bisogna fare.

Ed, infatti, qualcosa è già stato predisposto, che possa dare un certo rilancio all’economia europea, ma senza toccare il dogma di base. Già da mesi, infatti, Draghi ha annunciato un intervento di ‘Quantitative Easing’, come si dice. Cioè di inondare il mercato di liquidità (comprando titoli). L’obbiettivo dichiarato è portare verso lo zero i tassi di interesse, e sostenere il finanziamento di piccole e medie imprese (magari con un po’ di ‘moral suasion’ verso i sistemi bancari). Poi c’è la conseguenza ovvia, anche se non dichiarata, della svalutazione dell’euro. Il che rilancerebbe le esportazioni. Quindi, una riconferma in realtà della linea neo-mercantilista tedesca. I paesi più indeboliti comunque non possono svalutare verso la Germania, restando nell’euro, ma la svalutazione verso l’esterno dovrebbe comunque aiutare tutti, o comunque quelli maggiormente in grado di approfittarne. E la Germania sicuramente lo è. E quindi si capisce come mai la Bundesbank, fiera avversaria delle politiche monetarie di Draghi, questa volta abbia dato il suo consenso preventivo.

Che questa misura sia pensata proprio per sostenere una ‘svolta’ nella politica della Commissione Europea lo conferma il fatto che pur essendo stata annunciata da mesi la sua messa in atto è prevista solo per i mesi a venire, anche se magari sarebbe stato meglio farlo già.  Ormai da mesi il pendolo della retorica europea si è spostato verso: adesso crescita. Ma non si ‘e mosso da: niente stimolo fiscale e niente emissione europea di titoli, gli Eurobond, per finanziare progetti europei in infrastrutture o anche progetti nazionali di rilancio. Il fatto è che molti paesi, a cominciare dalla Francia, ma anche l’Italia, avrebbero bisogno prima di tutto di un rilancio della domanda interna, che riparasse le situazioni più sofferenti, per poter essere in grado meglio di affrontare anche lo stimolo dato dalla svalutazione dell’euro. Ma di questo non si vede traccia.

Schulz aveva sostenuto con una certa energia la necessità di archiviare la politica d’austerità col finanziamento di investimenti pubblici. Ma se non si procede alla accettazione della proposta Delors, di non includere le spese di investimento pubblico nel 3% di deficit, né gli Eurobond, i margini di effettuazione di investimenti pubblici sono ristretti. Schulz ha fatto anche un riferimento vago a un progetto, finora bloccato, che era già stato disegnato due-tre anni fa, di messa in comune di risorse fiscali da devolvere al rilancio (ne ha accennato anche il Governatore della Banca d’Italia nella Relazione di quest’anno, rinviando a quella del 2012). Ma gli ostacoli sembrano difficilmente sormontabili. Peraltro quando si parla di politiche dell’occupazione l’orizzonte non si discosta mai dall’ortodossia europea e mondiale che l’occupazione va stimolata aumentando la flessibilità del lavoro (il Jobs Act è in questo alveo), e non stimolando la domanda. È una politica cugina stretta dell’austerità espansiva: maggior libertà di licenziare per assumere; questo è il mantra.

Quindi, di sicuro verrà effettuata una politica monetaria espansiva da cui ci si attende il rilancio. Le prospettive che abbia effetto in realtà sono diminuite in questi mesi, perché le condizioni per un rilancio neo-mercantilista, cioè una domanda mondiale sostenuta, si stanno indebolendo (Cina, USA, Giappone stanno rallentando). Sarebbero necessarie misure più incisive di rilancio della domanda interna. Ma l’unico che avesse mostrato l’intenzione di affrontare il tema, pur entro certi vincoli, è stato Schulz. la presenza di Tsipras sembrava potesse dargli ulteriori spazi di manovra.

