La solitudine del rottamatore

per mafalda conti

Corradino Mineo su facebook – 25 luglio 2014

Ha ragione Francesco Merlo quando, su Repubblica, scrive che “l’operazione di contingentare i tempi per votare al più presto non sia un attentato alla Costituzione né un anticipo di autoritarismo”. No, si tratta solo di un diversivo, fumo negli occhi dell’opinione pubblica, il tentativo, per il momento riuscito, le difficoltà del governo e del paese. Nell’intervista del Premier ad Alain Friedman, che ieri ha fatto da contrappunto alla battaglia di Zanda e Boschi per piegare Grasso e imporre una disciplina dei tempi in Senato, sono finite in secondo piano le cattive notizie (l’Italia che non cresce, i no alla Mogherini) per dar luogo a uno spavaldo “non mollo” di Matteo. Davanti ai “gattopardi”, s’intende, quelli che un famoso vuole “uccidere”. E che forse sono gli stessi – udite udite – che hanno affossato la candidatura di Romano Prodi. Fridman ha detto proprio così. Senza pudore. Chiti, Civati, Tocci, Zampa, Corsini tra i 101? Non c’è limite alla decenza. Un tempo si ritoccavano le fotografie dei bolscevichi per lasciare solo Stalin accanto a Lenin, ora si riscrive la storia per compiacere il nuovo leader!

Ecco i titoli: “Tempi tagliati, opposizione in rivolta”, Corriere della Sera. Semplicemente “La Rivolta”, per il Fatto Quotidiano. “Riforme è battaglia – scrive Repubblica – Le opposizioni marciano sul Colle”. “Protesta al Colle”, anche sulla Stampa. Chiude il Giornale con “Politici in piazza. A casa mai?” E mandiamoli a casa questi puzzoni, nominati con una legge incostituzionale, voluta da Berlusconi e che i Partiti si son tenuta stretta per 7 anni e 3 elezioni politiche. Mandiamoli a lavorare (zappare la terra o in miniera, qui si esercita la fantasia al potere dei messaggi pro Renzi!) e magari sostituiamoli con un manipolo di consiglieri selezionati dai partiti regionali e una piccola folla di deputati, giovani e donne, scelti in un vertice al Nazareno.

Scrive Francesco Merlo: “Che nel museo della rottamazione vada a finire anche l’ostruzionismo parlamentare non è un colpo di stato ma una festa di liberazione”. Capisco Loredana De Petris che per due mesi, dopo la cacciata mia e di Mauro dalla Commissione Affari Costituzionale, si è sentita presa in giro perché tutto passava sulla sua testa e veniva deciso altrove. E tuttavia non ho condiviso la scelta di Sinistra Ecologia e Libertà che ha presentato ben 6mila emendamenti. Meglio una battaglia esplicita su pochi voti, con la forza della ragione dalla nostra parte e un Governo costretto a nascondersi dietro un debolissimo “abbiamo discusso per mesi (sì, con Verdini e Calderoli) non è più tempo di trattare”. Poi il voto finale sul provvedimento, lasciando ai nuovi costituenti l’onta di aver varato, solo per prevalere, una pessima riforma del sistema parlamentare.

Tuttavia il filibustering – come lo chiama Friedman – qualche risultato l’ha conseguito. Ora Boschi dice che la legge sarà sottoposta a referendum (anche perché difficilmente otterrà la maggioranza dei due terzi), fa intendere che le norme contro i referendum (tutti e in particolare contro quelli elettorali) saranno abbandonate, ora il ministro accetta di ampliare la platea degli elettori del Presidente della Repubblica, cooptando i parlamentari italiani a Bruxelles (che non si capisce che titolo abbiano per votare il Presidente ma servono, almeno, ad alzare il quorum e rendere il Quirinale un po’ meno scalabile di chi abbia arraffato il premio di maggioranza alla Camera). Vedremo.

Ora si votano i decreti. Ci sono 3 giorni per riflettere prima che riprenda la battaglia del Senato. Se fosse un leader, se non si fosse ormai convinto che solo elezioni anticipate possono salvarlo dal fallimento delle sue promesse, Matteo Renzi smetterebbe l’aria da grullo che ha assunto nell’intervista a Fridman e verrebbe in Senato. Scenderebbe nell’arena, come un imperatore trionfante. Ora che ha ricevuto “l’inchino”: Ave Renzi, senatori te salutant! E direbbe: va bene, meglio 95 senatori eletti nelle regioni e con la proporzionale che altrettanti consiglieri scelti dai cacicchi locali. Va bene, riduciamo il numero dei deputati, che siano meno numerosi, più autorevoli, e vengano votati nel collegio o selezionati con le preferenze. L’accusa di autoritarismo gelerebbe nella bocca degli stolti. E il capo mostrerebbe di saper vincere senza voler stravincere. Ma questo è un sogno, forse Matteo Renzi, quello vero, è ormai circondato, anzi accerchiato, da  seguaci inebriati, collaborazionisti inaciditi, e cantori esaltati. Una rete a maglie strette da cui non si esce e che lo consegnerà al “Gattopardo”.

