Lavorare senza padroni

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LAVORARE SENZA PADRONI – DI  ELVIRA CORONA – ed. EMI
di Cybergodz, da www.sinistrainrete.info

Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l’Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due:

– un primo segnale di quella che poi nel 2008 si presenterà come una crisi economica globale, nella quale ci troviamo ancora oggi immersi e dalla quale, secondo alcuni, non è più possibile uscire (all’interno di questo assetto sociale) per raggiunti “limiti strutturali” del modello sociale capitalistico.

– una pedissequa quanto cieca osservanza delle disposizioni del FMI, tutte tese ovviamente a salvaguardare i livelli di estrazione di plusvalore necessari per mantenere in piedi il sistema, e del tutto indifferenti agli effetti di tali manovre sul corpo sociale.

Non tutto però, se ci è lecito dire così, è venuto per nuocere. L’Argentina in quegli anni si è rivelata essere uno straordinario laboratorio sociale, capace di dare indicazioni anche adesso, e anzi forse soprattutto adesso, che la crisi si è estesa a livello globale e molti paesi si sono ritrovati, o hanno molte probabilità di ritrovarsi, nelle condizioni dell’Argentina di allora.

Un libro uscito nel 2011 per le edizioni EMI dal titolo “Lavorare senza padroni”, scritto da un’abile giornalista free-lance, Elvira Corona, raccoglie molte di queste indicazioni, e le riporta in modo fedele, usando la tecnica dell’intervista e andando a scavare nell’Argentina di oggi, paese che molto deve alla capacità di autogestione nata in quegli anni di picco della crisi. Queste indicazioni, oggi, possono essere probabilmente molto più preziose di ogni ricetta di “salvataggio” dalla crisi, o di ritorno alla “crescita”, che qualsiasi politico nostrano, o economista prezzolato, possa pensare di rifilarci.

Molte esperienze, nate nel 2001 (ma alcune anche prima) resistono tuttora, ed anzi si sono radicate ancora più profondamente, e rappresentano di fatto un punto di riferimento per tutte quelle che vogliono, o devono, seguire la loro stessa strada. Fra le più famose, e più connotate politicamente, intervistate qui da Elvira Corona: la Fasinpat (acronimo di Fábrica sin padrones, ovvero “fabbrica senza padroni”), ex Zanon, una fabbrica fondata da italiani che produceva, e produce ancora, piastrelle; la Vaca, una cooperativa di giornalisti che nel 2001 decise di uscire dalla vischiosa logica della obediencia debida (obbedienza dovuta) nei confronti del regime e delle sue porcherie, e iniziò, con grande difficoltà, ad appoggiare il movimento delle occupazione e delle imprese recuperate; la Impa, industria metallurgica fra le prime ad essere recuperate (1998) e fra le più combattive e radicali. In ogni caso, da notare come il movimento delle ERT (Empresas recuperadas por los Trabajadores) attraversi molti settori, da quello giornalistico a quello manifatturiero, da quello alberghiero ai supermercati. Questo rende il fenomeno ancora più interessante, nella misura in cui percorre di fatto l’intero corpo sociale, e a più livelli, come vedremo.

Dalle interviste, contenute nel libro, emerge come molti fattori abbiano contribuito al successo e al consolidarsi di queste realtà – là dove, ovviamente, sono riuscite a sopravvivere contro tutte le difficoltà e gli ostacoli posti sul loro cammino. Ma alcuni elementi sembrano imporsi come “terreno comune” e fondante di ogni esperienza, anche non direttamente legata a quella argentina: passaggi inevitabili con i quali tutte le ERT hanno dovuto, e con ogni probabilità debbono ogni qual volta esse si presentino all’orizzonte, fare i conti per crescere e radicarsi. Possiamo enuclearne tre:

– Solidarietà:

un fattore determinante per la riuscita di una ERT è senz’altro la solidarietà, non solo però fra i lavoratori, cosa che presuppone una maturità collettiva non semplice da raggiungere da parte di chi è stato abituato tutta la vita a lavorare eseguendo meccanicamente ordini, ma anche da parte del corpo sociale nel quale l’esperienza della singola impresa recuperata va ad inserirsi. Quest’ultimo fattore per fortuna non è mancato in Argentina, e forse è stato quello decisivo là dove le imprese autogestite dagli operai sono riuscite a vincere e radicarsi. Dicono per esempio i lavoratori della Chilavert, un’impresa di Buenos Aires recuperata nel 2002 che si occupa di stampa e grafica: “Qui in particolare è stato semplice ed automatico perché siamo in un quartiere abbastanza piccolo, ma la gente anche nel resto della città di Buenos Aires era d’accordo con le lotte degli operai. Quando spiegavamo le ragioni della nostra battaglia ci appoggiavano tutti”. (p.25) Oppure i lavoratori di Grissinopoli (ora cooperativa “La Nueva Esperanza”), una fabbrica di grissini recuperata nello stesso periodo: “Era inverno e faceva davvero freddo, molti venivano a portarci pane e zucchero … la gente del quartiere Palermo ci prestò 2000 pesos per comprare le materie prime con cui lavorare”. (p.38)

Ma la solidarietà è, appunto, anche fra lavoratori e per i lavoratori. Come dice José Abelli, primo presidente e portavoce del Mner (Movimiento nacional empresas recuperadas): “Il neoliberismo cerca i paradisi con la manodopera schiava, i luoghi meno cari come la Cina, il Sudest asiatico, dove le aziende possono avere più margine di guadagno, precarizzando e schiavizzando la manodopera in quei paesi e distruggendo i posti di lavoro qui o nei vari paesi di origine. Noi attuiamo un processo di integrazione e di uguaglianza delle condizioni, per esempio cercando di generare più posti di lavoro”. (p.158)

– Questione sindacale e rapporti con lo stato:

I rapporti – ma forse sarebbe più corretto dire “le lotte” – coi sindacati e con lo Stato sono senz’altro un altro fattore molto importante per la riuscita delle ERT. In genere i sindacati non sono favorevoli ad una autogestione operaia, perché questo significa perdere il controllo sugli operai, e insieme la forza di contrattazione nei confronti dei padroni – contrattazione, va detto, non sempre svolta a favore dei lavoratori, ma sempre più spesso per difendere istanze corporative e garantirsi sacche di potere. Da parte sua lo Stato, per ragioni simili, non vuole e non può rinunciare ad un controllo sul circuito economico nazionale ma al tempo stesso non è disposto a, e probabilmente neanche può, trovare soluzioni soddisfacenti per salvaguardare i diritti e la dignità dei lavoratori. Entrambi però, sindacati e Stato, nell’esperienza argentina si sono trovati a dover rispondere positivamente ad una situazione di lotta di fatto molto estesa, che li ha posti di fronte alle esigenze di un intero corpo sociale in movimento, divorato da una crisi per i cui devastanti effetti essi stessi avevano giocato un ruolo non marginale. Per esempio, sempre alla già citata Chilavert: “Di fatto [il sindacato] ci snobbò. In Argentina la salute e le associazioni sociali dei lavoratori vengono gestite attraverso i sindacati, e il nostro smise di occuparsi di noi. Con il tempo iniziò a riavvicinarsi, si rese conto che non poteva continuare a ignorarci”. (p.28) Oppure, secondo quanto sostiene Maria Pino di Grissinopoli, i sindacati “sono molto potenti, è come un gioco delle parti, dicono che sono dalla parte dei lavoratori però quando è il momento di fare qualcosa non aiutano per niente”. (p.40)

Un altro dei meriti delle autogestioni è stato quello di sapersi contrapporre con intelligenza ai sindacati, fino ad arrivare a “recuperarne” alcuni, al pari delle fabbriche. Per esempio, il sindacato ceramisti di Nuquén, che ha svolto un ruolo molto importante ai fini di garantire il successo alla riappropriazione operaia della ex-Zanon: un sindacato anch’esso di fatto “recuperato” dai lavoratori, e tornato ad essere quello che doveva essere, cioè un organismo di tutela reale degli operai, gestito dagli operai stessi. Dice Omar della ex-Zanon: “Generalmente in Argentina le parole sindacato e sindacalista sono mal viste. Noi proviamo a dimostrare qualcosa di diverso. Ci sono molti compagni che hanno recuperato le commissioni interne. Negli ultimi tempi si è recuperato un movimento sindacale importante, che sta mostrando un modo diverso di organizzarsi, e molti si sono ispirati al lavoro del Sindacato Ceramisti”. (p.56)

