La storiella di Renzi 1 e Renzi 2

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Michele Prospero
Fonte: Rassegna sindacale

di Michele Prospero  (articolo scritto per Rassegna sindacale)  19 giugno 2015

E adesso hanno inventato la storiella del Renzi uno (Matteo come personaggio mitico, castigatore irriverente del vecchio potere) e del Renzi due (il Renzi imborghesito e mediatore, cioè politico come gli altri, intrappolato tra le istituzioni). Il ritorno al Matteo delle origini sarebbe la ricetta miracolosa per rigenerare il Pd e salvare l’Italia.

Il trend delle elezioni amministrative rivela una spiacevole verità: non ha fondamento alcuno la leggenda che almeno con Renzi si vince. Egli ha oggi meno voti del malandato Pd del 2010. Anche a “Repubblica” cominciano ad accorgersene e scrivono delle difficoltà di “Matteo senza terra”. Dubitano persino che il carisma (quale?) sia sufficiente per la conquista di un consenso che richiede politica, radicamento, gruppi dirigenti. Che l’astensionismo dei lavoratori e degli insegnanti, oltre che le urne, abbia coinvolto anche le edicole, costringendo una “Repubblica” dimagrita a più miti consigli sulle virtù del suo energico, imbattibile “Renzi performer”?

Renzi, uno o due che sia, non può liberare la terra dalla rete clientelare che l’avvolge semplicemente perché sono proprio i sindaci o i governatori che controllano il territorio ad averlo appoggiato. Ogni segretario, per vincere le primarie, ha bisogno dei signori dei luoghi, dei notabili che orientano le preferenze. E verso di loro, direbbe Machiavelli, nessun leader può usare “medicine forti, sendo loro obbligati”. Qualsiasi leader, per aggiudicarsi la gara, deve ingraziarsi i cacicchi. E dunque, è ancora Machiavelli a spiegarlo, anche un capo “fortissimo”, per farcela a conquistare i gradi, “ha bisogno del favore di provinciali ad intrare in una provincia”.

Soprattutto chi ha “scalato” un partito (e sul cui carro sono saliti tutti i vecchi notabili: Bassolino, Burlando, Franceschini, Fioroni, Bettini, De Luca, Emiliano, Marino, La Torre, Fassino, Chiamparino, Veltroni, Testa, Ranieri), è schiavo dei padroni del territorio. Oltre che succube dei padroni dei media, che lo hanno rifornito di munizioni infinite (e in cambio hanno ricevuto il Job Act, e persino la possibilità di spiare la privacy dei lavoratori). Non c’è alcuna differenza tra Renzi uno e Renzi due: entrambi hanno gli stessi referenti, e non sono quelli del lavoro e della sinistra.

Per uscire dai guai, Renzi ricorre al solito trucco, quello, per dirla di nuovo con le espressioni di Machiavelli, di “nutrirsi con astuzia qualche inimicizia”. E allora dai contro Fassina, D’Attorre dietro le cui bizze, annuncia, smetterà adesso di andare, per comandare con vero piglio decisionista. Prima di spezzare le reni alla Francia, Renzi sfiducia il sindaco di Roma a Porta a Porta (con uno scambio di battute con il pubblico!). Per occupare il partito e rilanciarlo, mobilita il formidabile trust di cervelli politici costituito dai suoi seguaci di stretta osservanza: Carbone, Ermini, Scalfarotto, Lotti, Serracchiani. Buona fortuna.

Le urne hanno restituito un Renzi già cotto, che parla a vuoto. La sua narrazione sembra giunta ai titoli di coda. Il piffero del parolaio adesso caccia soltanto dei suoni confusi, che scorrono senza alcun peso, leggeri, insignificanti. Appartengono già ad un altro tempo, ad un vecchio spartito. Sembrano pagine di una stagione finita. Sbaglierebbe la sinistra Pd a rinunciare all’affondo proprio adesso, pensando che con un Renzi così debole è possibile venire ai patti, per costringerlo al negoziato e poter ricominciare con la storia delle mediazioni, del metodo Mattarella.

Abbatterlo è impresa meno dannosa che mantenerlo in sella. Al potere, farà solo altri guai. Con l’Italicum e la guerra civile a sinistra, Renzi rischia persino di non arrivare al ballottaggio. La sinistra Pd, al cospetto delle tante offese subite su grandi questioni identitarie, dovrebbe mandare a memoria un verso della “Gerusalemme Liberata”, che piaceva tanto anche a Marx: “Risorgerò nemico ognor più crudo, / cenere anco sepolto e spirto ignudo”. Più debole di adesso, Renzi lo sarà solo dopo il voto, quando scaricarlo sarà ormai troppo tardi.

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