Ma, già prima delle elezioni, la sua candidatura ha cominciato a vacillare. Il richiamo della Merkel al ruolo dei governi nella designazione del candidato da sottoporre al parlamento per l’approvazione è sembrato più un richiamo al fatto che comunque bisognava fare i conti con lei, quale che fosse il risultato elettorale. Poi improvvisamente dall’Italia è partita una candidatura irrituale, la Lagarde, intorno a cui si sono svolti i primi giochi sulla presidenza, come si è visto.

Sembrerebbe quasi che sia l’insistenza di Schulz sulla necessità di allentare i vincoli di Maastricht, sia il fatto che lui e Tsipras non si fossero mai attaccati, configurando un possibile asse, abbia inquietato le elites europee più attaccate all’ortodossia che ritengono che il massimo che si possa concedere alle politiche di ripresa sia uno stimolo monetario, in mano alla BCE, mentre debba essere rifuggito ogni tentazione di stimolo fiscale, per quanto moderato. (Non sarà mai sottolineato abbastanza: le parole di Renzi sono nella stessa direzione dell’allentamento dei vincoli di Maastricht, come quelle di Schulz, ma le sue azioni sono andate nella direzione opposta, boicottando Schulz e favorendo l’ingresso della Lagarde nel gioco della designazione del Presidente della Commissione). Quale possa essere la posizione della Lagarde, in questa partita, non è chiaro. Come Presidente del FMI, lanciò il suo Ufficio Studi, diretto da Blanchard (per quanto valga con i tempi che corrono, è definito neo-keynesiano) contro le basi teoriche dell’austerità. Ma i suoi funzionari le hanno attuate rigorosamente. Se la candidatura Schulz alla fine verrà bloccata, certo un motivo importante sarà stato la limitazione dell’ambito delle politiche di rilancio. Draghi e poi più.

La lotta intorno al tipo e alla dimensione dello stimolo sembra aver segnato, cioè, i primi passi della battaglia intorno alla presidenza della Commissione Europea, frenando la marcia di avvicinamento di Schulz all’obbiettivo, marcia che la credibilità e l’autorevolezza della sua candidatura parevano aver rafforzato nei mesi precedenti.

4. Germania/Europa come Prussia/Germania?

Ma lo stimolo fiscale, sì o no, non è l’unico tema sullo sfondo.

Dobbiamo tornare al biennio 2010-11, cioè al lancio dell’austerità espansiva e la sua imposizione a tutti i paesi con una serie di patti di cui il più noto è il fiscal compact, che chiede il raggiungimento del pareggio di bilancio (avremmo già dovuto arrivarci), e la riduzione del rapporto debito/PIL mediante accantonamenti annuali per i prossimi venti anni, che per l’Italia assomerebbero a circa il 70% del PIL.

Non era in ballo solo la dogmatica economica anti-keynesiana. Una delle conseguenze inevitabili dell’imposizione dell’austerità a paesi in difficoltà portava con se la cosiddetta ‘svalutazione interna’. Cioè, visto che l’appartenenza all’area euro impediva la svalutazione della moneta come mezzo per recuperare competitività, restava solo la riduzione dei salari, come misura compensativa di una perdita di competitività. Nel 1919 Keynes si pronunciò duramente contro il Trattato di Versailles perché sosteneva che la Germania avrebbe dovuto sottoporsi a questa politica, che avrebbe provocato reazioni sociali e sconvolgimenti politici (che ci furono). Non fu ascoltato, anche se lui allora temeva soprattutto il contagio della rivoluzione russa. Ma, come abbiamo visto, non era questa, soprattutto dopo la caduta dell’Unione Sovietica, una preoccupazione delle elites europee.

