La sanità “differenziata”

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di Mino Dentizzi 17 febbraio 2019

Il governo Gentiloni ha siglato accordi sul “regionalismo differenziato” con le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e il governo giallo-verde Conte si appresta ad attuarli. Il “regionalismo differenziato”, o “regionalismo asimmetrico”, consente alle Regioni di dotarsi di poteri legislativi diversi dalle altre in virtù dell’articolo 116, 3° comma, della Costituzione, il quale prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia legislativa alle Regioni. L’ambito delle materie nelle quali possono essere riconosciute tali nuove forme di autonomia legislativa sono molteplici: sono sei le competenze legislative richieste dalla Lombardia, quindici dall’Emilia Romagna, 23 dal Veneto. Se il “regionalismo differenziato” è stato definito, con ragione, “secessione dei ricchi” rispetto agli aspetti fiscali, senza altro con riferimento alla sanità costituirà la “fine del servizio sanitario nazionale pubblico universalistico equo e solidale” come previsto dalla 833/78. L’art. 116, terzo comma della Costituzione, già consente l’attribuzione alle regioni di competenze statali riguardo ai principi fondamentali in materia di salute. Una «devolution» che ha provocato già numerosi guasti soprattutto riguardo all’efficacia ed efficienza del servizio sanitario nazionale e con l’autonomia differenziata tali danni si accentuerebbero.

Negli atti preliminari e accompagnatori al disegno di legge si afferma che l’obiettivo sarebbe di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni concernenti il sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione…», poi per «la selezione della dirigenza sanitaria»….«per l’organizzazione rete ospedaliera» e per «assistenza farmaceutica», superando i «vincoli di bilancio nell’equilibrio economico- finanziario».

Di conseguenza se sarà consentita tale disposizione sarà invalidata una grande conquista civile: il Servizio sanitario nazionale basato sull’universalità e la solidarietà in modo da garantire a tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle loro nascita, dalla loro residenza, dal loro reddito di essere curati allo stesso modo con spese a carico dello stato, per mezzo del prelievo fiscale su base proporzionale, in modo che i cittadini più ricchi pagavano più tasse per aiutare quelli più poveri a curarsi e a essere assistiti.

Le regioni “differenziate” potranno definire i propri LEA (i livelli essenziali di assistenza), le proprie tariffe, la propria rete ospedaliera, la propria spesa farmaceutica e pagare il tutto con i propri soldi anche in difformità dei vincoli di bilancio stabiliti dallo Stato e validi nelle altre regioni.

Di conseguenza un milanese o un trevigiano avranno quasi sicuramente livelli di assistenza migliori, potranno farsi curare in ospedali pubblici e privati più moderni ed efficienti, e avranno un’assistenza farmaceutica più completa di quella odierna e avranno la possibilità di assumere più personale sanitario.

Così il cittadino del Molise, per esempio, avrà sempre meno cure e assistenza nella sua regione, perché potendo contare solo sul gettito fiscale dei propri cittadini, essa sarà sempre più povera e sempre meno in grado di assicurare i LEA, di mantenere in vita ospedali dignitosi ed efficienti, di assicurare una assistenza territoriale valida. E se il molisane vuole o avrà bisogno di curarsi a Milano (cioè in una regione che tutela solo i propri residenti) dovrà pagare.
Non è questa la novità che occorre per cancellare quelle diseguaglianze assistenziali di accesso all’assistenza sanitaria per reddito e per residenza regionale che già si sono consolidate di pari passo con il progressivo definanziamento del S.S.N.

Non ci sono giustificazioni nel permettere che questo provvedimento sia appravato con indifferenza “ignorante”! Bisogna alzare a voce e la testa per realizzare un servizio sanitario nazionale pubblico universalistico equo e solidale, come previsto dalla 833/78, in ogni regione, in ogni città, in ogni borgo, tramite un regionalismo basato sul principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, e attuato mediante Patti per la Salute, senza alcuna modifica della Costituzione vigente né formale né “de facto”.