L’autogoverno dei poteri forti che si nasconde dietro Renzi

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Michele Prospero
Fonte: La Parola
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di Michele Prospero – 30 ottobre 2015

In giro per il mondo, e trasvolando gli oceani, proclama che con le sue riforme istituzionali andrà al plebiscito, per sentire l’odore del comando. Ha prima voluto lo scontro in aula e, per il dopo, pensa di infierire sulle minoranze grazie al sostegno della folla, che aspetta in sua adorazione. E intanto la propaganda di regime fa le prove tecniche di rimbambimento, con le cifre istat sull’ottimismo che è tornato nell’immaginario degli italiani. La sua sensibilità istituzionale, il presidente del consiglio la mette bene in mostra quando ribadisce l’ordine di destituzione del sindaco della capitale, regolarmente eletto e passato attraverso il mito di incoronazione dei gazebo.

C’è un qualcosa di eccessivo, nella esibizione del potere, che potrebbe rivelarsi miope e irritante agli occhi del pubblico. “Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano”, scriveva già Machiavelli. Cioè chi poggia, nel proprio agire, sulla pura esibizione della forza non ha compreso nulla della politica, che ha anche un’altra dimensione rispetto alla nuda potenza. La politica rimanda necessariamente alla ragione, alla capacità di prevedere, alla visione strategica. Ma Machiavelli si è fermano a Rignano, dove la politica è scambiata per l’esibizione dei muscoli di un capitano che intende comandare attraverso un tweet senza persuadere con il rigore dell’analisi le sue stesse truppe di Palazzo Madama o del Campidoglio.

Da quando Renzi è al governo, ha imposto una cultura delle istituzioni di chiaro segno regressivo. Ha perfezionato sino all’inverosimile l’abuso della decretazione e della delega legislativa, pratiche degenerative che altri avevano già inaugurato ma che lui ha reso sistematiche e senza più freni. Non ha opposizione ad incalzarlo, e però preferisce forzare con il decreto, il voto di fiducia a raffica. Ha costruito, a propria misura, una legge elettorale dai palesi vizi di incostituzionalità, e l’ha fatta approvare con il parlamento deserto, abbandonato dalle opposizioni e con l’inaudito ricorso al voto di fiducia. Renzi va avanti, nell’oscuro disegno destabilizzante, confidando nel silenzio dei custodi, nella complicità della grande stampa.

Ai tempi di Berlusconi, con gli infiniti editoriali di Ezio Mauro, “Repubblica” scomodava, spesso anche impropriamente, le immagini schmittiane di uno stato di eccezione, che si spalancava dinanzi a ogni scelta controversa dell’esecutivo. Una guerra tra gruppi editoriali e appetiti imprenditoriali si copriva con richiami strumentali al costituzionalismo. E la Carta veniva indossata come maschera per ottenere la mobilitazione di un’opinione pubblica informata. Soddisfatti certi multiformi interessi materiali, entrato nella coalizione dominante che ora governa dietro le recite a soggetto lasciate al loquace campione della rottamazione, il partito di Repubblica abbandona i simboli del costituzionalismo, con i quali aveva condotto la guerra contro il competitore di Arcore mobilitando girotondi, popoli colorati, società civile.

Finché Renzi avverte l’appoggio attivo di gruppi economici e mediatici influenti, non esita nel dare seguito alle manifestazioni di aggressione al lavoro, alla scuola, alla sanità e alle antiche prerogative dei regimi parlamentari. Alla sua corte accorrono in tanti. Gli antichi maestri di migliorismo che facevano dell’esitazione, della trattativa infinita, dell’emendamento su un dettaglio irrilevante, della singola formula grammaticale da affievolire, la ragione della loro esistenza politica, ora avvertono l’ebbrezza del massimalismo. E consigliano di accelerare, e quindi di trafiggere chi tra i parlamentari osa resistere al vento delle riforme ineludibili.