Nell’occasione la Germania emerse come la potenza guida di questo processo. Ormai da decenni la Germania era riconosciuta come la potenza economica dominante ma, si diceva, la leadership politica restava alla Francia, nell’asse franco-tedesco. In occasione della discussione e dell’imposizione del fiscal compact ai paesi europei, fu la Germania invece a emergere come forza politica (anche se il campo restava formalmente economico). E molti si chiedevano quali erano gli interessi strategici della Germania in questa vicenda. La conclusione, abbastanza diffusa, fu che l’indebolimento delle economie dei paesi del Sud, fissava il ruolo di questi paesi come subfornitori (grazie alla ‘svalutazione interna’) nella linea del valore guidata dalle grandi imprese tedesche.

E questo poneva un’altra domanda sul significato delle oscillazioni tedesche circa i passi che da più parti si ritenevano necessari per avviarsi verso un assetto federale dell’Unione Europea. Molti sostengono che in qualche modo i debiti pubblici nazionali dovrebbero diventare europei (seguendo l’esempio americano post-indipendenza), ma la Germania era ed è strenuamente contraria. Draghi ha delineato un progetto di unificazione bancaria, non dico svuotato, ma limitato severamente nella sua portata proprio dalla Germania. Per non parlare della politica monetaria, che nella visione tedesca doveva avere ambiti molto circoscritti (solo la necessità di salvare l’euro permise a Draghi di andar oltre quei limiti).

Però, d’altra parte, al di là degli sgradevoli aspetti di dipendenza economica che facevano capolino, tutta la linea della politica fiscale, in effetti, andava nella direzione di un’unificazione fiscale, cioè verso un assetto federale (anche se la mancanza di trasferimenti fiscali alle aree deboli, come in tutti i paesi, rende questa politica troppo rigida e quindi i paesi sottoposti troppo fragili). Insomma: al di là delle dichiarazioni della Merkel di tipo federalista, sorgeva la domanda se davvero la Germania voglia andare in quella direzione o, come pensano alcuni, preferisca restare nella comoda situazione di un’egemonia di fatto senza assumersene responsabilità esplicite.

Ma forse questa tesi non tiene conto dell’esperienza storica cruciale dell’unificazione tedesca nella seconda metà dell’Ottocento. Anche allora il processo andò avanti con lentezza, fu farraginoso, e basato quasi esclusivamente su processi di unificazione economica: l’unificazione doganale (lo Zollverein). Ma allora il processo accelerò quando la Prussia, dopo il 1870, fu in grado di imporre la propria egemonia senza che gli staterelli tedeschi (del Sud, guarda caso) potessero opporre alcuna resistenza.

Viene da chiedersi se la Germania forse non sia tanto contro uno stato federale europeo in quanto tale, ma piuttosto contro uno stato federale che non veda la sua egemonia. L’esperienza storica lo suggerisce (e anche le vicende dell’unione bancaria: la Germania non è contraria a un’unificazione bancaria, è contraria a che istituzioni non tedesche mettano il naso nel sistema bancario tedesco, profondamente intrecciato con quello politico. Un ostacolo rimuovibile, anche se non facilmente).

Non ho nulla contro l’egemonia tedesca in quanto tale. Anche se toni aspri, in questo come in altri scritti, lo potrebbero far sospettare. Se la Germania si comportasse come gli USA dopo la seconda guerra mondiale, che garantì condizioni di crescita per tutti, la questione dell’egemonia tedesca rientrerebbe in binari normali. La Germania è un paese grande, oltre che un grande paese. Grandissima cultura, grandi capacità tecniche. Aspira legittimamente a un ruolo di guida. Poi lo conquisterà se ne sarà capace. Ma tutto ciò è normale. Se invece pensa di poter imporre la sua egemonia subordinando le economie di altri paesi, imponendo politiche che li impoveriscono, allora è tutt’altra questione.

Vediamo riemergere tentazioni del passato. Anche se per fortuna ci sono politici tedeschi che hanno messo in guardia contro questa tentazione: Joschka Fischer e il vecchio Helmut Schmidt, ex cancelliere socialdemocratico. Ma vorremmo che fossero più ascoltati.

