La sindrome del fratello maggiore

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di Vincenzo Colla – 10 gennaio 2018

Non sempre assumeva un carattere patologico, anzi, a volte, era l’asse intorno al quale ruotava l’organizzazione familiare.
Tutti i figli, secondo il dettato evangelico, erano tenuti ad “onorare il padre e la madre” ma non bastava.
Ciascun figlio era tenuto al rigoroso rispetto del fratello maggiore secondo una scala gerarchica non codificata e, tuttavia, accettata da tutti.
Perciò se eri, come me, l’ultimo di cinque figli dovevi rispetto a tutti e nessuno né doveva a te. Forse è per questo che, non avendo nessun fratellino più piccolo da angariare e da cui pretendere obbedienza e rispetto, ho a lungo desiderato che mia madre partorisse ancora dopo di me.
Va da sé che essere il più piccolo aveva anche i suoi vantaggi.; se infatti era tuo l’obbligo dell’obbedienza al fratello maggiore incombeva l’obbligo della protezione e di una certa benevola blandizie: qualche film western in terza visione, qualche gelato, una pistoletta da cow boy nel giorno della Befana, qualche abito dismesso.
In cambio, il minore, era tenuto ad offrire una sorta di servaggio a bassa intensità, nel quale erano comprese una serie di piccole incombenze: andare a comprare le sigarette, pagare il bollo auto o andare in municipio a ritirare il suo stato di nascita.
Questa struttura, questo “lessico familiare”, questa sorta di tutoraggio vicepaternalistico terminava col raggiungimento della maggiore età del minore. Che, il più delle volte, coincideva con la sua indipendenza economica.
Quando andava oltre questi limiti quel rapporto – considerato normale e universalmente accettato – assumeva un carattere patologico: la sindrome del fratello maggiore.
Si tratta di una sindrome dolorosa con qualche tratto di inconsapevole paranoia: il fratello maggiore rifiuta l’indipendenza del minore; e non solo per egoistici motivi di potere ma anche, a suo modo, per un malinteso senso dell’amore che, sentendosi tradito, non si rassegna alla perdita dell’oggetto del suo affetto e della sua protezione.
In realtà, quel che si rifiuta – e che inconsapevolmente si nega a sé stessi – è la libertà dell’altro e il suo affrancamento da una condizione di subalternità.

Tuttavia, se questa antica struttura organizzativa va esaurendosi nella famiglia, vittima della sua stessa crisi, continua a resistere nella società e nella politica; nel mondo della produzione e in quello delle istituzioni.
Chi detiene una quota maggiore di potere non si rassegna mai all’idea di cederne una quota parte a chi ne ha di meno e rifiuta quasi sempre un rapporto alla pari.
La fattispecie più evidente oggi è nei rapporti della sinistra, dove gli attori in campo sono un fratello maggiore e uno minore: il PD e LeU.
Il PD non si rassegna all’idea di avere un partito alla sua sinistra che, a torto o a ragione, ha scelto di lasciare la vecchia casa per costruirne una nuova e indipendente.
Così, ogni atto politico, magari nella più perfetta buonafede, si compie sotto questo segno. E’ il caso delle prossime elezioni
in Lombardia e nel Lazio dove sono presenti due candidati, Zingaretti e Gori, liberamente scelti dal PD senza alcuna consultzione preventina e sui quali si chiede con insistenza la confluenza dei voti di LeU per pochi o molti che siano.
E, badate, non li si chiede in ragione di un programma politico condiviso, ma sulla base di una logica da “cittadella assediata” da barbari dalle più diverse provenienze: dalla Pannonia come dalle fredde regioni del Nord.
Dopo mesi e anni vissuti e cullati nell’illusione dell’autosufficienza – e declinati nello sprezzo del dissenziente culminato col coro del “fuori, fuori” e con l’indice teso in direzione dell’uscio – oggi si prende atto che quel pezzo di politica – che interpreta i bisogni di un pezzo di paese – forse è parte integrante (e importante) della famiglia; e che il loro contributo è essenziale per respingere l’assalto del nemico ed evitare che questi espugni la nostra dimora.
Bene, anzi benissimo.
Ma se, non si tratta dell’ennesimo (e puerile) espediente tattico, se effettivmente siamo di fronte alla presa d’atto di una realtà diversa da quella che avevamo immaginato, se ci si è convinti che il “fratello minore” è cresciuto e si è reso indipendente, se si è preso coscienza che l’abbandono della casa aveva qualche buona ragione e non era solo figlio di un capriccio, ci si sieda ad un tavolo e si discuta; alla pari, da persone adulte.
Lo si faccia con generosità e senza pesare col bilancino il maggiore o minore peso elettorale, ma focalizzando l’attenzione sui mali veri del paese al fine di redigere programmi condivisi non “contro” qualcuno ma “per” il bene del paese.