Altro che flessibilità. La Germania deve fare i compiti a casa, spendere e trainare il rilancio d’Europa. E l’Italia deve mettere in campo ingenti investimenti e riduzioni di imposta, oltre alle risorse per chiudere in linea i conti pubblici nel 2014 e nel 2015. Si può fare. L’Italia ne ha la forza e la possibilità. Ma se non si vuol fare macelleria sociale (per esempio sulle pensioni oltre i 3.000 euro lordi) o limitarsi ad aiutare evasori ed esportatori di capitali in cambio di un po’ di soldi, di risorse se ne possono trovare nella dimensione adeguata solo se si aggredisce l’unico tesoro rimasto davvero intatto: l’evasione fiscale.

Con una statistica e una previsione dietro l’altra l’Istat, la Confindustria e il Fondo monetario internazionale hanno steso un velo gelato sulla speranza di un’uscita senza altri sforzi e sacrifici dalla crisi che inchioda da più di sei anni gli italiani alle proprie difficoltà. Ma la china si può risalire, se si interviene per tempo e con determinazione in Europa, dove bisogna farsi valere di più, e in Italia, pensando all’economia reale.
L’ultimo colpo l’ha dato il Fmi, secondo il quale la crescita reale dell’economia italiana si fermerà quest’anno allo 0,3 per cento. Una notizia arrivata poche ore dopo le rilevazioni sulle vendite al dettaglio. A maggio, ha certificato l’Istat, sono calate dello 0,7 rispetto ad aprile e dello 0,5 rispetto allo stesso mese del 2013. In un anno sono calate sia le vendite dei prodotti alimentari (-0,5%) sia quelle degli altri beni al dettaglio (-0,6%). Ma mentre la grande distribuzione è riuscita a resistere, le imprese commerciali di piccole dimensioni hanno perso più dell’1 per cento del proprio smercio.
Nei giorni precedenti erano arrivate altre brutte notizie dalle rilevazioni sulle vendite di prodotti italiani nei paesi extraeuropei e da fatturato e ordinativi dell’industria. A giugno, ha calcolato sempre l’Istat, le vendite di prodotti italiani nei paesi fuori dall’Europa sono calate del 4,3 per cento rispetto a maggio e del 2,8 rispetto allo stesso mese del 2013. Gli ordinativi totali dell’industria, ha certificato ancora l’ Istat, sono calati del 2,1 per cento a maggio rispetto ad aprile e del 2,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2013.
Sono informazioni che fanno tremare i polsi, come quelle contenute nelle stime del Centro studi della Confindustria, secondo il quale nel secondo trimestre il Pil è calato dello 0,5 e dunque il 2014 si potrebbe chiudere con una crescita reale del Paese tra -0,1 e+0,1 per cento.
Ad oltre sei anni dall’inizio della crisi una debolezza del genere rischia di costringere al cedimento molti di coloro, tra gli imprenditori, come tra i lavoratori senza paga o sostenuti dagli ammortizzatori sociali, o tra i pensionati che non arrivano alla fine del mese, che finora hanno reagito e resistito, bruciando risparmi e attingendo alla famiglia. Se non vi sarà un’inversione di tendenza in autunno si rischia che i problemi si accumulino, e si aggravino, proprio nel momento in cui il governo sarà impegnato a fare il massimo sforzo per chiudere il 2014 con i conti in regola, per trovare una quantità rilevante di risorse finanziarie per non tornare fuori dai limiti massimi nel 2015, per trovare altre risorse da investire e rimettere in moto l’attività.
Questo non significa che bisogna rassegnarsi o che l’unica via di uscita sia il piccolo, solito cabotaggio dei tagli, delle richieste di una qualche flessibilità in Europa.
In realtà, il rilancio è possibile. In Europa bisogna spingere la Germania a fare i propri compiti a casa, spendere quel che deve per rilanciare l’economia, trainare i consumi e sostenere così tutti i Paesi dell’Unione. Nel frattempo, bisogna battersi con maggiore determinazione e più durezza a Bruxelles per evitare che la vecchia, asfittica linea si rinnovi nella nuova Commissione.
Ma si può fare molto anche al di qua dei confini. L’Italia è ancora un Paese molto forte, la seconda potenza industriale d’Europa. Però bisogna pensare di più all’economia reale, investire, progettare una politica industriale adeguata. E le dimensioni dell’impegno sono tali da rendere indispensabile l’aggressione decisa all’unico vero tesoro nascosto che è rimasto da toccare, nonostante molte e roboanti dichiarazioni: l’evasione fiscale.
L’ultima proposta del Nens per combattere l’evasione dell’Iva potrebbe portare nell’arco di un triennio, se applicata davvero, fino a 60 miliardi di euro l’anno da investire nella riduzione delle imposte sugli imprenditori e i cittadini onesti, in modo da liberare redditi per i consumi e capitali per gli investimenti.
Non aggredire l’evasione fiscale in modo strutturale e serio, ma tagliare nella carne viva (come sarebbe per esempio un intervento sulle pensioni oltre i 3.000 euro lordi di cui si continua a parlare qua e là sui giornali senza smentite) o limitarsi a raccogliere i proventi della adesione all’emersione per i grandi evasori e i grandi esportatori di capitali (stendendo il solito velo sui reati penali, come prevede un corposo provvedimento all’esame delle Camere che introduce il reato di autoriciclaggio, ma solo per il futuro) non sarebbe sufficiente a rispondere all’altezza della sfida. E certamente non sarebbe giusto.

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Roberto Seghetti
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