Quanto di queste linee strategiche di fondo della Germania si agita nel fondo dello scontro sulla presidenza europea? La presidenza Schulz sarebbe un passo storico importantissimo: per la prima volta un politico tedesco avrebbe un ruolo formale di direzione in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Per quale ruolo della Germania? O forse anche in Germania sono divisi sul ruolo che Schulz potrebbe avere rispetto a quelle istanze strategiche non dichiarate?

5. L’amico americano in visita (per quanto?).

Se questi sono problemi abbastanza visibili, si sta però preparando nel riserbo, per non dire quasi nel segreto, una svolta nei rapporti USA-Europa che può cambiare radicalmente il quadro non solo europeo ma mondiale.

Ancora più sullo sfondo, infatti, si intravvede un oggetto misterioso: il Patto Transatlantico di libero scambio. Se ne sa pochissimo. A occhio si direbbe che dovrebbe essere una cintura deterrente contro Cina e Russia (che infatti si stanno avvicinando). Già questo rende le cose poco chiare: la Germania ha da tempo sviluppato un’intensa di presenza e accordi economici con la Cina, e di cooperazione strategica sulle fonti energetiche con la Russia (North Stream). E allora?

Ma a parte i corposi interessi tedeschi (e non solo) che potrebbero entrare in collisione con gli obbiettivi del patto, c’è un problema di fondo, che a me pare non venga preso in considerazione, che l’entrata in contatto di due aree storicamente così diverse come quella americana e quella europea, potrebbe avere effetti esplosivi.

Infatti, anche se è vero che dal punto di vista della dogmatica economica le elites europee non sono meno liberiste di quelle statunitensi, va detto che c’è tutto un ambito istituzionale che le divide, e che invece potrebbe essere estremamente rilevante anche per gli sviluppi economici futuri.

Infatti, tutta la costruzione europea si basa sul principio che anche il mercato, per quanto libero nei suoi movimenti propri della sua area, si debba muovere all’interno di un quadro di ‘civiltà giuridica’ il cosiddetto ‘acquis communitaire’ che viene richiesto a ogni paese di rispettare per poter entrare. Si tratta dell’idea che, a parte una serie di de-regolazioni, in linea di principio gli ambiti non strettamente di mercato debbano invece essere regolati per mantenere un’omogeneità europea intorno a certi ‘valori’.

Questa regolazione, tra l’altro, è stata vista nei decenni precedenti come un fattore potente di omogeneizzazione dell’area europea anche al di là delle volontà dei singoli Stati e popoli. La filosofia delle burocrazie europee è stata quella, in un certo senso, di costringerci a diventare ‘europei’ insieme, attraverso una regolazione minuziosa dei nostri ambiti di vita. Il risultato è stato quello di produrre anche una burocratizzazione invadente. Ma l’obbiettivo era ed è squisitamente politico, in senso federale: cioè farci diventare ‘europei’ insieme, anche a nostra insaputa, e perfino malvolentieri.

Cosa succederebbe se quest’area così regolata venisse in contatto con un mondo socialmente basato invece sulla filosofia della deregolazione e dell’intervento quanto più limitato possibile dell’autorità dello stato nell’ambito dei rapporti sociali? D’altra parte se l’obbiettivo del Trattato è liberare il movimento economico tra le due sponde dell’Atlantico è impensabile che le richieste delle grandi multinazionali, che sicuramente orientano e guidano questo processo, non sia quello di adeguare le condizioni europee a quelle statunitensi, per quello che riguarda mercati finanziari, bancari, del lavoro etc.

