La sfiducia. Il carattere di un popolo ridotto a brandelli individuali

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti

C’è un dato che mi ha colpito nel Rapporto Censis, ed è quel 75% di italiani che non nutre fiducia verso gli altri. È una cifra enorme, indicativa, perché una Nazione non si basa semplicemente sui confini, la sovranità, l’odio verso lo straniero, la lingua comune, alcuni riferimenti simbolici e una specie di pantheon di riferimento. I cittadini sono assolutamente essenziali a questo disegno, direi. E se questi ultimi non hanno fiducia l’un l’altro, è molto complicato parlare di ‘popolo’ come si fa ricorrentemente. Siamo in realtà e per buona parte degli individui proprietari, che si guardano in cagnesco e che competono l’uno contro l’altro sul mercato, in strada, in casa, sui luoghi di lavoro e oggi persino online, insultandosi sui social. Un ‘popolo’ di atomi che competono tra loro ben oltre le necessità. Perché è successo questo? Per tante ragioni, difficili persino da indicare. Io vorrei elencare quelle politiche e culturali, lasciando ad altri il compiti di inveire contro la Merkel e le banche, oppure contro la Casta.

Vado alla rinfusa. Io direi il sistema politico maggioritario. Il colpo inferto all’idea di rappresentanza, l’idea per la quale il Parlamento potesse riflettere la composizione del Paese, ha allontanato le istituzioni rappresentative dalla forma mentis dei cittadini. E ha reso le aule, di converso, un riflesso dei governi, ribaltando quindi la situazione di partenza. Esse oggi sono un po’ come lo stadio, separate dal pubblico da un fossato o da ringhiere o dagli steward, all’interno del quale ci si scazzotta: non più un prolungamento dell’opinione pubblica, non più le Camere dei cittadini, ma luoghi separati, circoscritti, composti in modo avulso, ritenuti distanti, lontani, geneticamente opposti alla composizione popolare, meri strumenti nelle mani degli esecutivi. Inoltre, direi la fine dei partiti di massa e partecipativi, che erano capaci di garantire legami, solidarietà, lotte collettive, spirito di comunità, aderenza locale e prospettive istituzionali nel medesimo tempo. Ridotti ad armi elettorali del Capo di turno, messi nelle mani delle primarie che hanno spezzato la solidarietà interna, i partiti sono divenuti contenitori a fini pratici, di leadership, sacche vuote di atomi sociali impazziti.

E che dire dell’enormità di persone che utilizzano l’automobile? Vivono ogni giorno, e per decine e decine di anni, esperienze individuali, forme di isolamento, si caricano di rabbia contro l’altro automobilista, sono sole con se stesse e riducono al minimo l’esperienza del dialogo e della conoscenza sociale. Ciò, a differenza di chi usa il trasporto pubblico, che ogni giorno vive esperienze collettive, fa esercizio dell’Altro, si confronta con le diversità, ha nel campo visivo altri cittadini che vivono la sue stessa pratica di mobilità. La cosiddetta ‘libertà dell’automobile’ ha prodotto in realtà tanti individui imprigionati nel traffico nelle ore di punta. L’auto è divenuta una specie di produttrice seriale di rabbia e frustrazione, nonché di disabitudine alle persone, in quanto tale demolitrice delle esperienze di solidarietà.

E che dire, ancora, dell’enorme crescita della Rete, che ha ingenerato tanti individui soli alle prese con un PC o un cellulare, in assenza totale dell’Altro in carne e ossa, ridotto anzi a un profilo falso, a una fake, a un simulacro? Il virtuale è un servizio individuale (sociale, culturale, di mercato), nonché un incameratore dei peggiori sentimenti, tutti concentrati in bolle limitate ma pronte a esplodere. Se la sfiducia verso gli altri è in primo luogo mancanza di esperienza collettiva e non un eccesso della stessa, ne dovremmo trarre, ritengo, la lezione che una società è tale se non viene scomposta (mediante schemi culturali e modelli antropologici) in segmenti viepiù isolati; e se la relazione è difesa e mantenuta, e non stracciata sotto i colpi di modelli sociali sempre più frammentari, che inducono ogni giorno nuova frammentazione.

Pensate inoltre, al fenomeno dell’evasione fiscale: che cos’è se non, prima di tutto secondo me, un disamore verso i propri simili e tanto più verso i propri dissimili, l’idea che la ricchezza individuale sia superiore a quella sociale, che i servizi che si acquistano direttamente sul mercato siano superiori a quelli che la società predispone collettivamente? Non è anche questo uno schema culturale, l’effetto di un’egemonia, il segno che pensiamo con le teste di chi occupa il piano nobile del potere sociale ed economico, perché così i consumi possono crescere secondo bisogni indotti individualmente, e ben oltre le effettive necessità sociali? E non è normale pensare che invertendo questo andamento possa finalmente mutare, almeno un po’, la scena?