Il potere è la capacità di costruire conformismo. In Italia questa inclinazione al conformismo è, per molti personaggi in cerca di carriera, un dono caratteriale-antropologico, e non c’è bisogno di un potere che esibisca un truce volto per esigere obbedienza. Schiere di obbedienti ed eserciti di conformisti esistono a prescindere. Con la maschera illusoria del ricambio generazionale, i poteri forti del capitalismo italiano in ritirata e le élite finanziarie internazionali in allerta, hanno tolto di mezzo l’impaccio di una classe politica autorevole. Adesso i poteri decidono, ottengono decontribuzioni, regali fiscali, libertà di licenziare e il leader gioca nel teatro della rappresentazione con infinite parole di svago.

Questa forma di autogoverno dei poteri forti, velato con il diversivo di un capo che recita cose banali e piazza qualche amico del suo cerchio nelle nomine pubbliche, è ormai diventata una palla al piede, che ostacola l’uscita dalla crisi. Con il suo populismo di governo, Renzi è un fattore di crisi, ostacola le politiche di riforme necessarie. E spiana la strada ad una vendetta della società contro il comico del palazzo, che piccona gli ultimi brandelli della statualità ferita.

Questa caricatura di uomo solo al comando ordina ai sindaci di dimettersi, nomina commissari in ogni luogo, sforna riforme istituzionali ed elettorali prive di qualsiasi coerenza, sprovviste della necessaria apertura sistemica. Persino il fascismo, nella redazione dei codici, vantava l’apporto di una sapienza tecnica raffinata.

La legge elettorale e costituzionale varata dal governo brilla invece per un analfabetismo istituzionale spaventoso. Non c’è esperto di legge elettorale, e prestigioso cultore di materie costituzionali, che non abbia evidenziato le forzature e i rischi di inefficacia dei nuovi meccanismi. Ma, diceva Machiavelli, in una politica decaduta “quelli che sanno non sono obediti, et a ciascuno pare di sapere”. E quindi si va avanti con manifestazioni di arroganza che spezzano anelli procedurali e intrecci formali indispensabili per il rendimento delle istituzioni.

Per vincere la sua prova di forza, Renzi ricorre al più classico degli strumenti del trasformismo, la trattativa sottobanco con singoli deputati dell’opposizione per ottenerne il loro sostegno in aula. Con il soccorso di Verdini mette ancor più all’angolo la sua minoranza interna. Già Machiavelli invitava il politico a diffidare delle “amicizie che si acquistano col prezzo”. Ma dalle primarie fiorentine in poi, Renzi non ha pagato dazio per la complicità del nemico esterno, invocato per dare la botta decisiva al nemico interno. E quindi persevera nella tattica più antica del mondo. Però questi arnesi della bassa cucina politica non sempre funzionano, basta poco perché si rivelino arrugginiti.

Mentre intreccia accordi con Verdini il facilitatore, fa prove di partito unico con Cicchitto, abboccamenti con Tosi, flirta con singoli senatori in attesa di rassicurazioni circa future fonti di prestigio, il premier dovrebbe riflettere su una considerazione di Machiavelli. Per un politico è preferibile “più tosto perdere con li sua che vincere con li altri, iudicando non vera vittoria quella che con le armi aliene si acquistassi”. Ma Renzi appartiene allo spettacolo, alla narrazione, non certo alla politica. E ha come referente un giglio magico, mica un partito. Ha però perso gran parte dell’elettorato di appartenenza, che in Toscana, in Emilia lo avverte sempre più come un corpo estraneo.

Un nuovo soggetto della sinistra italiana non solo è necessario, ma è anche possibile. C’è bisogno di una nuova forza politica per riprendere il cammino dopo il disastro annunciato del renzismo. Non sarà facile ripartire, dopo la cognizione del baratro. Ma con il referendum sulle riforme sociali e costituzionali, con la resistenza all’arbitrio del potere che rimuove sindaci eletti, con le liste civiche e di sinistra in alcune grandi città, può cominciare la mobilitazione popolare contro un maldestro disegno di potere personale che distrugge forma partito, ancoraggi istituzionali, momenti simbolici, basi sociali della sinistra.

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Michele Prospero (Articolo scritto per il mensile “La Parola” di Cesena)

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