La “Questione Meridionale” come prodotto di nicchia secondo il civatismo

per Siciliano
Autore originale del testo: Siciliano
Fonte: Facebook

di Siciliano 25 luglio 2015

Aldilà del meritorio intento d’iniziare un dibattito politico sulla vexata quaestio del Mezzogiorno d’Italia, dopo decenni d’oblìo ed eliminazione della questione meridionale dall’agenda politica del Paese, l’approccio sociale ed economico dato dall’indagine sul Sud Italia, risulta essere inadeguata per analisi rispetto alla più famosa: Inchiesta Franchetti & Sonnino sulle condizioni politiche e amministrative della Sicilia. E  mostra tutti i limiti politici e culturali del neonato movimento varato da Giuseppe Civati.

Le soluzioni date sono a dir poco semplicistiche e basate sul malcelato concetto che “le schiene dritte” di alcuni rappresentanti delle classi dirigenti del Sud Italia possano ribaltare 30 anni di mancate politiche di programmazione economica da parte dello Stato.

Il menzionare i buoni esempi di “best practice” delle cd. oasi felici del Mezzogiorno sbilanciando l’orizzonte ideale delle soluzioni sulle imprese ecocompatibili, o sull’Hitech d’avanguardia o vagheggiare una nuova rivoluzione giacobina partenopea che metta sul ponte di comando delle sgangherate macchine burocratiche regionali, un nuovo establishment politico (Possibile!?) in grado di focalizzare le linee d’intervento dei finanziamenti d’Unione Europea sempre più avara e sempre più germanocentrica, dimostra la subalternità ideologica e culturale rispetto alla retorica neoliberale degli ultimi 20 anni.

Si dimentica la quantità di studi comparati, sociali ed economici sul Sud Italia dati in quasi un secolo dallo SVIMEZ, e dal tanto odiato organo di rilievo costituzionale CNEL.

Colpevolmente si abbandona un approccio macroeconomico ai problemi del mezzogiorno, ancora più colpevolmente non si parla di una programmazione industriale [collegata anche al settore agroalimentare settore che occupa più addetti in tutto il Sud].

Nessuna idea di pianificazione infrastrutturale (piaga plurisecolare).

Ancorare, le best practice menzionate nell’articolo al tessuto socioeconomico circostante in un disegno più vasto di distretti industriali ed agroambientali era chiedere troppo ad un soggetto politico nato troppo presto e connotato da fin troppa ansia millenarista (sarà che ci si deve sbrigare subito, perché il neoliberismo potrebbe terminare il 31 dicembre?).

E taccio sull’assenza d’idee su strumenti come il cooperativismo e le attività consortili.

Le lezioni di Salvemini, e Gramsci, il pragmatismo cattolico di Sturzo, assenti o misconosciute.

Rispolverare le linee guida date da un commis d’Etat meridionale come Giuseppe Di Nardi, era chiedere tanto.

Per Di Nardi, orientare l’intervento straordinario dello Stato nel mezzogiorno, significava risolvere le questioni ritenute centrali negli anni della ricostruzione postbelica, ovvero: il basso livello di reddito pro capite e l’alto livello di disoccupazione. E per intraprendere una strada tanto ardua oltre un deciso processo d’industrializzazione del Sud, l’intervento della Cassa del Mezzogiorno doveva prevedere la formazione del capitale umano, ritenuto necessario tanto per sostenere l’indirizzo industrialista, quanto per garantire l’ordine sociale nel Mezzogiorno, (anche se il sottoscritto quest’ultimo concetto preferisce declinarlo come promozione sociale del Mezzogiorno).

In estrema sintesi il meridionalismo civatiano si riduce ad una edulcorata cartolina turistica di un Sud “radical-chic” per palati fini e per portafogli pieni, dimentico dell’inferno delle zone degradate urbane come lo Z.E.N. di Palermo e di Bari vecchia, dove a vecchie forme di sottoproletariato urbano si aggiungono le nuove povertà provenienti da altri Sud del mondo.

Dimentico delle bombe ecologiche ed occupazionali come l’Ilva di Taranto e come il Petrolchimico di Gela.
E mi chiedo, dimenticare tutto questo è Possibile?

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