Lo stesso tipo di problemi si pone di fatto anche per i rapporti con lo Stato. Lo Stato argentino ha avversato in molti modi le occupazioni e le autogestioni operaie, sia in modo violento, con polizia ed esercito, sia in modo molto più subdolo (spesso con la complicità degli stessi sindacati) proponendo forme di gestione delle imprese recuperate che finivano per farle fallire oppure riportarle nell’alveo di una normale amministrazione controllata da figure esterne e diverse da quelle operaie. Tuttavia, lo Stato resta un referente importantissimo per le ERT, le quali premono assiduamente per ottenere una legge definitiva di espropriazione a livello nazionale e non solo a livello regionale, come ve ne sono già. Dice Eduardo, il presidente della cooperativa che gestisce la IMPA: “Lo Stato vuole che la società sia una società mendicante, e che tutti i tipi di organizzazione debbano sempre dipendere da lui in qualche modo” (p.240) … “Anch’io credo che i settori di produzione importanti, i settori strategici dell’economia, debbano essere nelle mani dello Stato, però la maggior parte può tranquillamente andare avanti con l’autogestione”. (p.246)

Anche in questo, insomma, le ERT aiutano a portare avanti una riflessione difficile, dai contorni poco chiari specie in periodi caotici come questi: una riflessione, scevra da pregiudizi e legata all’esperienza di lotta e di sopravvivenza quotidiana, sullo Stato e le organizzazioni dei lavoratori, il loro ruolo, i loro limiti, i loro possibili utilizzi ai fini della causa dell’autogestione operaia.

– Gestione orizzontale e autorganizzazione operaia:

Ma l’aspetto forse più importante e dirompente dell’esperienza argentina, quello che più ha da insegnare qualcosa al mondo intero, è il fenomeno dell’autogestione operaia, i cui principi di base sono la gestione orizzontale e la capacità di pianificazione della produzione e non solo. Lì viene dimostrato che si può “vivere senza padroni”, che i padroni non sono necessari, e che una organizzazione dal basso, paritaria e basata sui principi della solidarietà e della condivisione può funzionare come, se non meglio, di una gestita in modo verticale come lo è l’impresa classica. Sempre dalla Chilavert. “Questa è la differenza importante: prima era qualcosa che faceva solo il padrone, prendeva decisioni che poi venivano comunicate ai dipendenti e questi dovevano lavorare secondo gli ordini, niente di più. Non c’era nessuna possibilità di discussione. Oggi invece si decide insieme. Prima era una gestione piramidale, ora possiamo definirla orizzontale”. (p.27)

Fondamentale resta il “controllo operaio”: nessun deve avere in pugno la fabbrica, o il posto di lavoro quale che sia, se non i lavoratori stessi. Qui risiede uno dei segreti del successo delle ERT che sono riuscite a portare fino in fondo, vittoriosamente, il loro tentativo di autogestione. Là dove questo elemento è venuto a mancare, le ERT hanno perso o comunque hanno visto snaturato in modo radicale il loro progetto, il che di fatto equivale ad una sconfitta. Dice Diego del Bauen, un albergo recuperato di Buenos Aires: “Se si resta convinti che per lavorare bisogna dipendere da qualcun altro, da qualcuno con il capitale, che il padrone è la figura indispensabile, che ci deve essere sempre qualcuno che comanda, si riduce la possibilità di ragionare e di pensare che chiunque può creare un circuito diverso, qualcosa di buono”. (p.112)