Ad esempio, se infatti a prima vista stupisce l’insistenza di molti ambienti in Italia, compreso Confindustria e la Presidenza del Consiglio, sulla necessità di investimenti esteri per il rilancio economico dell’Europa (tutti i grandi paesi europei sono decollati senza alcun bisogno di apporti esterni. Sono solo i grandi paesi ultimi arrivati, India Cina, Brasile che hanno basato il loro decollo su quell’afflusso), se si ampia la prospettiva a un futuro assetto economico di cooperazione transatlantica allora questa insistenza trova una motivazione: dare alle grandi multinazionali statunitensi un quadro istituzionale quanto più vicino alle loro condizioni di partenza per permettere loro di poter galoppare nello spazio europeo reso libero dalla moltitudine di vincoli. Con effetti globali che è difficile valutare, ma che comunque non potrà che essere di ridefinizione massiccia degli ambiti economici europei.

È possibile inoltre che, al di là delle complesse e lente trattative di tipo economico e giuridico, fatto tipico per le trattative intorno a questo tipo di patti, ci sia anche un’intenzione di qualche settore di elites, da questo e da quel lato dell’Atlantico, di produrre uno sconvolgimento che porti, finalmente, dopo secoli di percorsi paralleli, a aprire un processo di omologazione delle due aree. Non è da escludere. se non altro, anche per l’improvvisa, ad esempio, moltiplicazione di voci americane in Italia, voci politiche ed economiche, il cui tema è proprio la necessità dell’adeguamento degli ambiti di vita da questo lato dell’atlantico a quelli, ritenuti di successo, di quelli dell’altro lato. Non è una novità, ma sono vicini al centro del potere politico come mai erano stati nel dopoguerra (la DC limitava la subordinazione, e neppure quella totale, all’ambito politico mondiale dei blocchi; in altri ambiti la penetrazione americana fu molto più frenata). È possibile, ripeto, ma questo metterebbe in moto processi imprevedibili, e non si sa davvero quanto governabili.

            Digressione: USA, Cina, Europa e progresso tecnologico.

Non è che per caso le multinazionali americane stanno meditando una ritirata ordinata (quantomeno parziale) dalla Cina? La testa marciante del progresso tecnico-scientifico l’hanno sempre tenuta in America. Ma gli apparati che trasformano quei saperi in prodotti li hanno decentrati. Potrebbero ri-localizzarli? Non è che per caso in trent’anni hanno danneggiato irreparabilmente la capacità dei lavoratori americani di produrre in condizioni tecnologiche avanzate, o meglio, avanzatissime? E non è che la vecchia Europa avrebbe ancora, perfino negli ex-paesi socialisti, conservato quella capacità? Anche perché i lavoratori americani non sono mai stati fulmini di guerra tecnologici; la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti l’hanno vinta riversando quantità gigantesche di prodotti non eccezionali contro la limitatezza quantitativa degli eccellenti prodotti tecnologici tedeschi (un’enormità di navi modello ‘liberty’, ad esempio, cassoni galleggianti, contro i perfezionatissimi sottomarini U-Boot tedeschi; non potevano tirarle giù tutte). In fondo, l’innovazione di questi ultimi decenni ha puntato alla separazione tra la testa e la mano: trasformando, o meglio approfondendo enormemente la trasformazione dei processi produttivi, già in atto nel fordismo, in una sequenza di attività estremamente semplificate, attuabili anche da forze lavoro entrate solo da pochi decenni nella produzione industriale. Ma cosa succederebbe se quelle attività, per quanto semplici, dovessero avere comunque come controparte impianti o moduli di impianti estremamente sofisticati dal punto di vista tecnologico. Il saper cosa fare e cosa sta facendo la macchina diventano fondamentali, anche se l’azione è ridotta ai minimi termini. La forza lavoro cinese può sostituirsi in questo a quella americana o europea in questo tipo di rapporto? Ho notizie di esperimenti fatte da industrie Italiane che dicono di no, quantomeno per il momento. A certi livelli estremi di perfezione tecnologica (robotica e meccatronica) i lavoratori cinesi non reggono il confronto (per i livelli europei ci sono voluti secoli di disciplinamento e istruzione). Ma è noto che c’è un’ondata fortissima di acquisti di robot in Cina (le multinazionali in Cina ne hanno comprati più del Giappone recentemente). E se fosse difficoltoso o economicamente rischioso in Cina un ampliamento a livelli di massa dell’uso dei robot? Oggi la Cina presenta un’analogia con la Russia sovietica: punte scientifico-tecnologiche di livello altissimo, ma capacità di massa molto minori rispetto a quei livelli, e difficoltà con il trasferimento a livelli intermedi di quei saperi (ad esempio, il fallimento del primo treno superveloce cinese).

