Lagarde, la donna della rovina. Per un miliardo ne brucerà 300

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di Rodolfo Parietti  30 giugno 2015

L’ex ministro di Sarkozy a capo del Fondo monetario con il “no” alla proroga del prestito farà saltare la restituzione del debito greco. Dura e chic: ecco la lady di ferro dell’economia

Tanto languida e sottomessa col suo Sarko, fino al punto da implorargli «fai di me ciò che vuoi» in una lettera ormai famosa come quella scarlatta, quanto inflessibile coi greci.

Dalla Biancaneve con sfumature masochiste alla Grimilde un po’ sadica: ci sarebbe di che stupirsi davanti alla metamorfosi di Christine Lagarde, dal 2011 a capo del Fondo monetario internazionale grazie al priapismo incontinente del suo connazionale, Dominique Strauss-Kahn. Direte: c’est la vie . Giusto: si cambia.

Ciò che non cambia mai è l’inappuntabile bianco-chiomato della sua acconciatura, resistente a qualsiasi maratona negoziale. Mai un capello fuori posto. Lei è così: perfetta nei suoi tailleur Chanel, impeccabile nel suo inglese (in Francia la chiamano «l’Americaine», e forse non è per farle un complimento), sobria nell’ingioiellarsi e stravagante il giusto nel piazzare una moquette zebrata nell’ufficio di Washington. Campionessa di nuoto sincronizzato, è a suo agio nelle vasche piene di squali. E al Fondo, si sa, non ci sono pesciolini rossi. Christine ha un solo difetto capitale per chi fa il suo mestiere: pur essendo stata ministra dell’Economia durante il governo Sarkozy (2007-2011), senza peraltro lasciare tracce memorabili a parte la profezia sgangherata dell’agosto 2007 («il peggio della crisi è dietro di noi»), è priva di formazione economica. Mastica quel che ha imparato facendo l’avvocato d’affari in uno degli studi legali più grandi al mondo, quel Baker&McKenzie di cui diventò presidente nel 1999, primo gradino della stairway to heaven che l’ha portata lassù, in cima al Fondo. Quando vi arrivò, a copertura delle lacune curriculari, aveva già pronto l’alibi prêt-à-porter: «Ho uno squadra di economisti, ci penseranno loro». Vero: loro ci hanno pensato. Anzi: ci hanno ri-pensato, sconsigliandole di continuare a somministrare l’amarissima medicina dell’austerity, che solo disastri aveva prodotto. Con Atene, invece, la Lagarde si è impuntata fino a diventare rigida come un binario, proponendo ulteriori sacrifici economici a un Paese già bombardato dagli squadroni del rigore.

Tra reciproci insulti (l’ellenico «Criminali» contrapposto al lagardiano «Non fate i bambini») si è arrivati fino al «niente proroga» per il miliardo e mezzo, dei 30 circa prestati, che i greci devono rimborsare entro fine giugno. Mettere a rischio default i 300 e rotti miliardi che la Grecia deve al mondo intero, è l’atto finale che ha suggellato il cambio di passo del Fmi, entrato nel fallimentare dossier greco col ruolo di comprimario e diventato, col passare dei mesi, il vero protagonista. L’Europa, incapace di trovare una linea comune, si è semi-oscurata.

Sul punto di scollinare i 60 anni (compleanno il prossimo 1 gennaio), Christine non ha più nulla della reine de la gaffe di un tempo. Quando, per esempio, visti i rincari della benzina, esortò i francesi a usare la bicicletta. La Maria Antonietta del terzo millennio ha ora lo stesso piglio decisionista del suo amato Sarko, quello che ordinava l’attacco alla Libia tre ore prima dell’inizio ufficiale della missione. Non c’è però nulla di kafkiano nella sua metamorfosi, nulla di personale contro i «comunisti» di Syriza, nessun accanimento teso a trasformare il Partenone in un laboratorio a cielo aperto dell’austerità. Trattasi, più prosaicamente, di attaccamento alla poltrona. L’anno prossimo, al Fondo, si vota per la carica di direttore generale, ed è quindi meglio non mettersi contro i Paesi emergenti, già maldisposti a far concessioni ad Atene. Lei, naturalmente, si è già detta disponibile per un secondo mandato: per diventare il primo presidente donna della Francia c’è sempre tempo.