Nell’autogestione delle ERT, tutti imparano a fare tutto, pur fra mille difficoltà. Dice Eduardo di IMPA: “una cosa era dire nelle riunioni: prendiamo la fabbrica e rimettiamola in funzione, un’altra farlo nella pratica; ma abbiamo dimostrato che si poteva fare” (pp.229-230)… “Nel processo è essenziale la soggettività dei lavoratori, il loro cambiamento di percezione” (p.231) … “Certo non stiamo amministrando una multinazionale, però sappiamo gestire tutte le questioni di acquisto, vendita, distribuzione etc. I compagni hanno imparato molto presto il funzionamento, rompendo un po’ il mito che in quest’area ci devono lavorare persone particolarmente esperte”(p.232) … “La cosa più importante è aver dimostrato che si può gestire un’impresa solo coi lavoratori, e che oggi tutti i lavoratori dell’Argentina sanno che questo è un nuovo metodo di lotta e che è già collaudato” (p.234): un metodo di lotta che garantisce a tutti

una vita quanto più dignitosa possibile, dove il lavoro, poco o tanto che sia, viene ripartito in modo egualitario, così come i ricavi, e non viene praticata l’esclusione come nelle imprese capitalistiche, dove conta solo il profitto e l’accumulo di denaro. Sempre Eduardo: “Qui le cose funzionano meglio, perché io sono convinto che la cooperazione superi la concorrenza” (p.238)

L’impresa recuperata, che si basa su principi diversi dall’impresa capitalistica, diventa così uno sorta di spazio sociale, all’interno del quale è possibile dar vita ad attività molto diverse da quelle legate alla mera attività lavorativa: dai balli popolari ai centri di educazione e di salute, fino ad una università per i lavoratori. “Noi crediamo che l’impresa debba essere davvero un’impresa sociale, non un’impresa e basta. Perché non è che un’impresa o una cooperativa debbano pensare solo ai guadagni. Devono essere veramente sociali, ovvero con un altro modo di lavorare, che l’utilizzo degli spazi possa essere per tutti, a disposizione degli altri, della società”. (p.243)

Tutto questo non è facile, va avanti fra molte difficoltà, determinate da fattori esterni ma anche dagli stessi lavoratori, e spesso a tentoni, cercando di capire in “corso d’opera” quale sia la strada migliore da percorrere. Ma il risultato, pur precario e spesso provvisorio, non può che incoraggiare a proseguire sulla via dell’autodeterminazione. Dice Manolo della cooperativa di giornalisti La Masa di Rosario “L’autogestione è stata una risposta su tutti i fronti della crisi: l’economico, l’ideologico, il sociale. La questione basilare resta il dover portare a casa il pane per la nostra famiglia, però c’è anche una nuova democratizzazione della produzione, la discussione fra pari su come gestire la fabbrica, su come portare avanti queste attività economiche. Gli operai se ne fanno carico, tra mille difficoltà, ma rappresentano una ricchezza enorme. Per questo è un grande fenomeno, anche nel quadro della lotta per i diritti umani”. (p.140)

L’esperienza argentina delle ERT rappresenta sicuramente un modello e un viatico per la nascita di esperienze simili, e non solo in Sud-America o in altre zone fuori dai circuiti primari del mercato, ma anche nel cosiddetto “primo mondo“, dove la crisi sta falciando posti di lavoro e devastando economie. È un fatto che anche in molti paesi europei siano nati negli ultimi tempi esperimenti come quelli visti in Argentina (Vio.me in Grecia, Ri-maflow in Italia etc.). Che questo possa rappresentare una alternativa tout-court al regime del capitale, è ancora tutto da dimostrare. Vero è che un passaggio che vede l’autogestione dei lavoratori non può che far ben sperare. Che questo possa un giorno inserirsi non più in un contesto di mercato e di competizione, ma in uno solidale e cooperativo, magari dove non siano la produttività febbrile, la ricerca del profitto e il consumo compulsivo ma la convivialità, l’equità e la riappropriazione del tempo di vita a permeare il corpo sociale, è la nostra prossima speranza. Anche le ERT più politicizzate sembrano concordare. Sempre Eduardo, dell’IMPA: “Di fatto crediamo nell’autogestione dei lavoratori, ma anche che, per poter cambiare la realtà, noi abbiamo un compito primario: distruggere il sistema capitalistico. Senza questo non c’è modo di non avere padroni, per quanto si possa essere autogestiti” (p.230) … “Ma i cambiamenti di paradigma sono difficili. Io sono convinto che le nuove società non saranno integrate sulla base del lavoro come invece è successo nel passato” (p.249)