E allora l’idea che tagliare sensibilmente i salari europei possa permettere di rendere competitive le industrie europee grazie a un enorme salto tecnologico che la forza lavoro europea sarebbe in grado di reggere (e quella cinese no), è un’idea così balzana?

E allora la comparsa di una candidatura naturalmente ‘americana’ per la Presidenza della Commissione, presenza che in altri tempi avrebbe suscitato reazioni di rigetto fortissime, è più plausibile, e anche più comprensibile la mancanza di reazioni. La Francia potrebbe essere costretta e allettata a accettarla. Costretta, perché la presidenza Lagarde potrebbe avere il corollario della Grosse Koalition francese a salvataggio di Hollande (e degli equilibri di potere in Francia), e quindi farebbe fronte a una necessità. Ma, d’altro lato, la presidenza francese, soddisfando gli istinti di grandeur, attenuerebbe nel paese, grazie all’orgoglio nazionale, lo scollamento con le forze di governo, e rilancerebbe il ruolo (per quanto di perlopiù di pura facciata) della Francia come potenza politicamente leader dell’unione, ruolo che la crescente potenza tedesca aveva oscurato.

Ma questo sposterebbe politicamente l’asse dell’Unione. E qui sono solo problemi. Gli USA hanno aperto un confronto duro con la Russia. Germania ed Europa, pur seguendo hanno anche frenato (ma non la Francia, ad esempio, sponsor dell’incubo polacco, un delirio, di un pericolo russo alle porte di Varsavia: ridicolo, i russi non invaderebbero la Polonia neppure se glie lo chiedessero i polacchi; ne hanno avuto abbastanza di polacchi nei decenni post-bellici). Cosa succederebbe all’Ucraina? Il conflitto potrebbe segnare un aggravamento. L’ex segretario di stato con Bush, Brzerzinski, ha parlato di Vietnam: evidentemente si riferiva all’escalation (all’inizio della guerra in Vietnam per gli USA, non certo alla fine). Ci sono voci che consiglieri americani siano già in Ucraina. Potrebbe accettarlo la Russia? E come potrebbe contrastarlo? Sarebbe in grado di reggere un’escalation? La Russia sovietica crollò di schianto proprio per non aver retto l’escalation strategica (economica, militare e scientifica) imposta da Reagan nei primi anni Ottanta. La Russia di oggi, nonostante si sia ripresa dalla debacle del ’99 (quando dovette subire senza reagire il bombardamento di Belgrado) ha ancora piedi d’argilla. E i polacchi? Com’è che alzano la testa e chiedono pacchi di commissari? Chi li sponsorizza?

E il cammino federale sarebbe accelerato o frenato dalla rinnovata vicinanza americana?

Ma soprattutto, una curiosità che ci riguarda: perché la candidatura Lagarde, con tutte queste conseguenze, è partita da un giornale Italiano, il Sole24Ore, di fatto favorita dal Presidente del Consiglio Italiano e appoggiata da Vincenzo Visco (proveniente dall’area ex-pci-pds-ds), autorevole membro (per tutta la sua storia politica e la competenza economica) del PD?

Questi sono i problemi che si agitano sotto le increspature di superficie che abbiamo visto all’inizio. Vedremo emergere vortici? Mostri? O barchette e traghetti verso acque tranquille? L’unica è stare alle vedette e fare attenzione ai segnali.